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Nuovi venti di resistenza dalla Cisgiordania

Il 2022 è stato l'anno con più morti in Cisgiordania. Mentre continuano i raid contro nuovi gruppi armati palestinesi, Benjamin Netanyahu ha ottenuto il quinto mandato presidenziale, col supporto del leader di estrema destra Itamar Ben-Gvir.

28/11/2022

In Cisgiordania ormai si combatte una guerra su due fronti. Da un lato lo scontro è tra le forze militari israeliane e i gruppi combattenti palestinesi, dall’altro tra i coloni israeliani e i contadini palestinesi. La città di Nablus, nel nord della regione, è sconvolta dai combattimenti notturni e dai raid dell’esercito israeliano contro il nascente gruppo armato Areen al Aswad, Fossa dei Leoni.

Il quotidiano israeliano The Times of Israel parla di oltre 100 attacchi in 10 giorni per mano dei coloni, mentre dai dati riportati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) emerge che il 2022 è l’anno più mortale e violento per i palestinesi in Cisgiordania da quando le Nazioni Unite hanno iniziato a registrare le morti nel 2005. Non mancano poi i “pellegrinaggi” dei coloni scortati dalle forze militari ai luoghi sacri come la Tomba di Giuseppe, dove si è svolto l’ennesimo attacco finito in tragedia con l’uccisione del quindicenne Mahdi Hashash – a detta di Israele ucciso dall’ordigno che teneva in mano, secondo i palestinesi invece rimasto vittima dell’offensiva militare. Il ragazzo aveva preso parte ad una mobilitazione organizzata a Nablus dalla Fossa dei Leoni.

Proprio questo nuovo gruppo armato è uno dei motivi per cui diversi osservatori discutono di una possibile nuova Intifada. Nella regione settentrionale della Cisgiordania, principalmente a Ramallah e Nablus, nuovi gruppi di resistenza si sono organizzati contro l’occupazione israeliana e fra questi figurano la Fossa dei Leoni insieme alle brigate di Jenin. In generale, questi gruppi sono formati prevalentemente da ragazzi di età compresa fra i 18 e i 24 anni che hanno rapidamente abbracciato le armi per fronteggiare i coloni e i soldati dell’Israeli Defense Forces (IDF). Dal mese di marzo, infatti, è in corso l’Operazione Breakwater lanciata dall’allora governo di Naftali Bennett sulla scia degli attacchi ad alcuni locali di Tel Aviv, portando di fatto ad un’escalation di violenza. Forti della protezione dei soldati israeliani, i coloni si sentono autorizzati ad aggredire i residenti palestinesi. Talvolta i coloni e i militari cooperano fra di loro: ad esempio, lo scorso mese nel villaggio di Burin un soldato indicava ad un colono il punto in cui lanciare un lacrimogeno.

Ottobre rosso

Dall’inizio dell’Operazione Breakwater, sono stati condotti oltre 2200 raid principalmente nelle città di Jenin e Nablus, storiche roccaforti della resistenza palestinese, durante le quali sono state uccise almeno 90 persone, comprese donne e bambini. Proprio qui si sono verificati alcuni degli attacchi più vili. A maggio di quest’anno è stata assassinata Shireen Abu Akleh, giornalista di Al Jazeera, da un soldato dell’esercito israeliano. A inizio ottobre il campo profughi di Shu’afat, un quartiere di Gerusalemme Est, è stato completamente isolato dal resto della città in seguito all’uccisione di una soldatessa israeliana presso un posto di blocco eretto. I soldati dell’IDF, per rappresaglia, hanno chiuso le vie di entrata e uscita dell’intero campo per almeno una settimana, intrappolando i suoi 100mila abitanti. Studenti e studentesse sono stati costretti a rimanere a casa, le attività commerciali sono state penalizzate e anche la somministrazione di cure mediche è stata rallentata. Negli stessi giorni veniva imposta una chiusura simile anche alla città di Nablus, mettendo così a rischio la salute dei pazienti in una clinica del posto. Amnesty International, in un comunicato, ha dichiarato tali campagne di punizione collettive illegali.

