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A GELA,
I BANCHI HANNO SEI ZAMPE

Il rapporto tra Eni e le scuole pubbliche di Gela è emblematico dell’impatto della multinazionale sui territori in cui opera

Il nome di Gela, città siciliana in provincia di Caltanissetta, viene associato immediatamente a quello dell’Eni. Nonostante il glorioso passato magnogreco che ha lasciato numerosi reperti archeologici e nonostante la strategica posizione di affaccio sul mare, Gela è nota a molti in Italia per la presenza dell’ex polo petrolchimico. Questo, estesissimo, forniva migliaia di posti di lavoro e fu causa principale di un’esponenziale crescita demografica (legata a un forte impatto urbanistico). Eni, però, è stata accusata a più riprese di aver danneggiato profondamente l’ambiente e di aver compromesso la salute dei cittadini gelesi. Ma la complicata relazione tra l’Eni e Gela va ben oltre gli ambiti lavorativo e sanitario.

L’azienda ha inciso su ogni aspetto della società gelese, entrando nei musei, nelle scuole e nei centri sportivi. Si prenda in considerazione, ad esempio, lo stadio della città: finanziato dall’azienda, prende il nome dallo storico fondatore di Eni, Enrico Mattei. Il polo, infatti, a partire dagli anni ‘90 ha gradualmente ridimensionato la sua attività, fino alla chiusura negli anni 2000. In migliaia hanno perso il lavoro, e i danni ambientali si sono protratti nel tempo.

Nel 2014, siglato un Protocollo d’Intesa con Regione Sicilia e Comune di Gela, il polo Eni riparte e si trasforma in bioraffineria. Seppure gli impiegati Eni a Gela siano in numero estremamente esiguo rispetto al passato, l’azienda è ancora una realtà viva ed importante nell’area. Di questa nuova fase è bene studiare le relazioni che l’azienda intesse con le scuole gelesi. Il caso di Gela è esemplificativo dei rischi e le contraddizioni del coinvolgimento del “cane a sei zampe” nell’istruzione pubblica.

Lo scenario inquietante per cui un attore come Eni, a fronte di scarsi investimenti pubblici sulla scuola, possa svolgere una funzione di sostegno della scuola pubblica a Gela pone delle domande su quanto ciò possa riprodursi al livello nazionale.

A scuola col cane

L’ingerenza dell’azienda nelle scuole è tangibile: Eni ha finanziato, sin dalla prima edizione, l’agón del Liceo Classico Eschilo, una gara nazionale di traduzione dal greco antico; nel 2020 ha confermato i suoi progetti scolastici di punta: “Amare il mare” con la scuola media Romagnoli ed “Eni Circular School”, un corso di economia circolare, con le bambine e i bambini delle scuole elementari. Inoltre, l’ente è il principale fornitore di progetti scuola-lavoro nei licei gelesi. Infatti, dopo l’introduzione nel 2015 dell’alternanza scuola-lavoro, la multinazionale ha accresciuto notevolmente la sua influenza nelle scuole superiori, coinvolgendo, tra il 2016 e il 2019, 926 studenti nelle sue iniziative: il 10% del totale dei giovani gelesi partecipanti. Ad una cinquantina di studenti del Liceo Scientifico Vittorini offre la possibilità di recarsi per due settimane nella bioraffineria, dove i ragazzi svolgono corsi di sicurezza sul lavoro e di sostenibilità.

«Acquatic Life Lab rappresenta un modello didattico inclusivo […] e un innovativo approccio educativo, aumentando allo stesso tempo la consapevolezza dell’ambiente marino e del precario equilibrio di quest’ultimo»

- Eni

Come se non bastasse che una multinazionale dell’energia fossile insegni economia circolare, l’Eni permette ad alcuni studenti dello scientifico di partecipare al progetto “Aquatic Life Lab” che, secondo la presentazione nel sito dell’iniziativa, «rappresenta un modello didattico inclusivo [...] e un innovativo approccio educativo, aumentando allo stesso tempo la consapevolezza dell’ambiente marino e del precario equilibrio di quest’ultimo». Senza dubbio, in questo contesto stonano i processi in corso verso 22 tra dirigenti e tecnici di Enimed e Raffineria oltre che verso la stessa Raffineria di Gela S.p.A, con accuse riferibili al disastro ambientale.

