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Il Peso degli Anni di Piombo schiaccia ancora l’Italia

Perchè il nostro paese deve aumentare gli sforzi per trovare una verità storiografica sulla Strategia della Tensione.

Il 12 dicembre di cinquantuno anni fa, l’Italia stava vivendo un sogno: i drammi del fascismo e della Resistenza erano ormai un ricordo lontano nel tempo, il paese stava attraversando un periodo di sviluppo economico senza eguali nella storia unitaria e le piazze erano ricolme di studenti e lavoratori che manifestavano per i propri diritti.

Alle ore 16:37 di quel giorno, una bomba nella sede della Banca Centrale dell’Agricoltura di Milano ha svegliato il nostro paese, facendolo precipitare in un incubo lungo un decennio. La strage di Piazza Fontana ha rappresentato per l’Italia la fine della sua innocenza e l’inizio del periodo più tragico della sua storia repubblicana, gli Anni di Piombo. Un decennio nel quale il nostro paese visse un vero e proprio conflitto civile fra le anime più estreme della sinistra e della destra, con ogni parte impegnata a rispondere agli omicidi del nemico politico cadendo in una spirale di violenza che si è interrotta unicamente con l’arrivo degli anni Ottanta ed il fenomeno del “riflusso” del popolo italiano. Un periodo nel quale quotidianamente le pagine della cronaca nazionale erano occupate da notizie di morti durante i cortei organizzati dai vari organismi politici, scontri, agguati e, nei casi peggiori, dagli attentati. 

Le bombe divennero una costante di questo decennio: da Piazza Fontana fino alla Stazione di Bologna, passando per Piazza della Loggia, Peteano e il Treno Italicus, gli attentati degli anni Settanta colpirono il nostro paese nel profondo, causando centinaia di morti fra la popolazione civile che ancora oggi non hanno trovato giustizia. Vittime non solo delle bombe, ma anche di processi giudiziari mai trasparenti, depistaggi e di oscure trame che venivano mosse dalle maggiori cariche dello Stato. Ancora oggi migliaia di familiari continuano a chiedere la verità sulla morte dei loro cari, con le loro richieste che si infrangono costantemente contro il muro del Segreto di Stato che vige ancora su buona parte degli atti ufficiali di quel periodo. 

L’assenza di una comprovata verità storica sul nero periodo degli Anni di Piombo non rappresenta solo una vergogna per l’incapacità dello Stato di dare una risposta alle disperate richieste delle famiglie delle vittime, ma comporta delle pesanti ripercussioni sull’intera struttura istituzionale italiana. Per quanto gli eventi ora brevemente accennati possano sembrare unicamente delle pagine nere oramai da relegare unicamente nei libri di storia, i loro effetti si fanno ancora sentire oggi e minano costantemente le basi della nostra democrazia. Porre questo periodo sotto lo sguardo dell’analisi storica e affrontare i suoi misteri è l’unico modo per contrastare la sua costante forza corrosiva che sta lacerando il nostro paese.

In questo senso, la lezione che Marc Bloch ha impartito al mondo all’interno del suo capolavoro “l’Apologia della Storia” spiega alla perfezione quanto la ricerca storica sia una valida alleata per affrontare i problemi del presente e superarli. Per il fondatore di Les Annales, la storia non prescinde mai dal presente, ma parte da esso per cogliere gli interrogativi da porre al passato in cerca di una risposta sulla sua condizione attuale e futura. Passato e Presente nella storiografia di Bloch sono due forze vive che collaborano fra di loro per dare vita alla verità, in un processo nel quale lo storico deve essere capace di muoversi con abilità fra le due parti. 

La lezione di Bloch ci permette di capire allora quanto lo studio del passato possa divenire fondamentale per correggere le storture del presente: la ricerca storiografica diviene così alleata della democrazia e strumento indispensabile per mantenerla in forza. Per questo, è inaccettabile che ancora oggi la ricerca storiografica sul periodo degli Anni di Piombo debba costantemente con il muro di gomma innalzato dal Segreto di Stato, che ancora oggi impedisce al nostro paese di riuscire ad affrontare con successo i demoni che costellano il suo recente passato.

