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Come si schiera l’America Latina sul conflitto in Ucraina

06/04/2022

La guerra in Ucraina ha sconvolto gli equilibri mondiali, e in mezzo a fake news, analisi geopolitiche e un continuo flusso di informazioni ci sono poche certezze; di una cosa, però, possiamo essere sicuri: nulla sarà più come prima. Il conflitto e le sue conseguenze si stanno facendo sentire anche dall’altra parte del globo, al di fuori dei confini europei ed occidentali che fino ad ora sono stati sotto ai riflettori dei media tradizionali. Un caso esemplare è quello dell’America Latina, dove le nazioni sono state colte impreparate dagli ultimi sviluppi, e ogni Paese ha reagito in modo diverso. Questa guerra arriva all’improvviso nell’opinione pubblica della regione, e le ripercussioni non sono facili da calcolare: negli ultimi anni la Russia ha cercato di estendere la sua influenza nel continente, al di là delle alleanze storiche risalenti alla Guerra Fredda con Cuba, Venezuela e Nicaragua. Lo ha fatto soprattutto tramite mosse di soft power, come ad esempio la massiccia campagna vaccinale con Sputnik durante la pandemia, i numerosi accordi sul petrolio e la vendita di armi, oltre all’addestramento delle forze dell’ordine locali con l’aiuto di contractors russi. D’altra parte, l’America Latina rimane un’area su cui gli Stati Uniti hanno sempre esercitato una forte influenza, politica ed economica; da questo dualismo deriva la difficoltà dei governi latinoamericani di schierarsi in una situazione come quella attuale. 

 

I paesi dell’America Latina critici con la Russia

Tra le condanne più esplicite, ci sono quelle dei paesi che negli anni hanno sviluppato una maggiore vicinanza agli USA; alcuni più dal punto di vista politico, come l’Uruguay a guida conservatrice dopo tanti anni, altri sotto un aspetto più commerciale. Uno di questi casi è anche quello del Cile, dove sia il presidente uscente Sebastian Pinera che il neoeletto Gabriel Boric hanno espresso parole di critica nei confronti della violazione della sovranità territoriale ucraina. Questo nonostante il Paese non sia eccessivamente esposto alle conseguenze economiche della crisi, seppur guardi con preoccupazione al rialzo dei prezzi di beni come cereali, grano e mais, oltre a quelli del petrolio. Un caso interessante è anche quello della Costa Rica, che si è rivelato uno dei pochi paesi latinoamericani ad aver menzionato esplicitamente le “responsabilità unilaterali dell’azione che mina la pace e la stabilità internazionale”, prendendo una posizione più netta rispetto alla media. 

Il caso forse più importante è quello della Colombia, in strette relazioni economiche e di sicurezza con gli USA, oltre che partner globale della NATO dal 2018. Ciò ha spinto la Russia negli anni ad interferire nel rapporto del Paese con gli Stati Uniti, per indebolire la presenza strategica dell’alleanza atlantica in America Latina. La Colombia in passato vantava qualche legame commerciale soprattutto nel campo delle armi con la nazione di Putin, seppur dal 2009 abbia smesso di acquistare armamenti dalla Russia per aprirsi ad un commercio quasi unilaterale con gli Stati Uniti. Le presunte ingerenze russe nello Stato sarebbero dunque su vari fronti: uno di questi proprio al confine, con un vicino decisamente scomodo e legato a Putin come il Venezuela. In quell’area la Colombia si trova a gestire una situazione delicata, in particolare nella regione del fiume Arauca dove si consumano incessanti scontri tra gruppi armati rivoluzionari interni, e dove si sarebbero mobilitate anche le unità militari venezuelane con il presunto supporto tecnico della Russia, creando un pretesto di irritazione tra i due paesi. Secondo altre fonti d’intelligence americane e colombiane, Mosca si sarebbe anche mossa in un piano di condizionamento delle elezioni del 2018 attraverso un sistema di diffusione di fake news ed ipotetici cyber-attacchi alle piattaforme nazionali per la gestione del voto. L’interesse russo nell’alimentare le tensioni tra Colombia e Venezuela rispecchia una rappresentazione tutta latino-americana di un confronto frontale con la NATO, essendo il Paese di Maduro una sorta di deterrenza nei confronti della presenza statunitense in un’area strategica. È anche per questo che l’attuale presidente colombiano Iván Duque ha subito condannato l’invasione e si è unito alle sanzioni economiche. 

 

