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Domande al CDA: l’azionariato critico e il caso ACEA

L’azionariato critico mette in dubbio la presenza in Borsa della società.

23/04/2022

A piazzale Ostiense, a Roma, si trova un grande palazzo pieno di vetrate azzurrognole. Davanti al cancello si trovano quasi sempre vari agenti della sicurezza a controllare gli ingressi, sotto una grande insegna che recita la scritta “Azienda Comunale Energia ed Ambiente”. Qui lo scorso 27 aprile si è tenuta l’assemblea degli azionisti di Acea, la società che si occupa settore idrico a Roma e nel frusinate.

Si tratta di un momento di incontro in cui gli azionisti di un’azienda si siedono faccia a faccia con il consiglio di amministrazione. Oltre ad avere determinate funzioni legali – ad esempio l’approvazione del bilancio – è un’occasione molto importante per gli azionisti: questi infatti possono porre delle domande alla dirigenza e chiedere informazioni, esprimere perplessità o critiche sulla gestione della società. Almeno dovrebbe essere così in teoria. 

Nella pratica, le dinamiche di fondo di come funzionano le società quotate limitano di molto le potenzialità delle assemblee. A spiegarlo è un report di Fondazione Finanza Etica in cui si legge che, in genere, nelle assemblee degli azionisti delle imprese quotate «tutto si svolge in un’atmosfera felpata e ipocritamente formale: (quasi) nessuna discussione sui punti di contenuto dell’ordine del giorno, in particolare il bilancio e il resoconto sull’andamento dell’azienda nell’anno precedente, nessuna valutazione sull’operato degli organi di governo e sul rinnovo (quando del caso) del CdA». Questo perché, continuano gli autori del documento, gli azionisti si dividono in due categorie. Da un lato c’è l’azionista di maggioranza, quello che veramente può influenzare l’amministrazione dell’azienda, e dall’altro ci sono gli azionisti più piccoli. L’azionista di maggioranza non ha alcun interesse nell’assemblea: se deve contattare e influenzare il consiglio di amministrazione dell’azienda, può farlo in sedi molto meno istituzionali e meno democratiche. Gli azionisti minori invece solitamente hanno un unico interesse: approvare la ripartizione dei dividendi per capire quanti soldi guadagneranno quest’anno. In questo contesto, Fondazione Finanza Etica porta avanti ormai dal 2008 un’attività di azionariato critico

L’azionariato critico funziona in questo modo. Si compra un numero molto ridotto di azioni dentro una certa azienda. Questo permette di partecipare alle assemblee degli azionisti e di porre domande direttamente al consiglio di amministrazione, che è obbligato a rispondere. Attraverso queste domande si mette quindi pressione su una certa azienda su determinate tematiche come l’impegno ambientale o la trasparenza finanziaria.

Acea è una delle aziende in cui la Fondazione fa azionariato critico. L’analisi delle risposte del consiglio di amministrazione alle sue domande permette da un lato di avere un quadro chiaro di quali sono i punti critici della gestione dell’acqua a Roma e nel Lazio in questo momento, dall’altro di capire quali sono le potenzialità ma anche i limiti dello strumento dell’azionariato critico.

 

Buchi nell’acqua

I principali azionisti sono tre. Roma Capitale è il socio di maggioranza, con il 51% delle azioni. Poi c’è Suez Environnement, una società franco-belga che ha poco più del 23%, e infine Francesco Gaetano Caltagirone con il 5,4%. E poi ci sono gli azionisti più piccoli, che hanno un numero molto limitato di azioni. 

Sono almeno due i principali punti critici di Acea in questo momento. Il primo riguarda una questione ambientale: le perdite idriche degli impianti. Come si legge sull’ultimo bilancio di sostenibilità dell’azienda, il distretto Ato 2 – riguardante la provincia di Roma – ha perdite pari al 39,8% del totale del volume immesso: vuol dire che ogni 2,5 mimmessi nella rete idrica, 1m3 ne viene perso. Nonostante non sia una percentuale bassa, è comunque un numero che migliora abbastanza stabilmente di anno in anno. Nel 2020 era pari al 42% circa e l’anno prima al 44%. Dal punto di vista delle perdite, è il distretto Ato 5 – che riguarda la provincia di Frosinone – a dare i problemi più grandi. Tra il 2016 e il 2019, il volume di acqua perso era il 77-76% del totale. Nel 2020 questo numero è migliorato molto, passando al 68%, per poi rimanere pressoché identico l’anno dopo, diminuendo solo dell’1%. Come ha spiegato la stessa Acea nelle risposte alle domande della fondazione, l’obiettivo è quello di arrivare al 59,5% entro il 2024 (obiettivo che, insieme agli altri target sulle perdite idriche, viene definito «sfidante» dalla stessa società). 