Lo scientifico di Gela:
il Vittorini

Due ex studenti del Vittorini definiscono la relazione tra i gelesi e l’Eni come un rapporto “odi et amo”. Il primo, M.T., era rappresentante d’istituto ed è uno dei ragazzi che hanno partecipato all’alternanza con Eni, che considera un’esperienza valida e da ripetere. Il progetto nella raffineria gli è servito ad orientarsi verso il futuro; adesso M.T. studia economia. L’altro ragazzo, A., era membro della Consulta studentesca e all’università studia marketing e comunicazione. Entrambi sono impegnati politicamente e conoscono il quadro socio-economico dell’area. Riescono quindi a guardare con occhio critico alla raffineria: «Se è tutto green perché esce ancora il fumo?», chiede A. provocatoriamente. Mentre M., seppur memore del passato dell’azienda e consapevole della responsabilità di questa per l’eccesso di tumori nell’area, allo stesso tempo riconosce il fondamentale ruolo economico che l’Eni ricopre nella città di Gela.

«Se è tutto green perché esce ancora il fumo?»

A., 22 anni,
ex studente del Liceo Scientifico Vittorini

Il “Vittorini” è una scuola che funziona: lo sentiamo dalle loro parole d’orgoglio, in generale c’è un forte senso di appartenenza al Liceo. Lo scientifico di Gela offre una grande varietà di progetti scuola-lavoro che spaziano dalla scienza all’arte e presenta un tasso di abbandono scolastico in linea con quello nazionale, nonostante in Sicilia più del 20% dei ragazzi lasci la scuola prima del conseguimento del diploma.

Anche Angela Tuccio, la dirigente scolastica, è soddisfatta perché la scuola “riesce da sola”, ovvero solo con i fondi pubblici. È purtroppo un’eccezione: molti istituti gelesi sono in grave difficoltà e, a volte, per l’assenza delle strutture statali, sono dipendenti dai finanziamenti dei privati, di uno in particolare.

L’IISS Majorana
e l’Istituto Tecnico
Industriale Morselli

Specialmente l’Istituto d’Istruzione Superiore Statale Ettore Majorana ha beneficiato degli aiuti dell’Eni, che ha fornito centinaia di iPad, installato LIM e rete wi-fi nelle aule e incoraggiato un’innovativa didattica digitale. Filippo, studente al primo anno dell’indirizzo Professionale, dice con entusiasmo: «Senza Eni non sarebbe la stessa cosa». Poi aggiunge: «Gli iPad sono dati da Eni, non dalla scuola, e questo noi studenti lo sappiamo».

Per quanto riguarda l’alternanza scuola-lavoro, l’Eni propone ogni anno a 40 ragazzi del “Majorana” un percorso formativo e-learning. La prima parte del progetto si chiama “Chi siamo e cosa facciamo: Eni, la sua storia, le sue attività”: quindi l’azienda si racconta ai ragazzi, mentre nella seconda metà si concentra su “sicurezza sul lavoro, ricerca e sostenibilità”. Rocco, uno dei partecipanti, parla a Scomodo dell’esperienza: «Abbiamo fatto un corso online che è durato molte ore. Poi ci hanno fatto delle lezioni dove, quando ci spiegavano, dovevamo stare in silenzio. Quindi, capisci che era abbastanza noioso… Alla fine ci hanno fatto visitare la raffineria, lì era più interessante».

