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Anche i demoni piangono

Il nuovo album di Voodoo Kid segna una rinascita artistica e personale: abbiamo deciso di intervistarlo per capirlo a pieno. 

22/01/2023

Per questa intervista, nella mia mente da mitomane, pensavo di incontrarci in uno studio di registrazione come gli Electric Lady Studios di New York e di trovare un artista molto pieno di sé circondato da nervosi produttori.

Dopo poco, però, nonostante una mia rigidezza iniziale, appena ho nominato Black Mirror, l’intervista è diventata una conversazione tra nerd.

Jean, il ragazzo dietro Voodoo Kid, è quasi stupito di venir intervistato.

Sembra sempre voler evitare un timore reverenziale. Quando parla della sua musica, cerca sempre di trovare una dimensione di condivisione.

I suoi primi brani erano in inglese, partendo proprio dalla sua esperienza a Londra dove ha frequentato la University of Westminster, passando poi alle collaborazioni con artisti italiani come Mecna, per finire a cercare la sua voce nella sua prima raccolta Amor, Requiem.

Poche tracce, ben definite e incisive, che avevano trovato un loro spazio in un mondo pop italiano che cerca una raffinatezza e lirismo fuori dalla norma.

Dall’amore per l’altro all’amore per se stesso, da un rapporto tossico alla terapia, da Amor, Requiem ad “Anche i demoni piangono”.

La sua ultima raccolta è, come molti secondi album, la maturazione dei temi e un resoconto di grandi momenti di difficoltà vissuti dall’artista.

La volontà di Voodoo Kid è chiara: cercare di aprire un dialogo intimo e delicato con chi, come lui, attraversa le sfide del nostro tempo.

Visto che è la mia prima intervista e volevo fare quello preparato, ho scritto una domanda per ogni pezzo della tua nuova raccolta, però partirei dal titolo, “Anche i demoni piangono”. Se nel tuo album precedente indagavi il processo di maturazione sull’amore e avevi definito la musica come un modo “di esorcizzare i demoni”, in questa raccolta cosa volevi esplorare? 

Rimango dell’idea che i demoni vadano esorcizzati. Grazie al percorso che ho fatto in terapia, sono riuscito ad accettare parti di me stesso, che prima non è che non volevo vedere, ma che trascuravo. Ho capito che l’unico modo per esorcizzare questi demoni è ascoltarli. Da qui il titolo. La frase l’ho sentita per la prima volta durante un episodio di Evangelion, era la prima volta che lo guardavo tradotto in italiano. Erano le tre di notte, estate, non stavo prestando molta attenzione ma poi ho sentito questa frase e mi ha colpito subito. Mi sono detto “Questo sarà il titolo del prossimo lavoro”, la mia opinione non è più cambiata perchè sentivo che esprimeva benissimo alcune delle cose che avevo scritto fino a quel punto. 

Ascoltando “Tutto bene” si intuisce che per te la salute mentale e la consapevolezza riguardo ai disturbi mentali sono sempre stati importanti. In un post sulla giornata mondiale della salute mentale inviti chi si sente male a cercare aiuto, a te cosa ha spinto a cercarlo? 

 

Ho iniziato a fare terapia circa due anni fa, non mi ricordo la data precisa. Era una delle quarantene per il Covid. Le mie inquietudini, insicurezze e tarli mentali si sono sommati alla situazione che si era creata nel mondo esterno, là ho capito che o ne parlavo con qualcuno o mi sparavo in testa. Ho scelto la prima. L’ho iniziata così, per provare. Avevo sempre creduto nella terapia, ma avevo la tendenza a pensare che magari con me non avrebbe funzionato. Entrando alla prima seduta ero molto scettico, poi ho pianto cinquantacinque minuti su sessanta. Il giorno dopo, ho scritto un pezzo. Non c’è nella raccolta, ma lo considero il pezzo che ha iniziato il mio viaggio verso “Anche i demoni piangono”. 

Anche io ho iniziato ad andare dallo psicologo proprio a fine 2020, come molti altri giovani di tutto il mondo, per questo ti chiedo che ruolo senti che debba avere l’artista in un periodo storico così instabile e difficile da sopportare?