Il secondo grande punto critico è invece la natura stessa della società, in particolare il fatto che Acea sia quotata in Borsa. «Ha senso che Acea stia in Borsa? Secondo noi non ha senso». Riassume in questo modo la questione Mauro Meggiolaro, che lavora nella Fondazione e si occupa proprio di stilare le domande ai CdA delle aziende. E prosegue spiegando che «stare in Borsa ti costringe solo ogni anno a dover accontentare gli azionisti, a dirgli che li pagherai». Effettivamente, Acea sta da diversi anni portando avanti una politica che mira ad aumentare di anno in anno i dividendi della società verso gli azionisti (in termini assoluti, mentre in percentuale rispetto all’utile dell’azienda il numero rimane sempre molto stabile).

Questo secondo la Fondazione rischia di limitare la capacità di investimenti di Acea. Ed è proprio questo aspetto che veniva sottolineato in una delle domande fatte al Cda. In modo provocatorio, la Fondazione ha chiesto ad Acea perché non si possano raddoppiare gli investimenti nel distretto Ato5 utilizzando una tantum i soldi dei dividendi. «Loro hanno risposto che non si può fare a causa di una serie di procedure da cui non si può prescindere – spiega Meggiolaro – In realtà se ci fosse la volontà politica una mossa del genere si potrebbe fare». Dall’altro lato però buona parte dei dividendi finiscono nelle casse di Roma Capitale, che usa quei soldi per l’amministrazione della città. E la stessa Fondazione è consapevole della complessità del tema. Meggiolaro sottolinea infatti che «l’intento è quello di generare dei dubbi, di mostrare che quello attuale non è per forza il modo migliore di gestire una società del genere». 

 

Nessun cambiamento in vista in Acea

In realtà, la possibilità di un passaggio a una società non quotata sembra improbabile. Nel 2021, Scomodo ha scritto alcune delle domande poste dalla Fondazione all’assemblea degli azionisti dell’anno scorso. Una di queste riguardava il referendum sull’acqua del 2011, in cui venne stabilito sostanzialmente che i servizi idrici possono essere gestiti da società pubbliche (o a maggioranza pubblica), senza una logica di profitto – cosa che, come viene spiegato in un articolo molto tecnico di Altreconomia, è ancora lontana dall’essere attuata. 

La risposta di Acea è stata molto chiara: ​​

«Acea ritiene che la gestione del servizio idrico debba essere affidato a soggetti industriali efficienti in grado di far fronte alle sfide tecnologiche e in possesso di competenze manageriali. Le aziende speciali hanno dimostrato negli anni di avere grandi limiti (le gestioni totalmente pubbliche nel settore idrico in alcune zone del territorio nazionale sono state caratterizzate da situazioni di gravi emergenze). Acea, pertanto, sottolinea l’importanza di salvaguardare le aziende miste pubbliche-private quotate in Borsa.»

La durezza di questa risposta, insieme alle scuse utilizzate per motivare perché non si possono tagliare i dividendi, mostrano i limiti dell’azionariato critico. Da un lato è un buon modo per mettere pressione su una azienda rispetto a certi temi, dall’altro lato è chiaro che non può bastare da solo: in assenza di altre pressioni esterne o di un’apertura da parte dell’azienda stessa, è difficile che la gestione di una società si discosti dall’interesse degli azionisti più grandi. Anche Meggiolaro ne è consapevole, ma sottolinea che nonostante questo è importante fare azionariato critico: «Il senso del nostro lavoro è di tenere alta la guardia. Cioè loro sanno e devono sapere che noi continueremo a fare queste domande».

Articolo di Francesco Paolo Savatteri