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BeReal, essere cool ai tempi dell’autenticità sui social

L’autenticità è essere smascherati nelle nostre debolezze. Credere che lo si possa fare con uno scatto sarebbe irragionevole. L’intenzione principale di BeReal è semplicemente prendersi meno sul serio attraverso foto senza pretese.

Il telefono vibra, sullo schermo la notifica luminosa segnala che “è l’ora di un Bereal”. È quello il momento in cui, concitati, si abbandona tutto e si combatte contro il tempo, alla ricerca dello scatto giusto da condividere sull’app. Il banner si dissolve nei pixel dello schermo, la battaglia è stata vinta: non resta altro che godersi il premio, la possibilità di spiare le vite altrui. Con il suo slogan “Your friends for real”, BeReal è un social atipico.
A guidare per anni gli utenti di Instagram nell’uso della piattaforma è stato il tentativo inconscio di riprodurre un Io privo di difetti: ciò è sfociato nella realizzazione di una realtà virtuale parallela rispetto a quella quotidiana, all’interno della quale ognuno concorre per accaparrarsi il premio simbolico di vita perfetta. Eppure, sembra che questo meccanismo si stia disinnescando nel corso del tempo. È sempre più comune imbattersi in campagne che rifiutano la performatività che sembrava dominare il mondo virtuale. La pandemia ha portato a una normalizzazione del concetto di noia, contribuendo così a promuovere l’autenticità sul web. Ciò si traduce nella creazione di nuove tendenze che spingono alla condivisione di contenuti, privi di filtri, raffiguranti le temute imperfezioni fisiche, o che mirano a sdoganare anche la complicata questione della salute mentale. Si tratta di segnali che sembrano voler trasmettere un unico importante messaggio: la perfezione non esiste. 

Il tentativo di BeReal
Per rispondere a questa nuova esigenza di ritorno alla normalità nasce BeReal, social network che ha fatto di questa necessità il suo grido di battaglia. Infatti, sembrerebbe voler promuovere tra i suoi iscritti un uso più spontaneo dei canali social, incoraggiando una rappresentazione autentica del proprio Sé. Il lancio di questa piattaforma è avvenuto nel 2020, per mano dei due informatici francesi Alexis Barreyat e Kevin Perreau. Tuttavia il social è rimasto sconosciuto ai più fino all’estate 2022, in cui si è verificato un notevole incremento delle iscrizioni alla piattaforma: a oggi conta oltre 10 milioni di download.
Il meccanismo con cui funziona BeReal è molto semplice: gli utenti ricevono una notifica al giorno, che gli consente di postare il proprio contenuto. Dal momento in cui arriva si hanno solo due minuti per pubblicare una fotografia dal doppio formato, che mostra contemporaneamente la visuale dalla fotocamera interna ed esterna del cellulare. La nostra quotidianità viene racchiusa in poco più di sei pollici: la doppia inquadratura, l’impossibilità di applicare filtri alle fotografie, il range di massimo due minuti entro cui scattare servono a produrre dei contenuti che, al contrario di quelli destinati ad altre piattaforme quali Tik Tok, sono il meno manipolabili possibili. L’applicazione permette agli utenti di pubblicare solo una volta al giorno, che potrebbe essere un aiuto per ridurre la quantità di ore passate sui social network, anche perché evita l’infinito scroll al quale ci ha abituati Instagram: non si possono vedere i contenuti degli altri se non si ha pubblicato a propria volta. L’utente così non può essere solo passivo ed è costretto a proporre scatti veritieri data l’impossibilità di caricare foto vecchie prese dalla galleria del cellulare, per cui tutto quello che viene condiviso è necessariamente fotografato sul momento.
BeReal sarebbe quindi ipoteticamente il social perfetto per scambiare attimi spontanei e non costruiti della propria giornata con i nostri amici: ha un format democratico, vuole impedire la creazione di una narrazione alternativa della realtà. Eppure è l’app stessa a dare la possibilità di non rispettare a pieno quelle che dovrebbero essere le regole per il suo utilizzo. Esiste infatti la possibilità di eliminare lo scatto e rifarlo, assieme a quella di poter postare un “late” – un BeReal in ritardo. Questo è, da una parte, un meccanismo che permette comunque di partecipare alla condivisione di contenuti nel caso in cui l’utente non abbia visto la notifica nell’immediato, dall’altra, un modo per aggirare la spontaneità del contenuto. È sempre più diffusa la tendenza di aspettare il momento più interessante della giornata per pubblicare un BeReal, contraddicendo l’intento primario del social, ovvero creare una piattaforma in cui regna l’autenticità. Si crea così un meccanismo dove la piattaforma rimane animata dall’ansia che si ha verso il giudizio degli altri, che vengono informati quando si “bara”. Si possono infatti visualizzare i minuti di ritardo con i quali si pubblica, i numeri di scatti riprovati e ulteriori notifiche ti informano delle foto che ti stai perdendo mentre non posti. L’intento di contrastare la FOMO (Fear Of Missing Out) svanisce, perché usa gli stessi meccanismi che la alimentano, incentivando la paura di essere esclusi e di star perdendo attimi importanti. Attualmente circa il 59% degli utenti social ne soffre, ed è per questo che chi li utilizza lo fa in maniera compulsiva. BeReal nasce come tentativo di limitare il consumo sfrenato di queste piattaforme, sostituendo la possibilità di creare un contenuto curato in ogni dettaglio con uno scatto non calcolato, che ha lo scopo di prendere alla sprovvista e cogliere un momento, ma il rischio è di aspettare quella notifica con ansia. Il social sembra quasi imporre l’obbligo della spontaneità, ma al contempo finisce per ingabbiarla nell’ennesimo canone.  Gli utenti sembrano postare conformandosi a delle tacite regole implicite, tant’è che chi usa il social potrebbe classificare le immagini che vede in poco più di una decina di categorie fisse. Nella home di BeReal si dispiega una carrellata di selfie bruttini e con le occhiaie, di foto alla pasta scotta, o altre bassezze quotidiane: lo scatto autentico diventa un cliché o una caricatura voluta. 