Se fai l’artista, nel 2022, e comunichi per la maggior parte sui social, la tua vita privata è costretta a mischiarsi con la tua vita pubblica. Io mi sono sempre sentito vero in quello che scrivo, vittima di nessun personaggio, perchè non riuscirei a fare altrimenti. Se qualcosa non mi va, dico che non ho voglia. La FOMO fa schifo e penso che non ci sia nulla di male a dire non ho voglia. “Tutto Bene” (il pezzo) rappresenta proprio questo. Mi sa che ho perso il filo della domanda. (ride, ndr) 

Va benissimo, quindi per te quindi non c’è differenza tra personaggio pubblico e privato?

Dipende come decidi di gestirlo. 

Finiremo tutti a vivere nei VR nel metaverso? 

Broooo. Qualche giorno fa stavo parlando con una persona sulle sfilate di moda e mi ha detto che tra qualche anno chi non può venire a vedere una sfilata le vedrà con un casco in testa. Affinché si diffonda basta che sia economicamente accessibile a tutti. Tra 10 anni sarà così, ma Black Mirror l’ha già anticipato. 

In Black Mirror, finisce male però, nella puntata sul gioco horror quando lo chiama la mamma. 

Terza puntata della seconda stagione, una delle mie preferite. Horror più videogiochi, non poteva non piacermi. 

Sempre in Black Mirror, c’è quell’episodio con Bryce Dallas Howard, in cui in un futuro distopico si arriva a dare dei voti alle persone mediante un’app, in un universo in cui – ancora più di ora – vita sui social e vita reale collidono e coincidono.

Primo della quinta stagione. Ma è già così, noi viviamo di recensioni. Io vivo di recensioni. Se le recensioni sono buone, posso fare il mio lavoro, se nessuno mi calcola e le recensioni sono negative, io posso stare anche a casa mia e cambiare lavoro. 

In “Guardare Giù”, racconti la difficoltà di lasciar andare una persona che ti è entrata sotto la pelle. In un mondo iperconnesso come il nostro, pensi sia più difficile lasciar andare? 

Sì. Non possiamo più mentire. Come fai a dimenticarti di una persona che vedi e che ti vede ovunque? L’algoritmo poi è bastardo, perché è come se sapesse chi mettere in cima per recare più danni. Forse lo sa. Prima la tua fidanzata poteva abitare a 20 km di distanza da te e, a meno che glielo dicesse qualcuno, non sapeva nulla di te. 

È un loop, un incubo. E invece, “Un inferno bianco”? 

No, no. Sarò molto diretto e schietto, quella canzone parla di droga. L’ho scritta sempre pensando a Neon Genesis Evangelion e che problemi potrebbe aver avuto i personaggi nel nostro mondo. L’inferno bianco è la cocaina. Scappi e poi ti manca. Attorno a me alcune persone hanno vissuto questa situazione, era un modo per fargli giustizia. 

In “Aquario”, scrivi “Che dentro lo specchio non vede se stesso”. Nel 2020 su Rolling Stone raccontavi che eri contento che il discorso sul gender fosse così centrale, poi nel 2021 hai suonato al Pride di Milano, in questi 2 anni senti che è cambiato qualcosa su come si affrontano questi problemi nel discorso generale? 

Tutti ne parlano perché è un hot topic. Però è una lama a doppio taglio, perché ci si confonde tra chi lo sente davvero e chi lo fa per creare una determinata immagine davanti al pubblico. “Ah, ma quella celebrità parla anche di queste cose, che bravo!” Sono contento? Sni. In Italia, sento che la comunità LGBTQI+ dovrebbe scegliere dei rappresentanti veri. Non gente che fa finta, o alleati (fa il gesto delle mani a mo’ di virgolette, ndr). È pieno di ragazzi e ragazze che parlano della questione queer in modo sano, genuino e vero, dovremmo ascoltarli. La tematica non è fondamentale in questa raccolta. Ma, essendo ogni cosa che scrivo filtrata dal mio io e il mio io fa parte di questa comunità e sente queste tematiche, ci finisce per forza. 

