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In Italia i giornalisti rischiano ancora il carcere

Dal 2014 ad oggi il Parlamento non ha ancora riformato la norma sulla diffamazione, nonostante sia stata dichiarata incostituzionale. Così, le querele temerarie rimangono un'arma pericolosa per la libertà di stampa nelle mani della politica.

04/12/2022

Nel 2013 Berlusconi puliva con un fazzoletto la sedia su cui era seduto Marco Travaglio durante la trasmissione “Servizio Pubblico”, dopo aver letto una lettera in cui citava le condanne del direttore de Il Fatto Quotidiano e lo definiva un «diffamatore professionista». 

Oltre ad aver generato imbarazzo all’epoca, la scena andata in onda quasi dieci anni fa, racconta una realtà ancora attualissima: la denuncia per diffamazione a mezzo stampa in Italia, conosciuta come “querela bavaglio”. Una prassi così comune da rappresentare un problema per la libertà del giornalismo. Che, se usata in modo pretestuoso, diventa un’arma pericolosa nelle mani della politica. 

Non è un caso che l’Italia ricopra la 58esima posizione secondo il World Press Freedom Index per il grado di libertà del suo giornalismo. Un risultato preoccupante, che può sembrare distaccato dalla realtà in cui viviamo, ma che ha fondamento nella situazione legale che poco tutela i giornalisti. Una situazione di cui non si parla, tranne in caso di episodi eclatanti, da prima pagina. “Reporter sans frontieres” la definisce una «paralisi legislativa», tale da portare i giornalisti italiani, soprattutto freelance, a limitare il proprio lavoro o, nel peggiore dei casi, autocensurarsi, per timore di essere diffamati. È la querela, o la minaccia di essa, il bavaglio del quale la stampa nostrana non riesce a liberarsi.  

La Costituzione italiana sancisce la libertà di manifestazione del pensiero e riserva all’espressione «a mezzo stampa» un rilievo particolare. Il primo comma dell’Articolo 21 proclama il diritto di tutti di «manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», il secondo sancisce il divieto di sottoporre la stampa ad autorizzazioni o censure. La legge sulla diffamazione viola di fatto questo articolo della costituzione. L’articolo 595 del codice penale, che punisce proprio questo reato, prevede due aggravanti: la prima se si tratta di un’offesa relativa a un «fatto determinato» (con una pena detentiva fino ai due anni o una multa fino a 2.065 euro); la seconda se viene utilizzato il «mezzo stampa». Nel momento in cui si offende in pubblico –  tramite giornali, televisione o qualsiasi altro mezzo di comunicazione – si rischia una reclusione dai sei mesi ai tre anni o una multa non inferiore a 516 euro. La pena viene ulteriormente incrementata se si tratta di un’offesa a un corpo politico, amministrativo o giudiziario, a una loro rappresentanza, o a un’Autorità costituita in collegio. 

Nonostante la pena detentiva sia stata poco applicata in materia di diffamazione, l’Italia è stata ripresa più volte delle istituzioni europee e internazionali. Nel 2007 l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha chiesto a tutti gli ordinamenti europei di limitare l’uso della pena detentiva solo ai casi di odio e razzismo. Dopo il caso Sallusti del 2012, in cui l’allora direttore de Il Giornale è stato condannato a 14 mesi di reclusione e a 5000 euro di multa per diffamazione aggravata, la Commissione Venezia (organo consultivo del Consiglio d’Europa) è stata incaricata di redigere un report sulla legislazione italiana in materia di diffamazione. Nel Rapporto sull’Italia del 29 aprile 2014, presentato al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, è stato chiesto al Parlamento Italiano di eliminare la pena detentiva nelle condotte di diffamazione.

Sebbene ci siano stati numerosi tentativi di riformare la legge, gli scarsi risultati non hanno permesso un’evoluzione legislativa. Nel 1992 era stata presentata una riforma del trattamento sanzionatorio del reato di diffamazione. Sette anni dopo, con il Disegno legge 4192 del 1999 la proposta di depenalizzazione di tutte le fattispecie penali riguardanti la protezione dell’onore non superò l’esame della Commissione Parlamentare. Quello che ci è andato più vicino è stato il Disegno di legge 2059 del 2019 (conosciuto come DDL Costa), che prevedeva l’abolizione della pena detentiva. Tuttavia, dato l’avvicendarsi di diverse legislature in breve tempo, la proposta fu abbandonata.