Secondo l’OCHA, dall’inizio dell’anno al dieci ottobre sono state registrate 139 uccisioni di palestinesi, incluse le 51 vittime degli ultimi bombardamenti su Gaza, avvenuti ad agosto. I civili costituiscono circa il 90% delle morti: come sottolineato dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, Israele non pone alcuna differenza di trattamento fra la società civile e i gruppi di militanti palestinesi, persino i bambini possono rappresentare una “minaccia” per Israele. In questo contesto quindi si sono formati nuovi gruppi di resistenza, composti da giovani che non erano nati al tempo della Prima Intifada e che erano molto piccoli durante la Seconda. In un’intervista al Guardian, Mahmoud, un giovane di 21 anni, ha dichiarato «La nostra generazione è diversa da quella dei nostri genitori. Loro hanno dovuto abbandonare le case, erano spaventati. Hanno visto il processo di pace e forse ancora ci credono. Ma noi non crediamo che ci sarà mai pace. L’unica soluzione è lottare».

Una nuova speranza

Il processo di pace a cui si riferisce Mahmoud è quello siglato dagli accordi di Oslo del 1993, in cui veniva proposta la cosiddetta “soluzione a due Stati”, quindi il riconoscimento reciproco fra Israele e Palestina e soprattutto un piano quinquennale con cui Israele avrebbe dovuto ritirare le truppe militari dai territori occupati per garantire la formazione di un governo palestinese, l’Autorità nazionale palestinese (Anp). Fondamentalmente, gli accordi non sono mai stati rispettati perché Israele non ha mai ritirato i suoi soldati, ma al contrario continua tutt’oggi ad allargare gli insediamenti. L’Anp, dal canto suo, collabora con le autorità israeliane, come previsto dagli accordi di Oslo, per far fronte agli episodi di violenza. Ma ciò negli anni si è tramutato in una quasi totale complicità col governo israeliano, al quale permette di intervenire in quelle aree dove lo Stato ebraico non ha alcuna giurisdizione, come ad esempio a Jenin. Non meraviglia quindi perché il leader Mahmoud Abbas sia profondamente impopolare. Nonostante ciò, l’anno scorso ha rinviato le elezioni – le prime in quindici anni – accusando Israele di impedire le votazioni ai cittadini e alle cittadine di Gerusalemme Est. Una mossa da molti considerata come un modo per rimanere al potere.

La repressione e la corruzione dell’Anp hanno generato un vastissimo malcontento fra gli elettori e le elettrici mentre, più in generale, la scena politica palestinese presenta forti divisioni interne. Molti giovani ripongono pertanto le proprie speranze nella lotta armata. La caratteristica di questa nuova generazione di combattenti è quella di non prendere ordini dalle fazioni politiche tradizionali, nonostante possano sussistere dei legami con alcuni membri. Come sottolineato dall’analista politico Ismat Mansour in un’intervista ad Al Jazeera, ciò costituisce un fenomeno molto temuto dalle entità sioniste per la velocità con cui si sta diffondendo in diverse città della Cisgiordania. L’IDF ha così preso di mira diversi esponenti di queste milizie, fra cui il comandante della Fossa dei Leoni, Wadih Al Houh, il quale aveva rilasciato dichiarazioni infuocate contro l’occupazione, guadagnando così il plauso della cittadinanza. È stato ucciso due giorni dopo a Nablus nel corso di un assedio da parte delle forze armate israeliane nella quale sono state uccise altre cinque persone, di cui almeno due civili, e in cui sono stati impiegati «140 soldati, oltre ad agenti della polizia di frontiera e dell’intelligence, veicoli e droni», come scrive Michele Giorgio, corrispondente da Gerusalemme per Il Manifesto. Al funerale delle vittime hanno preso parte circa 20mila persone. Il rinnovato impegno militare dell’esercito israeliano si riflette anche nella decisione del capo di stato maggiore dell’IDF, Aviv Kochavi, che ha dato il via libera all’utilizzo di droni armati in Cisgiordania.