Poi, però, torna scettico: «All’Eni diciamo che è stato interessante, ma neanche troppo. C’entra poco o c’entra niente con il nostro indirizzo di studio. E anche se fosse preferiremmo fare qualcosa di più interessante e pratico, dove possiamo metterci in gioco e fare qualcosa».

«Senza Eni non sarebbe la stessa cosa. Gli iPad sono dati da Eni, non dalla scuola, e questo noi studenti lo percepiamo»

Filippo, 14 anni,
studente dell’IISS Majorana

Anche all’Istituto Tecnico-Industriale Morselli l’ASL è firmata Eni, che offre, ad esempio, un percorso didattico sulla chimica dei materiali e le biotecnologie. In aggiunta, l’azienda ha fornito ai ragazzi degli ultimi due anni contratti di apprendistato retribuito. Riccardo, ex apprendista, racconta: «La scuola doveva scegliere una “classe Eni”. Ha scelto la nostra perché la più meritevole». I ragazzi si recavano all’azienda, impegnati in «un vero e proprio lavoro part-time». Per Riccardo l’esperienza lavorativa è stata molto utile per imparare a muoversi sul posto di lavoro. Il ragazzo, però, insieme alla metà dei suoi compagni non è stato assunto da Eni. La classe era divisa in due gruppi: “Enimed”, ovvero il settore upstream che si occupa dell’estrazione dei combustibili fossili, e “Raffineria”, la parte downstream che si occupa della successiva lavorazione di gas e petrolio. «Quelli di Enimed sono stati assunti, soltanto loro», dice Riccardo. «Questi ragazzi sono andati a lavorare in città del Nord come Ravenna e Mantova». Anche chi ha trovato lavoro, quindi, lo ha fatto lontano da Gela.

Abbandono

Come scritto in precedenza, l’abbandono scolastico è un problema gravissimo in Sicilia. Se nella Regione supera il 20%, a Gela il 30% dei ragazzi non porta a termine gli studi. Fausto Terrana, un diciannovenne di Caltanissetta ed ex Presidente del Coordinamento Regionale Consulte degli Studenti, ci spiega come il fenomeno dell’abbandono sia legato a filo doppio con quello del lavoro in nero e con la mancanza di strutture:

«Il primo è piuttosto una conseguenza, ci sono decine di lavori in nero che i ragazzi, in età scolastica e senza alcun titolo, possono fare: consegnare le pizze, lavorare in un bar, lavorare nei campi.

Per quanto riguarda la mancanza di strutture, in Sicilia non esiste il tempo pieno, inteso come la possibilità di rimanere a scuola nel pomeriggio. Non ci sono poi strumenti che permettono di acquisire attitudine verso studio, una successiva carriera universitaria o un corso di specializzazione». Persino nella lotta contro la dispersione scolastica a Gela, l’Eni sembra essere in prima linea: nel Local Report 2018 dell’Eni, la multinazionale si vanta di aver ridotto drasticamente la percentuale di abbandono nell’IISS Majorana dal 48% del 2015-16 al 3% del 2018-19, grazie alla digitalizzazione della didattica. Questi numeri sono incredibili, forse troppo: sono sufficienti un centinaio di iPad per diminuire l’abbandono in questo modo? Anche Fausto, che ha affrontato la problematica per tutta la sua esperienza da coordinatore delle Consulte studentesche, è sospettoso: «La strada contro l’abbandono scolastico è veramente complicata: i risultati delle azioni si vedono in almeno 10 anni».