 

Il “muro di gomma” che ancora non cede

La legge che regola l’utilizzo del segreto di Stato nel nostro paese è la 801/1977. L’articolo 12 dichiara: Sono coperti dal segreto di Stato gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui diffusione sia idonea a recar danno alla integrità dello Stato democratico, anche in relazione ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento, al libero esercizio delle funzioni degli organi costituzionali, alla indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con essi, alla preparazione e alla difesa militare dello Stato.” Come è possibile osservare, la ratio tramite la quale la legge è stata concepita risulta corretta: il Segreto deve essere considerato un’arma decisiva per la difesa dell’integrità dell’istituzione statale, tanto potente quanto da usare solo nei casi di estrema necessità. Eppure, molto spesso è sembrato che dietro a questa ratio corretta si sia celato un utilizzo scorretto da parte della istituzioni italiane, che hanno deciso di sfruttare questa possibilità per nascondere le proprie nefandezze e far tacere la verità per sempre. In questo senso, non aiutano certamente le difficoltà riscontrate nel muoversi all’interno del quadro legislativo che regola questo fenomeno. Uno dei campi più criptici riguarda certamente la questione della differenza fra la classificazione di segretezza e il segreto di stato di stato vero e proprio: due categorie differenti che comportano due sistemi differenti di desecretazione. La desecretazione degli atti governativi diviene così un labirinto complesso dentro cui è estremamente facile perdersi senza esser dotati di una buona conoscenza burocratica-legislativa a sostegno. Una semplificazione del processo legislativo permetterebbe di rendere la procedura più trasparente e comprensibile, in maniera tale da rendere più limpido il rapporto fra l’istituzione statale e le parti civili chiamate in causa.

Il Governo Conte II sembrava seriamente intenzionato a muoversi con decisione in questa direzione, dicendosi a Giugno di quest’anno, in occasione del quarantennale della Strage di Ustica, pronto a lavorare per “fare luce anche su tutte le altre pagine buie che hanno segnato la storia della nostra Repubblica e su cui continuano ad aleggiare troppi misteri insoluti”. Una frase che aveva rincuorato i familiari delle vittime di una delle tragedie maggiori del periodo, che ancora oggi non sanno per quale motivo i propri cari saliti sul DC-9 dell’ITAVIA da Bologna non abbiano mai raggiunto l’aeroporto di Punta Raisi di Palermo. Una speranza immediatamente disattesa dallo stesso esecutivo Conte a soli due mesi da questa dichiarazione: tramite decisione diretta del Presidente del Consiglio, si è deciso di allungare la secretazione fino al 2029 del cosiddetto “Dossier Giovannone”, responsabile del SISMI in Libano dal 1973 al 1982. Tali documenti, la cui utilità è dibattuta all’interno della stessa associazione delle famiglie delle vittime della strage, potrebbero rivelarsi fondamentali per dare finalmente una risposta alla possibilità che l’attentato sia attribuibile al terrorismo palestinese, che sarebbe testimoniata dai cablogrammi dello stesso Giovannone che lo stesso 27 Giugno, giorno della strage, avvisava di possibili ritorsioni. Una teoria che ancora oggi poco convince la storiografia, sempre più convinta dell’esistenza effettiva del “Lodo Moro”, l’accordo con il quale l’allora ministro degli Esteri Aldo Moro promise al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di favorire i palestinesi in cambio del loro impegno a non scegliere l’Italia come obiettivo dei loro attentati dopo il terribile attentato di Fiumicino del 1973 che aveva causato la morte di 34 persone. Pur rimanendo questa la teoria seguita, l’assenza di una prova fattuale, impossibilitata dalla presenza del Segreto di Stato, rende queste affermazioni delle mere supposizioni e non delle verità storiche comprovate. In questo senso, il caso di Ustica condivide questo destino con tutte le altre grandi stragi di quel periodo, con tutte le teorie storiografiche che si fermano ad essere tali e non riescono a tramutarsi in verità fattuale a causa del muro innalzato dalla legislazione statale. L’incapacità della ricerca storica di formulare una verità riconosciuta nel corso del tempo non rappresenta solo un problema per quanto concerne il rapporto di fiducia fra lo stato, garante del Segreto, e i cittadini che cercano disperatamente la verità sui loro cari. Una ben peggiore implicazione deriva da questa difficoltà: la possibilità che gli stessi autori materiali delle stragi e i loro movimenti politici di riferimento sfruttino l’assenza di verità per distorcere la narrazione di quel periodo, forzando così un processo di revisionismo storico potenzialmente mortale per il nostro paese.

