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Come il COVID-19 ha cambiato il traffico internazionale di droga

Il sistema creato dalle organizzazioni criminali globali non è stato fermato dalla pandemia

Mentre il mondo è ancora impegnato a confrontarsi con la pandemia e le sue ripercussioni a livello economico, gli attori della grande criminalità organizzata stanno sfruttando l’emergenza sanitaria per proseguire i propri traffici, pur dovendo in parte reinventarsi a causa delle complicazioni dettate dalla proliferazione del COVID-19. Secondo il report del UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), il virus ha impattato diversi settori della criminalità durante l’anno 2020, limitandone l’operatività o agendo come un ‘acceleratore di dinamiche’ i cui presupposti erano già stati posti in precedenza. Questo è il caso della criminalità in rete e del contrabbando illecito di dispositivi sanitari (e.g. medicinali, mascherine e disinfettanti) che, seppur già operanti prima della pandemia, hanno beneficiato di uno sviluppo senza precedenti anche grazie alla capacità delle organizzazioni di sfruttare il momento di diffusa debolezza psicologica della popolazione globale.

 Secondo Giampaolo Musumeci, giornalista di Radio 24, la diffusione della pandemia ha infatti rappresentato un vero e proprio ‘stress test’ mondiale che ha reso più vulnerabili mercati ed utenti alle minacce della criminalità organizzata. Le restrizioni imposte dai governi nazionali, se da una parte hanno rallentato l’attività economica del mercato legale, non hanno limitato altrettanto le attività criminali. Avvantaggiati dall’improvviso aumento di restrizioni per tutti gli altri, non solo sono stati in grado di adattarsi molto più rapidamente a coprifuochi e chiusura dei confini, ma hanno anche approfittato del “gap” lasciato nel mercato dalle altre aziende. Tra i settori della criminalità colpiti, uno che ha vissuto variazioni interessanti da analizzare è quello della droga. Anche questo, come gli altri, si è ritrovato a far fronte a nuove limitazioni e opportunità e si è presto adattato, grazie alla sua natura ‘flessibile’, alle nuove dinamiche della pandemia in ogni singolo settore che caratterizza il grande sistema economico del traffico internazionale di sostanze stupefacenti.

 

Produzione

Un primo aspetto da analizzare è quello della produzione. Per meglio comprendere gli sviluppi che il COVID-19 ha portato nella produzione di droga è necessario prima avere una panoramica generale su quelli che sono, a livello internazionale, i maggiori attori statali coinvolti. Principalmente, sono i paesi che presentano istituzioni politiche, economiche e sociali più fragili a essere maggiormente protagonisti di queste attività illecite: spesso la produzione di droga rappresenta una grande percentuale del PIL e i narcotrafficanti godono di protezione politica per l’aiuto che riescono a fornire all’economia.

Ogni paese produttore è solitamente specializzato, in base alle proprie risorse naturali e tecnologiche, nella produzione di droghe specifiche. Pensiamo, ad esempio, ad alcune delle droghe più vendute e consumate a livello mondiale: eroina e cocaina. La cocaina, ottenuta dalla raffinazione della coca, è prodotta specialmente in Sud America, in paesi come Messico, Colombia, Perù e Bolivia, dove l’arbusto di Coca è in grado di crescere spontaneamente grazie al clima caldo e tropicale.

La coltivazione dell’oppio, invece, principale materia prima per la fabbricazione dell’eroina, viene praticata illecitamente in ben 50 paesi nel mondo; al contempo, solo tre paesi negli ultimi 5 anni sono stati responsabili per la produzione di ben 97% dell’oppio mondiale, con l’Afghanistan saldamente al primo posto in questa classifica con l’88% della produzione e un mercato che si estende in Europa, Vicino e Medio Oriente, Africa del sud, Asia e, in piccola percentuale, nord America e Oceania. Poste queste premesse fondamentali, possiamo ora interrogarci sull’impatto che la pandemia ha avuto sulla produzione di sostanze stupefacenti di derivazione naturale.

