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Didattica nell’onlife e apartheid digitale

08/05/2020

Le osservazioni di questo articolo traggono spunto da un progetto finanziato dalla Regione Toscana intitolato “VOCI – Visioni e azioni intercOnnesse Contro le Intolleranze e il discorso d’odio”, che ha permesso all’autrice Vera Gheno di incontrare, tra novembre 2019 e febbraio 2020, studenti di 77 classi dell’area fiorentina, dalla seconda media alla seconda superiore, e di fare assieme a loro una vera e propria riflessione sul digitale. Vera Gheno è una sociolinguista specializzata in comunicazione digitale e traduttrice dall’ungherese che ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca. Attualmente lavora con la casa editrice Zanichelli e insegna come docente a contratto all’Università di Firenze e alla LUMSA a Roma. Ha inoltre all’attivo diverse pubblicazioni, tra cui: Potere alle parole. Perché usarle meglio (Einaudi, 2019), Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole (EffeQu, 2019) e Parole contro la paura (Longanesi, 2020).

Sui nativi digitali e sul loro rapporto con l’online, compresa la didattica a distanza, si stanno producendo moltissime riflessioni; vorrei qui illustrare il mio punto di vista derivante non tanto dalla mia “doppia natura” di docente universitaria (impegnata, per l’appunto, nella DAD), nonché madre single di una ragazzina di dodici anni, che frequenta la seconda media (che rientra tra i fortunati che fanno lezioni telematiche regolarmente dal lunedì al venerdì). Piuttosto, vorrei soffermarmi su un progetto che ho avuto modo di realizzare in una selezione di scuole fiorentine grazie alle biblioteche del Comune di Firenze. Il progetto, finanziato dalla Regione Toscana e chiamato VOCI. Visioni e azioni intercOnnesse Contro le Intolleranze e il discorso d’odio, mi ha portata, dal 15 ottobre 2019 alla fine di febbraio 2020, in 77 classi fiorentine, della fascia che va dalla seconda media alla seconda superiore, a parlare di digitale. La matrice del progetto era quella del contrasto ai discorsi d’odio e al cyberbullismo, e questo è stato il punto di partenza degli incontri, ma la riflessione è stata poi allargata anche a molti altri contesti di quella che Luciano Floridi chiama, in maniera molto icastica, onlife.

Avendo a disposizione due incontri per classe, durante il primo ho parlato prevalentemente io; in vista del secondo, ho chiesto agli alunni di preparare delle riflessioni sul tema “io e il digitale”, da declinare in completa libertà: fumetti, disegni, poster, registrazioni su TikTok, storie su Instagram, mini-video, canzoni, poesie, microconferenze, sketch teatrali, da soli o a gruppi. L’intento era proprio quello di vedere come le considerazioni fatte nel primo incontro potessero stimolare i ragazzi a “tirare fuori” la loro voce nel secondo.

Per prima cosa, occorre contestualizzare l’iniziativa: sono anni che, sia a livello nazionale sia locale, a scuola come in azienda, vengono proposti percorsi, seminari, incontri e lezioni sul tema del contrasto all’odio, soprattutto nella sua declinazione in rete. Nominerò solo uno dei progetti più di successo, al cui lancio avevo, temporibus illis, partecipato: il Manifesto per una comunicazione non ostile a cura dell’associazione Parole O_Stili: stilato da un folto gruppo di “abitanti della Rete”, comunicatori professionisti, influencer e semplici appassionati del digitale nel 2016, il Manifesto è ancora adesso uno dei maggiori progetti in circolazione, nelle sue numerose declinazioni (per lo sport, per la politica…); accanto a esso, nel corso degli anni si sono moltiplicate iniziative di educazione e di riflessione digitale, rivolte soprattutto, anche se non in via esclusiva, alle scuole. E questa moltiplicazione di progetti è un ottimo segno, perché significa che l’esistenza di una “questione digitale” è stata recepita anche nella dimensione scolastica, tradizionalmente renitente alle innovazioni. Meno positivo è, secondo me, che ancora adesso la maggior parte dei progetti digitali si soffermi su ciò che non funziona, sulla “parte cattiva” del digitale. In generale l’online, almeno fino a questa emergenza, era visto tendenzialmente come distrazione, fattore di rischio, possibile causa di dipendenze, “luogo” in cui si manifesta il cyberbullismo e così via. E così, a mio avviso, si finisce per affrontare il discorso digitale perlopiù in maniera difensiva, passivizzante, quando in realtà è possibile influire sulla qualità della propria presenza in rete in prima persona.