Dalla parte di Putin

I già citati alleati di Mosca più di tutti gli altri Stati devono fare i conti da una parte con le conseguenze delle sanzioni contro la Russia – che vanno ad aggiungersi a quelle già imposte dagli USA – e dall’altra con il parere della comunità internazionale: nessuno di loro, nelle recenti assemblee delle Nazioni Unite, ha votato a favore delle sanzioni o delle risoluzioni formali per condannare la guerra, ma nemmeno contro, scegliendo la prudente via dell’astensione. Cuba, Venezuela e Nicaragua sono sempre state al centro degli interessi russi, e governi e opinione pubblica locale hanno più volte giustificato questa alleanza e le mosse politiche di Vladimir Putin in chiave antimperialista: adesso le economie dei tre Paesi sono dunque destinate a subire un contraccolpo molto grave. Il Venezuela, maggior esportatore di petrolio in America Latina e principale partner economico della Russia nel commercio del greggio, sta già cercando una strada alternativa per evitare di essere tagliato fuori dal mercato: nelle scorse settimane sono avvenuti una serie di incontri tra i rappresentanti di Washington e Caracas, dopo anni di gelo diplomatico a causa della lotta per la presidenza tra Guaidó e Maduro. Due gli effetti immediati di questo apparente riavvicinamento: in primo luogo la liberazione di alcuni prigionieri statunitensi detenuti in Venezuela, e la ripresa del dialogo tra governo di Maduro e opposizione, come richiesto da tempo dalle Nazioni Unite. Tutto ciò avviene in un duro momento per la società civile venezuelana: la nazione esce adesso, a fatica, da un ciclo di iperinflazione durato quattro anni, e il governo è alle prese con i già citati conflitti interni tra gruppi armati al confine con la Colombia. Le cose non vanno meglio a Cuba, dove il turismo, uno dei settori su cui la nazione faceva più affidamento, rischia di entrare in crisi a causa delle limitazioni ai viaggi. Questo metterà ancora più in difficoltà l’isola, che già risente dell’embargo statunitense di lunga data e delle ricadute economiche della pandemia. Lo stesso discorso vale per il Nicaragua, che fin dalla Guerra Fredda ha avviato una proficua collaborazione per l’approvvigionamento di armi e ha ospitato gran parte delle operazioni ed esercitazioni militari congiunte in America Centrale, e assieme a Cuba e Venezuela è l’unica nazione latino-americana ad aver riconosciuto le Repubbliche del Donetsk e Lugansk. Ognuno di questi tre Paesi ha le sue ragioni, prettamente geopolitiche ed economiche, per non inimicarsi la Russia; ma è chiaro che risentiranno duramente delle conseguenze del conflitto. 

 

Nel limbo

Una serie di paesi, invece, ha scelto di collocarsi in una zona grigia: le reazioni in questo caso sono state tiepide e imbarazzate, specie per gli Stati che da una parte hanno legami importanti e storici con la Russia, ma che dall’altra non possono dimostrarsi indulgenti agli occhi dell’opinione pubblica nei confronti di un tale atto di aggressione. Un primo caso emblematico è quello dell’Argentina, che oltre ad essere stata la principale beneficiaria del vaccino Sputnik V nella regione, ha anche un rapporto particolare col mercato del gas. Infatti, il Paese è una riserva importante di gas liquido, ma a causa di sotto-investimenti interni ha iniziato a doverne importare in grossa quantità, allontanandosi dalla sperata autosufficienza e rimanendo quindi colpita dalle pesanti sanzioni. Questo avviene in un periodo in cui l’economia stenta ancora a decollare, nonostante la sottoscrizione di grossi finanziamenti col FMI per 45 miliardi di dollari che serviranno a far fronte alla crescita smisurata del debito pubblico e all’alta inflazione, molto contestati dall’opinione pubblica dato che si prevede un ulteriore rialzo dei prezzi di beni come gas ed energia per far fronte ai debiti.  L’Argentina inoltre è legata indissolubilmente all’economia degli USA, suo terzo partner commerciale e principale investitore estero, che nel tempo ha creato così una dipendenza commerciale significativa. Tutto ciò ha dunque condotto l’Argentina ad assumere una posizione defilata, senza che nelle dichiarazioni di condanna si menzionasse esplicitamente l’aggressore. 

Un altro Paese che ha ceduto all’ambiguità è il Messico del presidente Obrador, che non si è unito al gruppo di Stati che avrebbe applicato le sanzioni alla Russia mantenendo la linea della “Dottrina Estrada”, con cui il Paese storicamente si impegna a mantenersi neutrale nella gestione della politica estera. Il rapporto con gli Stati Uniti è ambivalente: da un lato i legami commerciali sono solidi, dall’altro le principali tensioni sorgono nella gestione della vicenda migratoria al confine. Il Messico, inoltre, si sente storicamente investito di un ruolo di contrappeso rispetto alla ingombrante presenza statunitense in America Latina: questo ha fatto sì che trapelassero posizioni di simpatia nei confronti di Putin nello stesso partito Morena dell’attuale presidente. 

Un ultimo, interessante, caso è quello del Brasile. Il Paese è nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali di ottobre, che vedono contrapporsi il presidente uscente Jair Bolsonaro e l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, attualmente in testa nei sondaggi. Il primo ha condannato timidamente l’aggressione, senza menzionare le responsabilità russe e mantenendo una posizione a suo parere “imparziale”. Lula, invece, dopo aver criticato Bolsonaro per essere stato ospite di Mosca a pochi giorni dall’invasione, si è poi trovato a dover gestire lo scandalo di una nota social del suo partito, in cui si criticavano apertamente NATO e USA, attribuendo all’espansionismo di questi la causa principale dello scoppio della guerra. La situazione generale è aggravata da una crisi inflazionistica incontrollabile, che si aggiunge ai danni economici del Paese, dipendente dalla Russia in molti settori economici-strategici, essendo il Paese di Putin tra i primi 15 maggiori partner commerciali brasiliani. Terreno di dibattito elettorale da qui ai prossimi mesi sarà sicuramente la politica estera della prima potenza economica del sudamerica: l’isolazionismo a livello internazionale di Jair Bolsonaro, dopo aver perso un alleato prezioso come Trump, è stato sistematicamente un motivo di critica all’attuale presidente, mentre Lula da anni sostiene un avvicinamento del Paese alla Cina. 

Il conflitto russo-ucraino rischia così di avere non solo un effetto di disgregazione in una regione già complessa come l’America Latina, ma anche di giocare un ruolo importante negli equilibri interni dei Paesi e sui rispettivi scenari politici. Lo scontro tra Occidente e Russia si consumerà anche in un teatro di forte instabilità politica come l’America Latina; in cui da sempre, per le grandi potenze, l’appoggio di un paese dalla rilevanza economico-strategica più o meno grande può rappresentare una carta in più.

Articolo di Gaia Di Paola, Nicolò Morocutti