 

Il Fascismo ha continuato ad uccidere, ma secondo qualcuno è morto con Mussolini

Quando si parla di stragismo e di fatti storici sui quali incombe, nebuloso, il segreto di stato la verità storico-processuale, cioè quella che emerge da sentenze, perizie e testimonianze, deve essere l’unico riferimento di verità. La strage di Bologna è uno dei pochi e fortuiti casi in cui si sia arrivati non solo a condanne specifiche rivolte agli esecutori, ma anche all’individuazione di responsabilità politiche precise e incontrovertibili. Sempre nel caso di Bologna, fondamentale in questo senso è anche il ruolo giocato dalle associazioni dei parenti delle vittime, che si sono sempre poste in prima linea nella difesa delle risultanze processuali e, dall’altro lato, si sono schierate contro gruppi scettico-innocentisti, come riporta Benedetta Tobagi nel libro “Archivi memoria di tutti – Le fonti per la storia delle stragi e del terrorismo”. Tranne nel caso della strage di Bologna però, in quasi tutti gli altri episodi di stragismo non si è giunti a una verità processuale: per la strage di Piazza Fontana o Piazza delle Loggia a Brescia non sono stati nemmeno identificati gli esecutori materiali. 

La coltre asfissiante del segreto di Stato incombe sulla ricerca della verità processuale, ricerca nei due casi sopra citati pressoché fallita. Subentra quindi l’importanza della condivisione di una verità storica, cioè non processualmente univoca ma storicamente condivisa e comunque risultante da testimonianze e risultanze di processi.  

Quando si entra in campi minati come le stragi di Piazza Fontana, di Bologna o dell’episodio di Ustica però, le lacune di verità o informazione e l’assenza, a volte, della condivisione della verità storica possono rappresentare un grande rischio. Tale rischio è dato dal fatto che le teorie alternative alle risultanze storico-processuali, che meritano il nome di teorie proprio perché ipotesi di ricostruzione suffragate da prove sporadiche, diventino surrogati di verità. Gli effetti che questi surrogati possono provocare non sono solo confusione o disinformazione relativamente ad avvenimenti storici già caratterizzati da grande complessità, ma anche letteralmente lo spostamento di responsabilità politiche da un capo all’altro.

Uno degli esempi più lampanti e preoccupanti è quanto avvenuto durante la commissione Mitrokhin. Questa commissione, istituita nel 2002, aveva il compito di verificare le informazioni contenute nel dossier Mitrokhin, un corposo archivio contenente relazioni sulle attività illegali svolte in Italia dai servizi segreti sovietici. Il focus della commissione era inoltre indagare l’attività spionistica del KGB in Italia e le eventuali implicazioni e responsabilità politiche o amministrative. Nonostante a oggi le informazioni contenute nel dossier non siano state univocamente verificate (il contenuto è stato smentito dai servizi segreti russi mentre l’FBI e la Commissione di Intelligence e Sicurezza del parlamento britannico lo ritengono la fonte d’informazione sovietica di maggiore veridicità mai scoperta) la Commissione strumentalizzò fortemente i contenuti del Dossier. Ponendosi, addirittura, contro sentenze passate in giudicato che avevano accertato la matrice neofascista della strage di Bologna. La Commissione infatti, in una relazione sulla scomparsa in Libano dei giornalisti Toni e De Palo, ne attribuì la responsabilità a terrorismo palestinese e alla rottura del cosiddetto “Lodo Moro”. È qui riportato un estratto della relazione della Commissione Mitrokhin: 

“Italo Toni e Graziella de Palo, dunque, furono sacrificati sull’altare dei “patti inconfessabili” tra entità italiane e terrorismo palestinese. È proprio per coprire e tutelare questi “accordi” che i vertici del nostro servizio segreto militare furono costretti a creare una vera e propria “pista alias” che, attraverso un gioco di specchi duplicanti, doveva determinare (semmai gli inquirenti avessero rivolto le loro attenzioni in quella direzione) la deviazione dell’inchiesta in un luogo e su contesti opposti e speculari a quelli che costituivano la verità. Questo vale per il caso dei missili di Ortona, per la strage di Bologna e per la sparizione dei due giornalisti in Libano”.

Definire, a maggior ragione da parte di una commissione parlamentare, “piste alias” sentenze passate in giudicato, condanne agli esecutori e responsabilità politiche a carico del neofascismo non è solo estremamente pericoloso, ma anche molto grave. È pericoloso non solo perché facendo ciò si cerca di aprire di nuovo uno spiraglio su possibili ricostruzioni, ma soprattutto perché addossare responsabilità di questa portata ad altre parti politiche provoca una confusione che, nel caso della strage di Bologna, non ci deve essere. Qui ci appare la gravità delle affermazioni sopra citate: narrazioni di questo tipo, che rimescolano le carte e screditano verità processuali confluiscono in ricostruzioni secondo le quali il fascismo ha cessato di esistere con la dipartita di Mussolini, e che quindi abbia anche cessato di uccidere. Ma la strage di Bologna ci dimostra tutto il contrario, e per una piena consapevolezza del passato storico italiano è fondamentale non dimenticarsene mai.

