Dall’alba al tramonto

E’ dura fare il ramadan quando a nessun altro importa

08/06/2021

Primi giorni di Ramadan: Yagmur è l’unica a provare il digiuno durante il giorno in una casa piena di dolci, profumi, spaghetti e domande indiscrete come «Cosa ci guadagna Allah se mangiate solo dopo il tramonto?». Stremata, con il supporto del papà decide di terminare – solo per quel momento – il suo digiuno ed allora mangia la prima cosa che trova in frigo, rendendosi conto solo dopo che è… carne di maiale.

Questa è la trama di Kebab For Breakfast, famosissima serie tedesca del 2007 che racconta le simpatie e le difficoltà che 2 famiglie, una turca ed una tedesca, riscontrano nel vivere insieme. L’episodio della prima stagione  E’ dura seguire il Ramadan tratta proprio della difficoltà di astensione in una città a prevalenza laica. Il Ramadan, nono mese del calendario lunare, di fatti, è un periodo in cui i musulmani devono osservare, dall’aurora al tramonto, l’astinenza fisica e spirituale. L’etimo della parola riporta che Ramadan derivi da Ramad ovvero ardente, secondo questa etimologia come la terra nei mesi caldi brucia così questo mese brucia i peccati. La storia di Yagmur, per quanto simpatica e trattata con leggerezza, ha poco di inventato: fare il Ramadan quando a nessun altro intorno sembra importare è difficilissimo.

In Campania, secondo i dati dell’ISMU – Iniziative e studi sulla multietnicità -, i musulmani residenti nel 2017 erano circa 59.000, ponendosi all’ottavo posto in una classifica con la Lombardia al primo con 360000 musulmani residenti. Nonostante il numero in costante crescita, è facile capire che a fronte dei quasi 6 milioni di abitanti campani la comunità islamica costituisca una minoranza. Nel caso di Napoli, soprattutto, si parla di 28000 fedeli a fronte di 3 milioni di abitanti. Fare il Ramadan in questa città è difficilissimo, come ci raccontano Mardhia, Rosanna Maryam ed Alì. 

 

Mardhia


Mardhia lo conferma raccontandoci com’è stato per lei. «Sin da piccola ho sofferto l’essere musulmana praticante in un piccolo paese di provincia dove sono stata vittima di discriminazioni per il solo fatto di essere quello che sono».
La pandemia non ha ovviamente aiutato, «durante il Ramadan è essenziale fare del bene in tutti i modi possibili e se prima ci riunivamo la sera per mangiare insieme, anche con chinon è musulmano, ora non è stato possibile». Il Ramadan non è solo digiuno e soprattutto non è un digiuno senza motivo: solo con la rinuncia si può capire e condividere la sofferenza altrui.

Mardhia, che ha contratto il Covid proprio durante il periodo del ramadan e che non ha potuto rispettarlo completamente per le cure, vuole recuperare i giorni quando sarà negativa. «Se fossi stata bene avrei almeno condiviso del cibo con i miei vicini di casa, per ricordare un po’ come sarebbe stato in Tunisia, ma non ho potuto».

I felici momenti con tutti i parenti e i vicini sono quindi diventati privati e condivisibili soltanto con il papà, «appena svegli, prima dell’alba, preparavamo mandorle, yogurt, e pasta di datteri per essere pronti al digiuno e alle preghiere, che purtroppo non arriva con il richiamo dell’Adhan ma dall’app Muslim pro che ho dovuto scaricare».



Rosanna Maryam


Il ramadan oltre ad essere uno dei cinque pilastri della religione dell’Islam, è anche un momento di socialità e scambio. Quella che ad alcuni occhi appare come privazione in realtà per qualcuno può caratterizzarsi come un grande arricchimento, l’astensione risulta così un’opportunità per godere e apprezzare i piccoli momenti della vita che spesso vengono dimenticati. Nella società del ventunesimo secolo che presuppone un ritmo frenetico, sincopato, il Ramadan dà finalmente la possibilità di fermarsi.

Rosanna Maryam, che vive in provincia di Avellino con la sua famiglia, nonostante stesse bene racconta una storia simile. «Negli ultimi anni l’esperienza è cambiata relativamente poco perché dove vivo non esiste una comunità islamica. Non ho mai avuto la possibilità di recarmi in un luogo di preghiera per le adorazioni serali di Ramadan. Dal punto di vista della riflessione e della purificazione del corpo e dello spirito, potrei anche azzardarmi a dire che viverlo stando in casa è stato più semplice». Quello che le manca, però, è il momento della festa per la fine: «alla fine del Ramadan per la Festa della Rottura del digiuno ero solita andare a Napoli per celebrare il momento insieme alle mie amiche per pregare, bere caffè e mangiare dolci halal».