Nel 2018, proprio partendo da questa convinzione, avevo scritto, assieme a Bruno Mastroianni, il volume “Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello” (Longanesi): in esso mettevamo a frutto l’esperienza di alcuni anni di lezioni in giro per le scuole italiane, lezioni durante le quali avevamo formulato l’idea che rispetto al rapporto dei ragazzi con il digitale non si potesse e non si dovesse continuare a parlare solamente della pars destruens, ma che ci fosse anche bisogno di una pars construens. Nel libro, tratteggiavamo la nostra via per vivere “felici e connessi”, concetto che ho ripreso nel 2019 in un articolo scritto per Micromega “Felici e connessi. Per un’alfabetizzazione digitale nelle scuole”. Non perché non occorra parlare dei pericoli della rete, ma perché appiattire tutta la narrazione della rete – e la conseguente formazione sul digitale – sulla parte disfunzionale era ed è, a mio avviso, sciocco e limitante. È anche la cosa più facile da fare, perché da sempre è più immediato dire che cosa non bisogna fare piuttosto che proporre soluzioni. Per inciso, sia il libro sia l’articolo hanno riscosso un certo successo, ma anche suscitato numerosissime critiche. Le più interessanti sono quelle che ci accusano di non conoscere la realtà delle scuole italiane; e dato che entrambi gli scritti nascono da una ricca serie di esperienze sul campo, la critica suona particolarmente interessante.

Insomma, il mio punto di partenza nell’impostare i miei interventi al progetto VOCI (un totale di 144 incontri di due ore l’uno) era il desiderio di cercare una formula diversa dall’approccio tipicamente giudicante, provando a partire da un contatto diretto con gli studenti. Segue, qui, un breve resoconto di quanto ho percepito e recepito durante gli incontri.

Intanto, entrando nel dettaglio, ho avuto a che fare con seconde e terze medie e con prime e seconde superiori, sparse abbastanza uniformemente nei vari quartieri di Firenze, sia più agiati sia più “popolari”, se così vogliamo chiamarli (Isolotto, Novoli, Rifredi, Statuto, Cure, Campo di Marte, Gavinana, Porta Romana, San Frediano e la frazione del Galluzzo). Generalmente, sono stata in scuole pubbliche, anche se non è mancato un intervento in un istituto privato; per quanto riguarda le scuole superiori, le classi erano di liceo classico, scientifico, artistico ma anche di alcuni istituti tecnici. Gli studenti, dunque, erano eterogenei sia come età (dai dodici ai diciassette anni), sia come provenienza sociale. Praticamente in ogni classe era presente almeno uno studente con bisogni educativi speciali (BES): fornisco questo particolare soprattutto perché in alcuni casi ha avuto delle ricadute dirette sia sulla qualità del mio intervento che sulla risposta da parte dei discenti. Era previsto che uno dei due incontri venisse svolto in biblioteca: uno degli scopi del Progetto era anche quello di favorire l’integrazione delle biblioteche con il territorio urbano e sociale circostante. Sottolineo che il progetto è stato proposto alle scuole, e che l’adesione era libera e volontaria, il che dovrebbe aver favorito la partecipazione dei soli interessati. Purtroppo non è sempre stato così.

Premetto una cosa: qualsiasi intervento extracurricolare funziona meglio se i docenti coinvolti collaborano. Questo non accade sempre: in alcuni casi, rincresce dirlo, i docenti hanno dato un esempio men che ottimale distraendosi, giochicchiando a loro volta con il cellulare, a volte “abbandonando” la classe; mi è capitato di entrare in aule dove non mi aspettavano – qualcuno si era dimenticato di avvisare il o la docente della mia venuta – oppure di ritrovarmi con studenti che non avevano la minima idea di cosa fossi andata a fare da loro. Questo, in diversi casi, ha reso difficile l’interazione, almeno in una sua prima fase. In un unico caso, di fronte alla completa mancanza di cooperazione sia da parte del docente che degli studenti, me ne sono andata senza finire l’intervento, perché ho ritenuto che non ci fossero gli estremi per procedere. Dove, invece, il o la docente aveva preparato gli studenti all’incontro, magari prendendo poi attivamente parte alla lezione, ho ottenuto risultati più incisivi, a mio avviso.