In occasione del memoriale della tragedia di Ustica e della ricorrenza della strage di Bologna si è tornato a parlare di desecretazione: tanti politici lo hanno urlato a gran voce, tra cui Giorgia Meloni, che ha lanciato un appello: “Fratelli d’Italia chiede ancora una volta al Governo e al Presidente del Consiglio Conte una scelta di verità e giustizia: la desecretazione di tutti gli atti e dei documenti che riguardano Ustica e le altre stragi italiane.” Sorge quindi un preoccupante interrogativo: questa ricerca improvvisa e appassionata della desecretazione avrà l’obiettivo di ricercare davvero la verità, o di dare maggiore maggiore credibilità a piste alternative? L’unica certezza è che esempi del genere non fanno altro che ritardare il momento nel quale il nostro paese riuscirà a sconfiggere i demoni che dominano il suo passato, come invece magistralmente fatto dalla storiografia tedesca nei confronti dei crimini del Nazismo.

 

L’esempio tedesco ci indica la via

L’Italia non è certo la sola a dover affrontare un passato controverso e per rendersi conto di questo basta rivolgere lo sguardo al nostro continente che abbonda di storie nazionali dalla trama disomogenea, ricca di luci quanto di ombre. Tuttavia, ciò che ha maggiormente importanza è, dopotutto, il modo in cui si è scelto di narrare e fronteggiare i propri demoni, non solo a livello storiografico, ma anche su un piano politico, sociale e culturale. Per questa ragione è interessante guardare alla Germania che ha saputo rendere il proprio recente passato (1933-1945), a cui appartengono il nazismo e l’Olocausto con le sue indicibili atrocità, un vero monito per il presente e per il futuro. Potremmo scoprire, infatti, che l’Italia ha molto da imparare.

Prima di procedere dunque, occorre una precisazione. È noto che, dopo il processo di Norimberga (1945-6), con l’avvento della Guerra fredda, nel 1949 il territorio tedesco viene suddiviso in Repubblica Federale di Germania (RFT) a ovest, sotto il controllo degli Stati Uniti, e Repubblica democratica tedesca (RDT) a est, sotto il controllo dell’Unione Sovietica. Sulle modalità con cui quest’ultima ha affrontato il racconto del passato nazista non ci soffermeremo, poiché secondo il giudizio di molti studiosi l’impianto storiografico, interamente volto alla legittimazione del regime comunista, presentava lo status attuale come culmine di un climax ascendente ed in tale prospettiva la narrazione del periodo nazista ne emergeva distorta e poco approfondita, posta in secondo piano. 