 

Alì



C’è chi, invece, ha aspettato la fine del Ramadan –ʿīd al-fiṭr e dopo il tramonto dell’atteso mercoledì 12 Maggio è pronto a festeggiare. È il caso di Alì, ragazzo musulmano arrivato in Italia dal Gambia all’età di 15 anni, dopo un viaggio che n’è durati ben quattro, durante il quale ci racconta di aver perso il fratello e la madre, di cui porta l’anello. Lo andiamo a trovare nella comunità dove vive e lavora; è accogliente, ci fa sentire immediatamente ben accetti e decide di invitarci a cena. Nell’attesa delle pizze iniziamo a fargli alcune domande. «Da quanto fai il Ramadan?» chiediamo, per rompere il ghiaccio «Da sempre, ero un bambino, alla fine è un evento sociale». Ci risponde sorridendo e continua dicendo: «Cresci vedendo la tua famiglia, tutte le persone che conosci fare il Ramadan che per te che ancora non lo fai, farlo diventa un desiderio, un rito di passaggio all’età adulta. Ti viene naturale crescendo, magari all’inizio lo fai in maniera un po’ superficiale, verso ora di pranzo mangi, poi ti abitui e inizi a seguirlo veramente». Capiamo ben presto che l’infanzia di Alì non è quella che siamo abituati a immaginarci. Lui la racconta con estrema spensieratezza. Ci dice che fino agli undici anni ha vissuto in Gambia con la famiglia e con la sua scimmietta, sottolinea il legame che li univa e ci lascia intuire la malinconia che ha provato quando ha dovuto lasciarla lì.

Suona il campanello, è la cena. Addentando un trancio di pizza gli chiediamo come sia andato questo Ramadan. «Ora che mangiamo la pizza, benissimo!» risponde. Passa qualche secondo e facendosi serio aggiunge «Quest’anno non sono stato molto bravo, a volte ho mangiato prima del tramonto» – sospira – «recupererò». Ci spiega poi che si possono recuperare i giorni persi, basta farlo prima del successivo Ramadan; dal suo sguardo intuiamo che non è felice di aver trasgredito, i suoi occhi lasciano trasparire un lieve disappunto come se trascurando il digiuno avesse trascurato anche un po’ sé stesso.

Alì è un attivista, uno scrittore, un attore, e nonostante i suoi 23 anni sembra essere più maturo. Ci consegna la sua storia con fare quasi profetico. Stavolta ci racconta del percorso fatto per arrivare in Italia, il saluto in Senegal con la madre, l’esperienza nei campi libici, fino all’arrivo a Matera. Rivela la difficoltà nell’assorbire una struttura linguistica così diversa dalla sua, nonostante Alì sia poliglotta e parli innumerevoli lingue.

L’idea che in lui convivano due diverse culture ci fa sorgere spontanea la domanda «è più difficile rispettare il Ramadan qui che in Gambia?». Guardandoci divertito risponde «Qui è molto più difficile, i ritmi sono diversi, intorno a te vedi molte persone che fanno tutto ciò che non potresti fare, sei molto più tentato, la socialità è importante per riuscire a seguirlo diligentemente». Continua «Durante il Ramadan non devi ascoltare musica, non devi guardare le donne – e se lo fai devi guardarle solo come guardi tua mamma–, non devi bere, non devi dare baci (nemmeno dopo il tramonto) ed è molto più difficile farlo qui quando lo fai da solo. Prendi per esempio la musica: in giro c’è sempre musica, a tutte le ore, come fai a non ascoltarla? Lo stesso con il cibo, il lavoro». I suoi occhi si spostano verso Mula, suo amico e coinquilino, che nel frattempo si è seduto in tavola con noi «Ad esempio Mula, lavora in un ristorante, è sempre tentato. Non può nemmeno dire parolacce, ed in cucina è difficilissimo». Ci scappa una risata, ma in breve ritorniamo seri e riprendiamo ad ascoltare Alì «Io qui ho fatto un Ramadan andando nei campi a lavorare, e non potevo bere. Tornato a casa, non mi andava nemmeno di mangiare o fare festa, volevo solo dormire».