L’arte di essere cool
Il bisogno di prendersi meno sul serio sui social si è già mostrato attraverso lo shitposting e i photo-dumps su Instagram: essere cool, leggeri e sicuri di sé vuol dire postare foto apparentemente a caso e disordinate, in un carosello confuso e dall’incomprensibile senso estetico. Questo nuovo trend dipende molto dal rapporto che si ha con sé stessi: da quanto si è sicuri di sé o quanto si è indifferenti rispetto alle opinioni degli altri. David Brooks in un articolo del  “New York Times”  racconta che la parola cool vuol dire proprio questo: non provare a compiacere gli altri, restando fedeli alla propria visione. Il termine being cool però viene da una realtà storico-sociale ben precisa: nasce dalla comunità nera statunitense, significa – nella sua accezione originaria – restare impassibili rispetto alle costanti ingiustizie. L’autore sostiene che l’autenticità stia nella “dignità stoica della propria identità”, ovvero essere se stessi unapologetically, senza doversi giustificare di fronte agli altri. BeReal può aiutare a farlo tramite un gioco che ha regole uguali per tutti. Come utenti dei social si è chiamati a dare un’immagine di noi stessi: scegliamo noi cosa mettere in rete e cosa no, a quale narrazione aderire. Su Instagram è senso comune che ognuno posti la foto venuta meglio o che pensa possa dare una certa immagine, in questo modo si attraggono inevitabilmente un certo tipo di persone: si sceglie così la propria audience. BeReal non punta alla sua creazione, quanto alla narrazione di una quotidianità che ci fa riscoprire uguali, in giornate scandite dalla stessa noia.
Ma quanto è davvero possibile presentare un’immagine di sé che sia “autentica” su Internet? L’auto-rappresentazione è un fenomeno psicologico e sociale che esiste indipendentemente dai social, ma questi offrono strumenti per costruire in maniera artificiale i propri contenuti. L’elemento di controllo è ineliminabile: persino il tradirsi è in qualche modo pensato a tavolino. Si sceglie accuratamente il momento, quale lato buffo o meschino far emergere. C’è da capire, dunque, che l’autenticità non può esistere nella singolarità, ma solo in compagnia. È nella relazione con l’altro, diretta e non mediata, che la nostra immagine non può essere manipolata: sfugge l’espressione che non siamo riusciti a nascondere, la parola fuori posto. In questo senso l’autenticità è essere smascherati nelle nostre debolezze, in quelle che si nascondono per sentirsi invulnerabili, calibrando ogni dettaglio, nascondendo dietro un filtro qualsiasi difetto. Credere che lo si possa fare con uno scatto che comprende entrambe le telecamere dei nostri smartphone sarebbe irragionevole: BeReal può funzionare bene nel mostrare l’autenticità di alcuni, meno per quella di altri. Tutto dipende dalle proprie attitudini verso questa nuova interfaccia e dalle proprie abitudini sui social. Nello sfaccettato discorso del significato complesso e profondo di autenticità, non bisogna dimenticare l’intenzione principale di BeReal: prendersi meno sul serio attraverso foto senza pretese o aspettative.

Let’s be real about BeReal.

Articolo di Zoe Oogle, Lea Negroni, Davide De Gennaro e Maria Paola Pizzonia