In ogni caso, al di là delle varie situazioni, ogni primo incontro ha presentato una costante: l’iniziale disinteresse degli studenti, sospettosi di fronte all’arrivo dell’“esperta di cyberbullismo”. Questo a me dà l’idea che molti studenti non ne possano più di parlare sempre e solo di cyberbullismo, per un motivo secondo me semplice: è un fenomeno tremendo, e che è giusto combattere, ma coinvolge direttamente solo una piccola percentuale di loro; ed evidentemente l’idea di passare altre quattro ore con “l’esperta” a parlarne li mal dispone. Di conseguenza, il primo compito è stato quasi sempre quello di convincerli che non avremmo parlato solamente di quel tema o di linguaggio dell’odio. Per questo, mi sono sempre presentata mettendo al centro il fatto di essere un’abitante felice della rete da moltissimo tempo (un quarto di secolo!), concordando con loro che effettivamente si parla sin troppo di ciò che non funziona, ma raramente ci si interroga su come far funzionare la vita nell’iperconnessione.

Una delle prime domande che ho fatto a ogni classe ha riguardato il possesso del cellulare. Ebbene, dei circa duemila studenti che ho incontrato, 35 hanno dichiarato di non avere il cellulare; la maggior parte, per ragioni contingenti (lo avevano rotto, perso o gli era stato requisito come punizione); solo 5 persone (su duemila!) hanno dichiarato di non possederlo per ragioni ideologiche personali o, più spesso, dei genitori. Nella maggioranza delle scuole la prassi prevede che il cellulare o venga requisito all’inizio della giornata oppure chiuso nell’armadio prima di ogni singola lezione; solo in pochi casi ho avuto a che fare con classi in cui i docenti tentavano qualche esperimento di didattica mista, impiegando il cellulare per alcuni compiti da svolgere in aula. Questo dato mi colpisce particolarmente, perché mi appare schizofrenico: il cellulare è il dispositivo più comunemente posseduto dalla fascia anagrafica in oggetto, eppure la scuola, almeno fino all’attuale pandemia, l’ha considerato solo un problema, un fastidio, con molti plessi che addirittura si facevano vanto di essere “decellularizzati”. Ritengo che questa sia una misura vagamente miope, e che sarebbe molto più utile lavorare sul concetto di BYOD, bring your own device, dato che il cellulare è in assoluto il dispositivo più comunemente posseduto dai ragazzi in età scolare.

La seconda domanda ha riguardato i social frequentati o, allargando il campo, le attività ricorrenti online. In maniera congrua alle attese, gli utenti di Facebook sono rarissimi; la maggioranza dei ragazzi sta su Instagram (ivi compresi gli under 14, che legalmente non potrebbero); i giovanissimi, dodicenni e tredicenni, popolano in massa TikTok, ma l’entusiasmo scema prima dei quattordici anni. Le ragazze rimangono su TikTok più a lungo dei maschi, ma alle superiori la percentuale di frequentatori cala in maniera sostenuta e il giudizio quasi unanime nei confronti di questo social è che sia troppo “bimbominkia”, o meglio, come mi hanno detto molti ragazzi, “è cringe”, cioè imbarazzante, nel loro gergo. Per la messaggistica istantanea, quasi tutti usano WhatsApp (con il placet dei propri genitori: spesso, è uno dei canali preferenziali per le comunicazioni genitore-figlio, ma anche docente-alunno; anche se i genitori sono tristemente abituati a non ricevere risposta e a controllare, grazie alle spunte blu, se il messaggio è almeno stato letto). Alcuni usano, per la messaggistica istantanea, anche Snapchat. Praticamente tutti frequentano Youtube con profili propri, in modo da poter interagire con gli youtuber e, in alcuni casi, anche produrre contenuti. Ci sono poi i gamer, esperti di vari giochi (Fortnite e Minecraft, ma anche FIFA Soccer e altri giochi sportivi) e che più degli altri frequentano la piattaforma Twitch sulla quale si incontrano per fare delle live, cioè dei momenti di aggregazione in cui qualcuno gioca e commenta e altri guardano e interagiscono. La maggior parte dei ragazzi non possiede un computer; molti usano quello dei genitori; fanno eccezione i gamer che, dato il loro interesse predominante, tendono a possedere un personal computer apposta per il gioco. La frequentazione della rete da parte dei ragazzi da me incontrati è prevalentemente tramite app. Il concetto di cosa sia esattamente internet, del suo funzionamento o della sua infrastruttura tecnica è assai poco noto. Per loro, la connessione è davvero qualcosa che sta “tutto intorno a te”, come declamava soavemente Megan Gale negli spot Omnitel ormai più di vent’anni fa, e non certo un luogo in cui entrare, metafora spaziale alla quale è molto legata la mia generazione, innamorata dei cowboy del cyberspazio descritti nei libri di William Gibson.