Chiarisce immediatamente che in casi legati alla salute, come l’influenza o il ciclo mestruale, ovviamente si può bere e mangiare perché il corpo necessita di un sostentamento maggiore. Conclude «Il Ramadan è un mese di purificazione, ed è un mese in cui ci si purifica da tutto. Si può fare tutto quello che si vuole per 11 mesi, perché non dedicare un solo mese dell’anno a sé stessi e al nostro corpo?».

Il fatto che sia lui a porci domande, ci lascia per un secondo tralasciare il motivo del nostro incontro e finiamo così per approfondire ancora un po’ la sua storia che si sposta dal tema della partenza a quello del ritorno. Il primo rientro in Gambia di Alì risale al 2018, rimaniamo sorpresi nello scoprire che è raccontato nel documentario Rai Radici. Senza esitare Alì accende il computer e lo mette come sottofondo. Sottolineata l’assurdità di aver compiuto quel viaggio acquistando un semplice biglietto, dopo tutto quello che è significato arrivare qui, ci rendiamo conto di aver ancora fame e mandiamo in spedizione due dei nostri per andare a prendere altre pizze. Alì ci confessa che avrebbe preferito un piatto di soupa canja o almeno una porzione di benachin, promettendo di farcele assaggiare in una futura cena.

Nell’attesa ritorniamo seri e chiediamo quali siano i benefici del Ramadan. «lo farei anche da non musulmano» esclama con fierezza «Stai molto bene, i primi giorni è ovviamente difficile e sei stanco ma poi ti abitui ed allora inizi a sentire tutti i benefici». Successivamente mette in chiaro che non si arriva mai al consumo totale delle energie, e che anzi il corpo, non impegnato nella digestione, sente di averne di più. Divertito arriva a dirci che mangiando dalle 20 fino alle 3 del mattino si finisce per saziarsi anche di più del normale.

Uno sguardo distratto al computer sposta il focus del racconto nuovamente su Alì. La scena che vediamo è quella di una schiera di bambini avvinghiati a lui, sono i suoi sette nipoti – una squadra di calcio suggeriamo noi, una compagnia teatrale spera lui – che lo vedono per la prima volta. Non ci sorprende che l’atmosfera diventi immediatamente più emotiva, Alì è molto fiero delle sue radici e sembra volerlo sottolineare anche quando mette il brano Le radici ca tieni, che ci fa ascoltare mentre non si trattiene dal cantarlo. La sua sincerità spiazzante ci lascia sospesi tra l’ammirazione e la commozione.

Un flashback lo riporta a quando festeggiava l’arrivo del tramonto durante il Ramadan da bambino. Ricorda di quando correva con tutti i suoi amici infastidendo i vicini: «Sono momenti davvero di festa e di unione, un po’ come quando si festeggia il Natale» – si interrompe per poco e poi prosegue – «E dopo, quando si torna seri, si prega tutti insieme. E’ un momento davvero importante. Poi la festa riparte e spesso non si dorme, si va a dormire direttamente all’alba».

L’orologio ci ricorda che è quasi ora di tornare a casa ma fortunatamente abbiamo ancora tempo per un’ultima domanda, che a questo punto è doverosa.

«Come avresti festeggiato stasera se fossi stato in Gambia?», gli chiediamo, pronti ad ascoltare dei racconti che avevamo così idealizzato da avere paura risultassero stereotipi. Alì rispetta totalmente le aspettative: «In Gambia sarebbe stato bellissimo: tutti preparati a festa e vestiti colorati ad ascoltare musica, abbracciarci, ballare insieme» risponde «Un po’ come dopo il lockdown per il Coronavirus: quando siamo usciti dalla prima quarantena eravamo tutti felici, volevamo stare sempre insieme e apprezzavamo molto di più le piccole cose del quotidiano.

Il mese del Ramadan è un po’ la stessa cosa, ti ricorda quant’è bello quello che fai ogni giorno ed allora quella sera sei pronto a fare una grandissima festa. All’inizio del lockdown era tutto un “Mannaggia come faccio”, ricordate?, ci chiede, e continua  con «Ma poi ti abitui, aspetti, ed il primo giorno in cui è tutto di nuovo normale è divertentissimo. Anche il semplice baciare sulle labbra tua moglie dopo un’intera giornata senza averlo potuto fare dà a quel bacio un gusto diverso, e ti fa capire quanto queste cose siano importanti».

Articolo di Ludovica Crescente, Elisabetta Picariello, Giulia Renzi e Geremia Trinchese Foto di Matteo Magnoni