I due fattori che hanno maggiormente influenzato la produzione internazionale di droghe nel 2020, legati alla diffusione del virus, sono stati la diminuzione nella disponibilità di manodopera per la coltivazione e la carenza di materie prime fondamentali, spesso importate dall’estero: entrambi aspetti dovuti alle restrizioni sulla mobilità emanate dai governi in risposta all’emergenza sanitaria. Prendendo ad esempio due dei maggiori paesi produttori di cocaina ed eroina, rispettivamente Messico ed Afghanistan, possiamo analizzare l’impatto che queste restrizioni hanno comportato. Nei paesi dell’America Latina come il Messico, la Colombia e la Bolivia, specializzati nella produzione di cocaina, importanti difficoltà si sono registrate a causa della carenza di benzina, normalmente importata dai trafficanti dal Venezuela ed essenziale per la preparazione di questa tipologia di droga. Oltre a queste difficoltà, l’instabilità politica della regione,  insieme alle nuove sfide portate dal COVID-19, sembrano limitare l’abilità delle autorità statali di controllare le coltivazioni di coca, il che potrebbe portare ad un aumento della coltivazione. In generale, la crisi economica che si prospetta nei prossimi mesi rischia di aumentare la manovalanza a disposizione della criminalità organizzata, che notoriamente prospera in contesti di miseria.  

In Afghanistan, il raccolto dell’oppio avviene generalmente da marzo a giugno e l’impatto sulla produzione è stato variegato: da una parte, infatti, le restrizioni hanno causato un calo della manodopera proveniente da paesi limitrofi, che normalmente costituisce una grande porzione del totale dei coltivatori. Da questo punto di vista la chiusura dei confini con il Pakistan è stata la misura più problematica. Il calo nel numero dei lavoratori potrebbe anche essere stato dovuto, almeno in parte, dallo stesso virus; i lanciatori di papavero potrebbero aver smesso di lavorare per paura di contrarre il COVID-19. Dall’altra, proprio per supplire a questa mancanza, sono state registrate maggiori ore di lavoro nei campi da oppio da parte di donne e bambini e nuovi lanciatori sono stati reclutati per la coltivazione in seguito alla perdita del proprio lavoro durante i mesi di chiusura, a conferma delle infernali ripercussioni economiche della pandemia sulle economie meno sviluppate. Un’altra sfida, nella produzione afghana di droga, è stata quella della carenza di anidride acetica, precursore fondamentale per la produzione di eroina, che non viene prodotta in Afghanistan ma importata da altri paesi. Pur dinanzi a queste difficoltà, i principali produttori sono stati capaci di adattarsi e mantenere attiva la produzione di droga, sostenendo così l’enorme rete commerciale del traffico internazionale.

 

Macro Distribuzione

Nel vecchio continente, la maggior parte dell’eroina proviene dall’Afghanistan, e segue tre rotte principali: la ‘rotta balcanica”, che dall’Iran porta la sostanza in  Turchia e poi percorre i balcani verso l’Europa; la “rotta del sud” che dal Pakistan, fondamentale snodo di transito, distribuisce lo stupefacente nei mercati della Cina, del Sud-Est asiatico, della penisola Araba e dell’Africa; e la “rotta asiatica” che, nonostante sia meno importante, è la rotta che trasporta l’eroina attraverso l’Asia centrale per poi arrivare in Russia

Le attività di traffico più significative a livello mondiale di oppiacei non di origine afgana riguardano quelli prodotti in Myanmar, e l’eroina viene distribuita nei mercati cinesi, australiani e del sud-est asiatico, dal sud-est asiatico in India e dall’India agli Stati Uniti.

Nel nord America, però, arriva ben poca eroina proveniente dall’Oriente: il maggiore esportatore in sud America è il Messico, che rifornisce i mercati statunitensi in primo luogo, ma anche quelli canadesi e i piccoli mercati dell’America latina.

La pandemia ha influenzato fortemente sul traffico di eroina, che utilizza soprattutto i trasporti via terra, ma non quanto ha impattato sui traffici aerei di metanfetamine e altre droghe sintetiche. Le restrizioni e la chiusura dei confini hanno aumentato il rischio di intercettazioni e controlli dei veicoli, e i report dell’UNODC identificano la zona dell’Asia centrale come la più a rischio per i traffici, compromettendo sia la rotta verso l’Europa che verso il sud-est asiatico. Naturalmente, le organizzazioni criminali si sono mosse di conseguenza, utilizzando maggiormente la “rotta del sud”, spostando la merce via mare fino alle coste europee, portando aun aumento dei sequestri di eroina sulle imbarcazioni in transito nell’Oceano Indiano.