Durante questa parte del dialogo, sono emersi i primi dati per me rilevanti. I ragazzi non sono abituati a entrare così nel dettaglio rispetto a ciò che fanno online per il semplice motivo che ritengono che la maggior parte dei loro interlocutori adulti nemmeno comprenda bene di cosa si stia parlando. Una volta che hanno compreso che sono a mia volta una frequentante della rete, hanno iniziato ad aprirsi al dialogo.

E qui è emersa una circostanza molto diffusa e preoccupante: la maggior parte di queste attività viene svolta all’oscuro dei propri genitori, che “non capirebbero”, a detta loro. Moltissimi ragazzi hanno un profilo Instagram di cui la famiglia non sa nulla, e tra coloro ai quali sono capitati incidenti di percorso, pochi lo hanno raccontato in casa per paura di essere costretti a chiudere il profilo. Alcuni ragazzi hanno riferito di genitori che, avendo sentito “in TV” che “su Fortnite ci sono i pedofili”, hanno costretto i figli ad abbandonare il gioco, con loro grande dispiacere. Davanti a questi episodi, una buona parte dei ragazzi si abitua ad avere una sorta di “vita segreta” in rete, di cui non raccontano quasi niente in famiglia per evitare problemi. E questa opinione diffusa di avere dei genitori che né sarebbero in grado di capire le questioni di cui i ragazzi magari vorrebbero pure discutere né sono, in generale, interessati a parlare di questi argomenti, è un primo elemento che richiederebbe una riflessione approfondita. Da una parte, compriamo molto precocemente il cellulare ai nostri figli. Da un’altra, non solo guardiamo con favore a una scuola che ne vieta l’uso e quindi anche qualsiasi impiego “generativo”, ma addirittura spesso scegliamo noi stessi, in qualità di genitori, di girarci dall’altra parte rispetto a ciò che i nostri figli fanno online: dov’è che i ragazzi possono dunque imparare a vivere l’onlife in modo intelligente? Non è un caso se una delle necessità che individuavamo in “Tienilo acceso” è quella del dialogo tra generazioni; magari, iniziando dallo smettere di considerare semplice “perdita di tempo” quello che i nostri figli e i nostri alunni fanno sui loro cellulari.

Parlando di odio, violenza in rete, pericoli eccetera, i ragazzi appaiono molto informati: sanno moltissimo di cyberbullismo, di rischi legati alla privacy, di pedopornografia e di hate speech. Con un unico problema, per quanto mi riguarda: studiano questi argomenti come qualcosa di “scolastico”, in un certo senso esterno alla loro vita, alieno rispetto alle loro esperienze personali. Per esempio, non si accorgono minimamente di stare mettendo in atto dinamiche di bullismo in classe, mentre sono intenti a elencare tutte le caratteristiche “da manuale” del cyberbullismo. Questo considerare “altro da sé” tali argomenti è una spia, secondo me, dei limiti dell’educazione digitale tipicamente impartita a scuola. È come se i ragazzi si “preparassero all’interrogazione” sul digitale fornendo ai docenti ciò che i docenti vogliono sentirsi dire, ma di cui non sono minimamente convinti o con cui non si sentono affatto in relazione. I ragazzi, insomma, esibiscono una sorta di conoscenza-schermo a beneficio di noi adulti, che corrisponde esattamente a ciò che noi vogliamo sentirci dire da loro per stare tranquilli. Ma tutto questo non intacca il loro mondo, in alcuna maniera. Siamo quasi del tutto ininfluenti. E questo, forse, è il maggior problema del considerare “il digitale” come una materia e non come una competenza trasversale a tutte le altre: un set di informazioni da tramandare (spesso, ahimè, a sua volta “a papera”, dato che molti docenti non sono, come scrivo in Micromega, mai stati nella Nuova Zelanda della rete, ma ne parlano de facto per sentito dire) e non una dimensione cognitiva.