«Il lavoro in nero è una conseguenza dell’abbandono scolastico, ci sono decine di lavori in nero che i ragazzi, in età scolastica e senza alcun titolo, possono fare: consegnare le pizze, lavorare in un bar, lavorare»

Fausto, 19 anni,
ex Presidente del Coordinamento Regionale Consulte degli Studenti

Renato Mancuso, dirigente dei Servizi Culturali della Provincia di Caltanissetta, da un lato ci conferma i meriti della multinazionale: «È indubbio che la convenzione tra l’Eni e la scuola ha contribuito a far scendere la percentuale di abbandono. Gli iPad e le LIM hanno aiutato». Dall’altro, però, afferma: «Bisogna anche considerare che, proprio intorno al 2015, l’Istituto Professionale Majorana è stato diviso in quattro percorsi didattici specifici. Un’offerta formativa più diversificata e variegata fa sì che i ragazzi si fidelizzino ad un indirizzo più vicino alle loro attitudini, è quindi più difficile che lo abbandonino». Ovviamente la differenziazione del percorso di studi non è menzionata nel Local Report 2018 dell’Eni. È difficile provare cosa abbia contribuito di più al calo dell’abbandono ma, d’altra parte, è facile rendersi conto di come la multinazionale citi i risultati nelle scuole pubbliche nel mostrarsi all’esterno come un’impresa socialmente impegnata.

Gentili concessioni. L’immaginario descritto nei PTOF

Il caso del Majorana, e di Gela più in generale, racchiude in sé i rischi del coinvolgimento del “cane a sei zampe” nell’istruzione pubblica. La presenza dell’Eni nelle scuole modifica inevitabilmente l’immaginario collettivo. Contemporaneamente all’arrivo di aiuti economici, il Majorana cambia la propria visione dell’Eni. Se in precedenza, nel PTOF (Piano Triennale di Offerta Formativa) dell’Istituto del 2016, si leggeva: «La presenza di uno stabilimento petrolchimico ha contribuito ad un forte incremento demografico, ma anche all’impoverimento e alla dequalificazione del territorio, che, sotto il profilo ambientale, è divenuto una delle zone a più elevata incidenza di carcinomi sul piano nazionale», nel PTOF del 2019 non sono menzionate le tematiche ambientali e sanitarie: «La presenza di uno stabilimento petrolchimico ha offerto sbocchi lavorativi [...].Questo ha contribuito ad un incremento a livello demografico, ma la progressiva e quasi totale chiusura degli impianti [...] ha generato una crisi economica e sociale di non prevedibile portata». Perché questo cambiamento?

«Noi studenti non vedevamo la fabbrica di buon occhio. Nonostante desse lavoro a tanti nostri padri, non era vista granché bene. C’erano addirittura delle manifestazioni per farla chiudere»

Renzo, 24 anni,
ex studente e rappresentante degli studenti dell’IISS Majorana

È naturale anche accorgersi che il modo in cui gli studenti si relazionano con Eni è cambiato negli anni. Renzo, classe ‘96, ha frequentato la scuola mentre il polo petrolchimico viveva le sue maggiori difficoltà fino alla definitiva chiusura, e racconta: «Ricordo che al mio tempo, noi studenti non vedevamo la fabbrica di buon occhio. Nonostante desse lavoro a tanti nostri padri, non era vista granché bene. C’erano addirittura delle manifestazioni per farla chiudere». Sono parole, queste, in aperto contrasto con l’entusiasmo di un attuale rappresentante della classe prima all’Ettore Majorana: «Eni fa investimenti per l’Ettore Majorana, questo fa Eni. A noi ce lo dicono che gli iPad li fornisce Eni. Ce lo dicono quasi ogni giorno. Ci dà internet, ci dà gli iPad. È una cosa fantastica».

Il vero futuro di Gela

Anche ora che l’azienda sta apparentemente investendo per rilanciare l’area, Eni ha una politica poco chiara: dei 32 milioni di euro promessi per il rilancio sociale nel Protocollo d’Intesa per l’area di Gela, firmato nel 2014 da Eni, il Comune gelese e il Ministero dello Sviluppo Economico, al 2020 solo 9,5 sono stati allocati. E ancora, dal totale 2.5 milioni erano indirizzati alla riqualificazione dell’ex casa albergo Macchitella, con l’obiettivo di farne un laboratorio di coworking e incontro sociale. A differenza del Local Report 2018, nei documenti del comune di Gela si legge che l’investimento massimo che l’azienda dovrà coprire è di 620.000 euro. Inoltre, l’avanzamento dei lavori procede a rilento, con segnali di immobilismo che preoccupano il dirigente dell’UGL giovani Caltanisetta: «Non si perdano altre occasioni, soprattutto per strutture che possono dare un contributo ai più giovani».