Maggiormente articolato e complesso è invece il processo di «memoria collettiva» messo in atto dalla Repubblica Federale Tedesca. A partire dalla cancelleria di Adenauer, hanno sùbito luogo le prime mosse legislative anti-naziste con la scrittura della nuova Costituzione ed insieme il processo di «denazificazione»; inoltre, la Germania si impegna a fare ammenda ad Israele (Wiedergutmachung), riconoscendo il proprio debito. Successivamente, negli anni ’60 e ’70 con Brandt e Schmidt, la riflessione sull’Olocausto viene portata avanti dalle nuove generazioni che arrivano a definire la colpa della Germania come un «debito morale verso l’umanità». In questo periodo è fondamentale, secondo Wulf Kansteiner, la televisione: la serie «Holocaust» prodotta dalla NBC, che suscita enorme scalpore, insieme ai circa 1200 programmi di divulgazione proposti dalla Zweites Deutsches Fernsehen, canale televisivo nazionale, aiutano la popolazione tedesca a comprendere a pieno il proprio passato e a farsene carico; ciò è ben testimoniato da un sondaggio del 1951, poi ripetuto nel ’62 e nel ’67, che mostra come la percentuale di tedeschi che pensano che la Germania porti su di sé la colpa della guerra cresca dal 32% al 53% fino al 62%. Essenziale è anche il fatto che il mondo accademico e politico in primis portino avanti una instancabile ricerca del vero storico, come esemplifica il celebre discorso del presidente Weizsäcker del 1984, in cui afferma: «Abbiamo bisogno di guardare la verità dritta negli occhi, senza abbellimenti o distorsioni». Al momento dell’unificazione, nel 1990, la RFT si fa carico di smantellare l’apparato accademico della RDT e di estendere ad essa la Costituzione, nonché la sua politica culturale e sociale; il tutto è sostenuto da quella che Naumann, il primo ministro federale della cultura dai tempi della guerra, nel 2000 definisce come una cultura della memoria estesa unitariamente da est a ovest, anche grazie a numerosi memoriali e musei. È dunque proprio questa cultura della memoria così forte a permettere al popolo tedesco di sventolare nuovamente la propria bandiera, potendo intravedere in essa non solo le oscure ombre del passato, ma anche e soprattutto il nuovo volto della Germania; grazie al processo di riflessione e ammenda, il paese ha maturato una solida identità nazionale e culturale che funge da sostegno alle istituzioni, forti nel loro apparato democratico. Ad oggi, nessuno può negare le responsabilità tedesche dell’Olocausto né dare vita ad alcuna distorsione della storia che abbia un qualche seguito, perché, oltre a condanne ufficiali risalenti a Norimberga e leggi vigenti (il negazionismo, ad esempio, è illegale), semplicemente non vi sarebbe alcun terreno fertile su cui fare leva. Persino partiti di estrema destra come l’AfD spaventano poco, di fronte ad una tale coscienza storica.  

Le istituzioni italiane hanno però deciso di non seguire l’esempio tedesco per costruire una cultura della memoria nei confronti del periodo degli Anni di Piombo. D’altra parte, se è vero che dall’alto delle istituzioni tutto ancora tace, non si può dire lo stesso di chi, desideroso di verità, si è messo in ricerca e ha trovato il modo di dare voce agli interrogativi e ai tormenti di quel tempo. Vale la pena ricordare il lavoro di Sergio Zavoli in «La notte della Repubblica», programma televisivo d’inchiesta, in onda nel 1989-1990, in cui si è trattato dei più importanti eventi di quegli anni, coinvolgendo nel dibattito politici, giornalisti, giudici; o ancora, l’operato di Carlo Lucarelli in «Blu Notte», in onda tra il 1998 e il 2012, ora purtroppo cancellato dal palinsesto della Rai per «mancanza di budget», in cui si è portato avanti un meticoloso lavoro d’inchiesta sugli eventi più importanti e sui casi ancora irrisolti della nostra storia. Infine, forse ancor più emblematico è l’espressionismo popolare che proprio in quegli anni trova la sua massima forma in musica, attraverso artisti che riescono a dare voce ad intere generazioni: si ricordi La ballata del Pinelli di Pino Masi, riedita e reinterpretata numerose volte (pare che proprio da una di queste varianti sia nata l’espressione «strage di stato»), insieme a De André, che con l’album Storia di un impiegato non solo legge il suo tempo ma regala un vero e proprio manifesto di lotta anche alle generazioni successive, per finire con Patmos di Pasolini, che lui stesso definisce un «Oratorio sulla strage di Milano». 

In Italia dunque tra i parenti delle vittime, i giornalisti, gli artisti e i comuni cittadini, chi ha sete di verità non manca. A questo punto, una presa di posizione da parte dello Stato, l’individuazione di una verità storica univoca e la conseguente assunzione di tutte le responsabilità del caso non rappresentano solo un dovere etico e morale verso chi ancora soffre e attende verità, ma anche un passo essenziale per far sì che il rapporto cittadino-istituzione venga risanato, affinché possa tornare a fondarsi sulla fiducia. Fare chiarezza sul passato, come ci insegna Bloch, significa poter guardare al presente in maniera diversa e approcciarsi consapevolmente al futuro, per non ripetere gli stessi errori. 

Questo articolo, pubblicato l’8 gennaio 2021, è stato modificato il 9 dello stesso mese a causa di alcuni passaggi poco chiari che ne influenzavano l’impostazione ideologica. La modifica consiste nella aggiunta di alcune parti del saggio, non incluse nella versione riadattata precedente, e la rimozione di un paragrafo di approfondimento storiografico che ne comprometteva il messaggio.
con la collaborazione di: Matteo Boccini, Asia Mattiolo, Luis Lombardozzi, Chiara di Tommaso
Articolo di Di Luca Bagnariol, Alessandro Mason, Caterina Bertoni Gonzales, Gina Maria Marano