Viceversa, i ragazzi appaiono sovente disposti al dialogo quando li si va a intercettare sui loro interessi;  appena si accorgono che c’è reale interesse nel capire come passano per davvero il tempo in rete, ecco che diventano dei fiumi in piena: raccontano gioie, dolori, esperienze, attività con grande trasporto e passione. In molti casi, è bastato chiedere delucidazioni con curiosità per aprire finestre sui loro mondi.

A fronte di una buona consapevolezza rispetto ai pericoli più gravi (un esempio su tutti: la pedopornografia), gli studenti che ho incontrato mi sono sembrati molto meno preparati sulle questioni più incipienti, che hanno il potere di impattare maggiormente sulle loro vite. Mentre riescono tutti a ripetere a dovere la “lezione” che “sui social ci sono i malintenzionati”, spesso non compiono il passaggio logico ulteriore che li dovrebbe portare a farsi la domanda “e quindi io, nella pratica, come mi devo comportare?”. Non sono una rarità le foto profilo spesso inadatte, fuorvianti, i contenuti autoprodotti e non pensati fino in fondo; per fare un solo esempio, un gruppo di ragazzine di dodici anni ha definito senza esitazione “puttana” una loro compagna di classe perché sul suo profilo Instagram usa mettere dei selfie in pose vagamente ammiccanti, per quanto possa essere ammiccante una ragazzina così giovane. Ecco, delle insidie di questo genere di microcontenuti si ragiona molto meno.

Considerato tutto questo, la mia riflessione nel primo incontro si è concentrata sui tre punti centrali del libro “Tienilo acceso”, che poi corrispondono ai tre ruoli primari della parola: parlare di sé, parlare con gli altri e parlare del mondo. In altre parole, abbiamo discusso di come il modo in cui ci presentiamo condizioni poi tutte le interazioni successive e di come ogni parola che scegliamo di dire – e ogni foto di noi che mettiamo – sia un vero e proprio atto di identità; di come sia possibile interagire con gli altri senza per forza finire tutte le volte a litigare; di come si possa parlare del mondo senza cadere nella trappola delle notizie false e distorte e senza contribuire alla loro circolazione. La questione digitale, insomma, è stata portata dai “massimi sistemi” alla pratica delle loro vite quotidiane.

Nel contempo, ho cercato anche di lavorare su una “normalizzazione dell’odio”; non nel senso di minimizzarne la portata e l’impatto, ma ricordando che esso fa parte degli istinti naturali dell’uomo. Ovviamente, è uno degli istinti meno belli e meno costruttivi, ma non per questo va considerato come qualcosa di esterno alla vita di ognuno di noi. In altre parole, non sono sempre “gli altri”, gli hater o i cyberbulli i colpevoli: ognuno di noi si ritrova o indulge in dinamiche di odio anche molto gravi, spesso senza rendersene del tutto conto, come, ad esempio, quando prende parte al pubblico ludibrio di una persona che palesemente ha sbagliato, ma che forse, come tutti, si merita di essere condannata non da noi, non dalla “gente”, ma nelle sedi opportune esistenti nelle società civili e democratiche.

Questo approccio è stato, in linea di massima, accolto in maniera favorevole dalla maggioranza degli studenti, anche se non sono mancati i contestatori, qua e là, talvolta fomentati anche da docenti che, a valle di un lunghissimo ragionamento, hanno chiosato il tutto tornando ai consueti discorsi incentrati sull’“odiare l’odio” – posizione che, come si sarà capito fino a questo momento, non mi trova d’accordo.