La cocaina trova i suoi maggiori centri di produzione in Perù e Colombia, e il traffico avviene in modo massiccio via mare. Le rotte più importanti attraversano l’Oceano Pacifico, verso l’Ecuador e altre zone dell’America centrale, per poi proseguire via terra verso il confine tra Messico e Stati Uniti. Secondo i report dell’ONU del 2010, l’eroina entra negli Stati Uniti attraverso soprattutto il confine sud-occidentale, che è la sezione del confine in cui viene effettuata la maggior parte dei sequestri di cocaina da parte delle autorità statunitensi. La rotta del Pacifico e, in misura minore, quella dell’Atlantico, rimangono le due principali rotte di traffico dalla Colombia al Nord America, mentre il traffico aereo e postale continua ad essere relativamente limitato. I principali punti di ingresso per il traffico di cocaina in Europa dal Sudamerica, direttamente o attraverso regioni di transito come l’Africa occidentale, rimangono Spagna, Belgio e Paesi Bassi. L’Africa occidentale, ad esempio, è un’importante area di transito per il traffico di cocaina dal Sud America all’Europa, e anche per il traffico verso l’Asia. Il traffico di cocaina verso l’Australia rimane altamente redditizio, dato il prezzo elevato della cocaina in quel paese, e il prezzo all’ingrosso è stato stimato tra 165.000 e 230.000 dollari australiani per chilogrammo (equivalenti a circa 110.000-154.000 dollari statunitensi) nel 2017 / 18.

Per quanto riguarda la cocaina, il Covid-19 sembra non aver intaccato il dinamismo dei traffici, anzi, dalle operazioni della polizia colombiana e dai sequestri nei porti europei, si può chiaramente vedere un aumento dei traffici via mare e una diminuzione di quelli via terra. In Perù, al contrario, una caduta dei prezzi della cocaina, aggiunta alla maggiore difficoltà nei traffici verso l’estero, ne ha causato una radicale diminuzione. I report dell’UNODC, evidenziano una diminuzione dei prezzi della droga nei paesi di produzione, segnale che potrebbe indicare un aumento dello stoccaggio, in risposta alla riduzione della possibilità di traffici a seguito del lockdown. Questo aumento di stoccaggio delle sostanze illegali si tramuterebbe in una sovrabbondanza di droga di alta qualità, cosa che porterebbe a una diminuzione vertiginosa dei prezzi. Questo causerebbe un pericoloso aumento del consumo di cocaina a livello mondiale.

Sicuramente, i traffici di droga che meno hanno subito ripercussioni a causa della pandemia, ma che anzi ne hanno fatto un punto di forza, sono quelli della cannabis. La produzione è ampiamente diffusa a livello globale, in sud America, soprattutto in Brasile e Giamaica, in medio oriente ed Europa dell’est. La cannabis ha la caratteristica di essere anche largamente consumata nel paese stesso in cui viene prodotta, e i traffici si dirigono verso Europa, Australia, Canada e Stati Uniti, i maggiori consumatori. Inoltre, a favorire il commercio verso il nord America è la progressiva legalizzazione della cannabis in molti stati. La richiesta di cannabis è fortemente aumentata in tutta Europa durante i mesi di lockdown, e i traffici dal medio oriente e dal nord Africa si sono intensificati, in quanto è possibile commerciare con i mercati vicini ai consumatori.

 

Microdistribuzione

La necessità di adattamento ha riguardato l’intera catena di approvvigionamento e, di conseguenza, anche lo spaccio. Oltre all’impossibilità di muoversi nelle piazze vuote, è stato il cambiamento nella domanda dei consumatori ad imporre ai clan di reinventarsi, adottando un nuovo modus operandi.

Seppur la cannabis sia spesso associata ad un consumo ricreativo, la crescita della sua domanda nel periodo del lockdown ha dimostrato che in realtà è la capacità di porre rimedio allo stress e all’ansia che stimola i consumatori – più che lo svago. Essendo poi coltivata perlopiù domesticamente, si tratta di una sostanza la cui disponibilità viene difficilmente messa alla prova. In ogni caso, un’eventuale penuria non creerebbe danni così gravi come è avvenuto nel caso dell’eroina. L’insufficienza nel mercato di questa droga – la cui forte dipendenza mantiene sempre stabile la domanda – è stata colmata dall’utilizzo di oppioidi sintetici, in particolare di fentanil, spesso consumati in combinazione con l’alcol. 