Il “nuovo” volto della politica israeliana: tra vecchie fiamme e nuovi amori (forse)

Le recenti elezioni parlamentari in Israele hanno decretato ufficialmente il ritorno di “Re Bibi”. Benjamin Netanyahu infatti è riuscito ad ottenere il quinto mandato presidenziale. Lo scorso primo novembre i cittadini israeliani sono stati chiamati alle urne per eleggere i 120 membri della Knesset, il parlamento monocamerale di Israele. Le elezioni hanno visto come primo partito per seggi, la formazione nazionalista liberale e di destra Likud con a capo Benjamin Netanyahu, che ha conquistato 32 seggi. Al secondo posto è arrivato, con 24 seggi, il partito centrista e laico Yesh Atid guidato da Yair Lapid, seguito dalla coalizione di estrema destra di Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, che ha ottenuto 14 seggi. Non hanno invece, per la prima volta, superato la soglia di sbarramento il partito di sinistra Meretz e il gruppo politico arabo-israeliano Balad, che ha raccolto circa il 3% di voti. Queste sono già le quinte elezioni legislative in circa tre anni: un dato per un italiano sembrerebbe quasi la normalità, ma che in realtà cela una forte precarietà e frammentazione sempre più persistente negli ultimi anni. Diverso però sembrerebbe il futuro dopo queste elezioni. La coalizione di Netanyahu ha infatti ottenuto 64 seggi e la nuova maggioranza è stata definita da molti come una delle più a destra nella storia di Israele.

Basta guardare al vero protagonista delle elezioni, Itamar Ben-Gvir, che è riuscito a passare dalla guida di un piccolo partito a leader di uno schieramento che oggi rappresenta circa il 10% degli elettori israeliani (anche se la coalizione si è scissa poco dopo le elezioni, secondo quanto stabilito dai patti pre-elettorali). In seguito ad un accordo stretto il 24 novembre con Netanyahu, Ben-Gvir ha ottenuto un posto al governo come ministro della Pubblica sicurezza. La nuova carica conferisce al neoeletto il controllo della polizia nazionale e della polizia di frontiera dislocata fra Israele e la Cisgiordania. In un discorso di circa un mese fa, il leader di estrema destra ha presentato alcune proposte tra cui garantire l’immunità da procedimenti penali a poliziotti e soldati per ogni azione compiuta in servizio. Le sue visioni sono così violente e estremiste che a causa di queste è stato esentato dal servizio militare in un Paese – Israele – dove è rigorosamente obbligatorio. Nel 1995 aveva minacciato, davanti alla televisione, l’allora primo ministro Yitzhak Rabin, a poche settimane dal suo assassinio. Tra le azioni razziste più recenti compiute da Ben-Gvir: l’ordine dato, impugnando la sua pistola, ai coloni israeliani scesi in strada nel quartiere di Sheikh Jarrah (porzione di territorio di Gerusalemme occupata), di uccidere i palestinesi.

Le reazioni internazionali ai risultati delle elezioni non si sono fatte attendere, nemmeno da parte del più grande alleato di Israele. Come riporta Al Jazeera, il portavoce del dipartimento di stato statunitense Ned Price ha definito «aberrante» la partecipazione di Ben-Gvir alle celebrazioni in ricordo del rabbino suprematista Meir Kahane e della sua organizzazione Kahane Chai, ritenuto un gruppo terrorista dagli statunitensi fino allo scorso maggio. Tutto ciò aveva pertanto provocato non poche polemiche e fin da subito hanno reso evidenti le preoccupazioni della Casa Bianca rispetto all’ascesa al potere del leader ultranazionalista, figura fin troppo bellicosa e rischiosa per gli equilibri tra i due alleati. L’ascesa di Ben-Gvir, infatti, giunge in un periodo storico in cui circa la metà di ebrei israeliani crede che gli arabi debbano essere espulsi da Israele, e ciò non acquieta sicuramente gli animi degli alleati statunitensi, nonostante le intenzioni di mantenere vivi i rapporti con Israele.

Gli elementi che rendono i prossimi mesi particolarmente delicati quindi ci sono tutti. Da un lato nuovi gruppi di resistenza armati palestinesi sono sempre più diffusi. Dall’altro, una delle maggioranze più nazionaliste di sempre al governo di Israele – nonostante le preoccupazioni degli alleati internazionali. Un innalzamento del tono dello scontro diventa quindi sempre più possibile. Non a caso molti osservatori parlano di una possibile nuova Intifada.

Articolo di Sergio Carrozza, Annalisa Prisco, Federica Carlino