I secondi incontri hanno riservato varie sorprese. Alcune classi hanno realizzato lavori incredibili: da mini-video girati con enorme impegno a poster coloratissimi, da discorsi egregiamente costruiti a un testo trap recitato davanti a tutta la classe, non ho potuto che apprezzare la dedizione con cui molti hanno risposto alla mia richiesta. Certo, non sempre è stato così. In diversi casi, i docenti stessi mi hanno detto che i ragazzi non avevano capito la consegna, che non c’era stato modo di riparlare della questione in classe e altre motivazioni simili; e da questo punto di vista, mi rincresce dirlo, la qualità dell’attività svolta tra i due incontri sembra direttamente connessa all’impegno messo nell’iniziativa dai docenti stessi.

Il limite di molti dei lavori presentatimi è stato sempre lo stesso: una grande aderenza, al di là di quello che era stato detto nel primo incontro, alla “versione scolastica” della questione digitale. Così, moltissimi studenti hanno presentato lavori sul cyberbullismo, sullo hate speech, sulla pedopornografia, e solo una minoranza si è lanciata in considerazioni davvero personali sulla questione. Io ho fatto una domanda: ma se la rete è così piena di cose brutte, come mai praticamente tutti i ragazzi ci stanno? E la risposta quasi unanime è stata: “Perché ci piace e per noi è importante”. Allora, la seconda domanda è stata: come mai non avete parlato delle cose belle, ma dei “soliti problemi?”. La maggioranza ha risposto “Perché al/alla prof non sarebbe andato bene”. Di nuovo, ecco presentarsi lo scollamento tra mondo online dei ragazzi e la sua versione da presentare agli adulti: una questione sulla quale penso sia necessaria una riflessione urgente.

A conclusione di questo, volendo continuare la riflessione diciamo così “generativa” rispetto alla rete, ho portato i ragazzi a parlare di qualcosa che a loro piace molto: il mondo di video più o meno brevi identificati dalla sigla ASMR, ossia autonomous sensory meridian response. Mentre la maggior parte dei docenti non ha idea di cosa si tratti, al solo nominare la sigla ho visto illuminarsi il viso alla stragrande maggioranza dei discenti. Gli ASMR sono dei contenuti che, a detta di chi li apprezza, sono in grado di provocare una sensazione di piacere e di rilassamento, soprattutto attraverso una stimolazione sonora. Ce ne sono di moltissime categorie: tra le più amate ci sono il tapping (tamburellamento con le unghie o con i polpastrelli su superfici differenti), il whispering (cose dette sussurrando), i mouth sounds (suoni fatti con la bocca); poi ci sono gli ASMR in cui al suono viene accostato il piacere di manipolare la materia: il soap carving, la manipolazione dello slime o della sabbia cinetica, la cura dei capelli, il mangiare cibi di consistenze differenti, tagliare cose con il coltello bollente, la pressa idraulica. Possono rientrare nella categoria degli ASMR anche i popolarissimi video di Li Ziqi, vlogger cinese che vive in campagna con la nonna e diletta gli spettatori con lavori manuali e preparazioni culinarie che lei segue ed esegue sin dalla produzione degli ingredienti; quelli del canale Prime Survival Tool, nei cui video vengono realizzate costruzioni avanzatissime (apparentemente) con tecniche primitive o di Primitive Cooking, dove, come dice il nome del canale, il focus è sulla cucina, sempre primitiva.

Parlare di ASMR si è rivelato un mezzo interessante per aprire un varco comunicativo con i ragazzi appartenenti a tutto lo spettro anagrafico coinvolto nel progetto. E non è solo un pretesto per parlare di un argomento che trascina molto; l’importanza che molti ragazzi danno agli ASMR (“Dormo grazie a loro”; “Mi rilassano”) è per me la spia di un aspetto particolare della loro vita: in qualche modo, compensano alla diminuzione di circostanze “fisiche”, in cui “maneggiare la materia”, con questi video creati appositamente per dare una stimolazione multisensoriale, che non sia solo visiva. Insomma, mentre noi adulti spesso siamo distratti a pensare ai mille pericoli che incombono sui nostri ragazzi “là fuori”, i nostri ragazzi stanno esplorando non solo la rete, ma anche se stessi. Ricercando, forse, proprio quell’equilibrio tra online e offline che appare sempre più importante per gestire la complessità della società in cui stanno crescendo.