Secondo l’UNODC, tra i paesi che hanno registrato maggiore richiesta di fentanil ci sono il Regno Unito, gli Stati Uniti, l’Italia e la Repubblica Ceca. Per quanto riguarda invece le sostanze come la cocaina, l’MDMA e le anfetamine, la cui consumazione è contestuale ad eventi di raduno, come feste e concerti, la domanda è diminuita. La chiusura di locali e discoteche ne ha infatti indebolito la richiesta, con l’eccezione di paesi quali l’Olanda e il Belgio, dove la vendita è rimasta perlopiù invariata. Per soddisfare questa nuova domanda, i clan hanno agito su due piani: il primo è lo spaccio, garante di guadagno immediato, e il secondo è l’usura, che ha permesso di spianare la strada per il riciclaggio. Mentre a Maggio l’UNOCD osservava che la consegna via posta di droghe, precedentemente ordinate sul darknet, rappresentava solo lo 0,2 % della vendita a dettaglio negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, durante il lockdown il rifornimento online è aumentato. Ciò deriva soprattutto dall’incremento di sistemi crittografati che permettono i cosiddetti “dead drops” – nati nell’Est Europa e importati in Belgio e Regno Unito – tramite i quali l’acquirente paga la somma del prodotto e riceve via social o sms la posizione per ritirarlo. Un caso emblematico di vendita online è la piattaforma Hydra, uno dei più grandi mercati del darknet, che nella Federazione Russa ha gestito gran parte della distribuzione di droghe.

Tuttavia lo spaccio interpersonale non è scomparso definitivamente, anzi, è più presente di quanto sembri. Il rapporto dell’UNOCD spiega che in Macedonia ma anche nel Regno Unito – e quindi si può supporre in Europa – gli spacciatori abbiano vestito i panni di fattorini e in alcuni casi di personale sanitario, per evitare di essere contratti dalla polizia durante le operazioni di vendita. In alcuni casi si limitano a portare a spasso il cane per incontrare l’acquirente, in altri invece adottano strategie più complesse come la consegna via posta di farmaci e dispositivi di sicurezza anti-covid per assicurare maggiore flessibilità ai controlli. Il questore di Taranto Giuseppe Bellassai ha spiegato che la criminalità ha intensificato soprattutto la vendita di stupefacenti perché si tratta di un’attività che non richiede un “costante e capillare controllo del territorio” e quindi meno “presenza e visibilità che mettono a rischio gli uomini del clan”. Infatti, pur essendoci le dovute eccezioni, nella maggior parte dei casi chi spaccia è un soggetto in grado di garantire un buon pubblico acquirente, una persona che conosce e frequenta le piazze – un ragazzino. Come evidenzia l’articolo di Antonio Fraschilla e Carlo Tecce su L’Espresso, gli studenti dei quartieri più fragili delle città sono particolarmente esposti al reclutamento mafioso. Spesso demotivati dalla mancanza di dispositivi necessari per svolgere la DAD, e dovendo condividere un’atmosfera familiare di crisi, i giovani lasciano la scuola e si danno a qualche lavoretto. Una prof.ssa di Caivano in provincia di Napoli spiega che iniziano scaricando “merce, frutta, carni e verdure” per poi ritrovarsi in situazioni sempre più critiche, come rapine e sparatorie, senza riuscire a uscirne più. Ma la pressione dei clan pesa in primis sulle spalle dei genitori. Come già accennato, la mafia si dedica profondamento anche all’usura, che condanna ormai qualunque tipo di commercio, dai ristoranti alle imprese agricole. Nicola Gratteri – procuratore capo del primo maxi processo alla ‘ndrangheta “Rinascita Scott” – sostiene che la mafia agisce tale e quale a El Chapo. Vestendo i panni del benefattore tramite prestiti vantaggiosi a breve termine, la criminalità organizzata colma apparentemente l’assenza dello Stato e acquista “consenso sociale” per poi poter dettare le proprie regole. Nel caso dell’usura, per trasformare i commerci in punti di riciclaggio. 

 

Articolo di Pauline Gaetano,Caterina Bertoni Gonzales, Gaia Buono e Livia Vanella