In “Fino a te”, scrivi “se i pensieri sono pesanti, li renderò leggeri per te”. Nel libro “l’insostenibile leggerezza dell’essere”, Milan Kundera si chiede se “è meglio il peso o la leggerezza”, per te cos’è meglio? 

Il peso. Infatti sono io che alleggerisco. Io mi carico della pesantezza dell’altra persona. L’ispirazione deriva da un periodo in cui una mia ex doveva partire e sentivo la pesantezza dei suoi pensieri, del periodo che stava affrontando. Il mio desiderio di non vederla così mi ha fatto scrivere quella frase. 

C’è anche del comfort nella pesantezza. 

Assolutamente. Io, per anni, ho rifiutato di andare in terapia e mi sono crogiolato nel mio dolore. Finchè mi fa da cuscinetto, non mi fa così male. Lo tengo sotto controllo. Poi scoppi. E ti rendi conto, anche grazie alle altre persone, che forse cercare aiuto non è così male. Alleggerirsi. 

Anche Kendrick Lamar, nell’ultimo album, parla di questa necessità di andare in terapia. 

È importantissimo, come anche per le tematiche LGBTQI+, c’è un sacco di gente che dà aria alla bocca. Le persone che hanno davvero questi problemi dovrebbero esporsi di più. Sono comuni a tutti, in modi diversi e con pesantezze diverse, ma sono essenziali il cercare aiuto. “Se l’ha fatto lui, ce la posso fare anche io”. Per me è il messaggio più importante della raccolta, dobbiamo buttare fuori questi demoni, dopo averli ascoltati. 

Se hai un segreto, se lo dici ad una persona, ti senti bene, a due, meglio, a cinque, ti senti normale. Ti togli un peso, anzi lo condividi. 

Domanda Bonus: Io ho nella mia watchlist di Netflix da anni, Cowboy Bebop e Evangelion, con quale devo iniziare? 

Che cosa ti devo dire? Sei un po’ masochista. Il finale di Cowboy Bebop è uno dei più tristi che abbia mai visto, Evangelion è tutto triste. Sta a te. Io sono più fan di Evangelion. Però sarebbe meglio se iniziassi con anime meno pesanti. (ride, ndr

Ma i film di Evangelion hanno delle valutazioni assurde su Letterboxd. 

Per me, Evangelion, a costo di sembrare antipatico, si ferma all’anime.

Su Letterboxd, i miei preferiti sono Paprika, a volte però Perfect Blue, dipende dal periodo della mia vita, Midsommar, The Killing of A Sacred Dear e poi Memorie di un Assassino. 

Dai, a sto punto, guarda Evangelion e poi mi scrivi se ti è piaciuto. 

Se ci fosse un app di recensioni della musica tipo Letterboxd, in che lista metteresti il tuo album?

Non so il nome della lista, ma come ispirazione, nella stessa lista, metterei tre album, Hyperion di Gesaffelstein, After Hours/Dawn Fm che io consideri quasi un album solo perchè hanno un sound molto simile di The Weeknd e poi Modus Vivendi di 070 Shake. 

Il titolo probabilmente sarebbe qualcosa di legato alla salute mentale. Non si batte mai abbastanza il chiodo su quello. 

 

 

“Anche i Demoni Piangono” è stato pubblicato il 16 dicembre e rappresenta il modo per trattare quei temi intimi e delicati che appartengono alla Gen Z. Dalla questione di genere alla salute mentale, l’album è un viaggio sul fiume Mekong nella mente di un giovane d’oggi, con la freneticità di un album synth pop e le linee vocali graffiate. Questa raccolta è frutto del percorso che Voodoo Kid ha intrapreso con uno psicoterapeuta ed è quindi maturo in toni e concetti, diventando un album per conoscere ed esplorare il disagio di una generazione fragile, le cui certezze sembrano sgretolarsi a poco a poco.

 

Articolo di Lorenzo Pedrazzi