Proprio mentre stavo concludendo gli ultimi incontri, si è abbattuta su tutti noi la scure dell’isolamento domestico. E improvvisamente la relazione tra il digitale e la scuola è stata stravolta dagli eventi. In sette settimane di quella chiamata in parte impropriamente DAD, didattica a distanza (molti la chiamerebbero piuttosto DDE, didattica di emergenza), molte delle difficoltà già notate durante gli incontri a scuola sono emerse in maniera deflagrante. Per esempio, si è dovuto fare i conti con il divario digitale: non tutti i ragazzi hanno un loro computer, o magari una connessione internet adatta ad assistere a una lezione a distanza (e si pensi alle famiglie in cui ci sono più figli che devono seguire le lezioni in contemporanea); ma nemmeno tutti i professori erano pronti per trasferirsi in rete, sia per mancanza di dispositivi sia per limiti mentali e in alcuni casi cognitivi. E così, l’inizio è stato farraginoso per tutti; e secondo me, se si fosse lavorato un po’ di più sul cellulare integrandolo nelle attività scolastiche prima di oggi, questo “trapasso” sarebbe stato meno doloroso. Insomma, invece di protestare perché non tutti i ragazzi hanno il computer, una possibile risposta è di concepire una DAD che possa essere fruita anche dai cellulari, senza sottovalutare gli enormi limiti tecnologici che hanno i ragazzi stessi: per esempio, solo una minoranza di loro è in grado di scrivere in maniera efficiente al computer, dato che la loro “digitalità” è perlopiù riservata all’uso del cellulare.

Deve passare sempre più chiaramente l’idea che il disagiato digitale è una categoria trasversale all’età ed è piuttosto da mettere in correlazione con il background sociale e culturale di provenienza. In altre parole, usa male e superficialmente i device a propria disposizione chi proviene da contesti culturalmente poveri di stimoli, esattamente come – richiamando Labov, uno dei padri della sociolinguistica – succede con l’uso della lingua, potentissimo indicatore sociale.

Per entrare nel pratico dei problemi legati all’uso del cellulare nella DAD, ecco un esempio. Il corrispettivo digitale del distrarsi durante una lezione diventa, in una classe virtuale, l’uso improprio degli strumenti digitali. Per esempio, accendere il cellulare mentre si assiste con il computer a una lezione su Google Classroom, e far partire una live, cioè una diretta, su Instagram. Dal punto di vista dell’alunno, la live su Instagram equivale al chiacchierare indebitamente con un amico mentre il professore spiega. Da un punto di vista giuridico, dato che magari vengono riprese persone a loro insaputa, questo comportamento è ben più grave che non la semplice distrazione. Ma se al ragazzo nessuno lo ha mai spiegato, questo, come fa a rendersi conto della gravità della sua azione? Se poi, come ho visto accadere personalmente, il docente coinvolto nemmeno capisce ciò che è accaduto (per esempio, confonde uno streaming “dal vivo” con una registrazione – e la confusione si capisce dalle domande che fa, come “dove è stata pubblicato il materiale? Voglio visionarlo”), si comprende che la situazione si complica ulteriormente. Si aprono, così, veri e propri baratri di incomprensione tra studenti, docenti e anche genitori, spesso a loro volta completamente a digiuno di competenze digitali (perlomeno, di quelle che servirebbero per capire i bisogni dei propri figli).

Benché la didattica a distanza non possa e non debba, a mio avviso, sostituire la didattica in presenza, credo che l’emergenza che stiamo vivendo ci possa davvero insegnare a non sottovalutare l’importanza dell’integrazione del digitale nella didattica, sia lato discenti che lato docenti. Chiunque abbia un atteggiamento di apartheid nei confronti del digitale, o di neoluddismo, rischia di perdere in parte o del tutto un “treno educativo” decisamente rilevante: in fondo, mi pare evidente che il digitale sia destinato a far parte molto a lungo, se non per sempre, delle nostre vite; dobbiamo imparare a farci i conti.

Illustrazioni di Gabriel Vigorito
Articolo di Vera Gheno

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