Il carattere industriale di Gela, in qualche modo, ne “offusca” le altre qualità. Ad esempio quella culturale, su cui pure Eni, come già detto, mette occhio. Le risorse archeologiche della città non giovano alla sua salute economica: Gela, ad esempio, è saldamente al primo posto nella provincia di Caltanissetta per turismo, ma è nel complesso agli ultimi posti in Sicilia. Il sociologo Pietro Saitta, nella sua pubblicazione “Spazi e società a rischio. Ecologia, petrolio e mutamento a Gela”, cita il rapporto Gela 2020, riportandone stralci a proposito: «È evidente come un territorio che ha avuto nella grande industria petrolchimica il volano del suo sviluppo per decenni, incontri delle difficoltà di non poco rilievo ad interfacciarsi con il tema della sua attrattività. Indubbiamente lo sviluppo economico e sociale di Gela non potrà fare perno principale sul turismo, tuttavia la città offre una serie di potenzialità che anche se non in grado di avere un effetto catalizzatore immediato possono sicuramente contribuire ad uno sviluppo equilibrato e autopropulsivo».

Difficile non vedere un circolo vizioso in tutto ciò: una città che ammette a se stessa di non poter sviluppare granché le proprie insite qualità per colpa del proprio rapporto storico con Eni, e che tuttavia cerca e trova in un accordo con Eni la propria spinta propulsiva verso il futuro.

«È evidente come un territorio che ha avuto nella grande industria petrolchimica il volano del suo sviluppo per decenni, incontri delle difficoltà di non poco rilievo ad interfacciarsi con il tema della sua attrattività»

- Rapporto Gela 2020

Raccogliere testimonianze è un passaggio fondamentale, soprattutto se si tratta di ragazze e ragazzi molto diversi tra loro, tutti desiderosi di un futuro migliore per la loro città. Saranno proprio loro i fautori del vero rilancio sociale di Gela, e più in generale della Sicilia. Mentre qualcuno pubblicizza rumorosamente i propri risultati, la gioventù gelese si mobilita. Nel 2019, grazie alla volontà politica delle Consulte Studentesche, è stata approvata per la prima volta in Sicilia una Legge Regionale sul Diritto allo Studio. È indiscutibilmente un ottimo risultato, ottenuto dall’associazionismo studentesco siciliano, ed è la realizzazione di «un sogno inseguito da tre generazioni», come lo descrive Fausto, da ex Presidente del Coordinamento Regionale delle Consulte. Infatti, prima che l’Assemblea Regionale approvasse il disegno di legge, la Sicilia era l’unica regione in Italia a non avere una legge in materia di diritto allo studio. Finalmente alle studentesse e agli studenti siciliani sono garantite pari opportunità educative, in una carta, scritta in parte dai ragazzi stessi, che affronta le criticità dell’istruzione pubblica isolana, l’abbandono scolastico in primis. Al comma 2 dell’articolo 7, si legge: «La Regione, riconoscendo la fondamentale valenza dei processi di istruzione e formazione, adotta[...] azioni per migliorarne l’organizzazione[...], ottimizzare l’uso delle risorse e facilitare l’apprendimento delle persone portatrici di disagio economico, sociale e culturale, anche attraverso il coinvolgimento delle agenzie sociali ed educative del territorio». Eni, o chi per lei, difficilmente potrà essere considerata una di queste.

articolo a cura di Giovanni Tiriticco e Giacomo Galimberti

illustrazioni di Luogo Comune