Non ci sono stati ulteriori tentativi di modifica fino a quando, qualche anno fa, sono stati sollevati dei dubbi sulla costituzionalità delle norme che sanzionano la diffamazione a mezzo stampa dai Tribunali di Salerno e Bari, sezione di Modugno, con due ordinanze del 2019. Secondo i giudici la pena detentiva era illegittima e violava quattro articoli della Costituzione.

 Il 22 giugno 2021 la Corte Costituzionale ha esaminato le questioni sollevate dai due Tribunali e ha dichiarato incompatibile con la Costituzione la reclusione da sei mesi a tre anni, oppure il pagamento di una multa presente nell’articolo 595 del codice penale. 

Tuttavia l’incapacità del Parlamento di far fronte alle istanze della Corte Costituzionale è ormai cronica, e si riflette anche sul tema della diffamazione, con conseguenze sempre più gravi per il libero esercizio del diritto di informazione e cronaca. 

A inasprire la situazione è la consapevolezza che il potere, economico o politico che sia, assume facilmente una postura manipolativa nei confronti dell’informazione, utilizzando proprio il mezzo della legge per zittire le critiche, bloccare indagini e inchieste e per  manovrare specifici episodi a fini propagandistici. 

Assuefatti da questi squilibri di potere al punto tale da non riconoscerli più, si finisce per giudicare situazioni quali la denuncia per diffamazione di Giorgia Meloni ai danni di Roberto Saviano, come uno scontro ideologico sull’immigrazione, perdendo di vista quello che invece rappresenta: il Presidente del Consiglio dei Ministri, in una posizione di vantaggio, porta avanti una querela contro uno scrittore, che risale ai tempi in cui era capo dell’opposizione. É buona norma per un leader politico che assume funzioni parlamentari non portare il peso del suo nuovo ruolo e del conseguente accresciuto potere all’interno di un processo. Ma non c’è una regola, così come non c’è una volontà politica perché il diritto intervenga in tal senso. Di conseguenza, un processo come questo ha luogo nonostante l’evidente squilibrio.

Anche il quotidiano Il Domani si trova nella stessa situazione. Il giornalista Emiliano Fittipaldi e il direttore Stefano Feltri sono stati querelati per l’utilizzo della parola «raccomandazione» in accostamento al nome dell’allora parlamentare e oggi premier Giorgia Meloni, nel contesto dell’approvvigionamento di mascherine durante la prima ondata di Covid-19. La presidente di Fratelli d’Italia avrebbe influenzato Domenico Arcuri, commissario straordinario per l’emergenza, nella scelta di un determinato fornitore. La smentita della notizia viene accompagnata da una denuncia, che, però, non viene ritirata nel momento della nomina a Presidente del Consiglio. Un processo in un contesto, di nuovo, sbilanciato.

I due casi hanno colpito maggiormente i media e l’informazione italiana rispetto al passato, generando un dibattito tra intellettuali e politici sul ruolo della stampa e sulla necessità di un intervento parlamentare. Ma la questione non si limita a Giorgia Meloni. 

Secondo i dati raccolti dall’organizzazione non governativa “Ossigeno per l’Informazione”, nei primi sette mesi del 2022 i giornalisti sono stati minacciati più di frequente che nel precedente anno e buona parte delle minacce (36% nel 2022) ha avuto la forma di azioni legali e querele. Il monitoraggio dell’Ong, avvenuto in collaborazione con l’UNESCO nell’ambito del progetto MAP (Monitoraggio, assistenza, protezione) descrive una situazione allarmante: nei primi quattro mesi del corrente anno, Ossigeno ha approfondito 118 episodi di violenza ai danni di giornalisti e operatori dei media, di cui 38 riguardano abusi di querele. 

Emblematici ancora più dei numeri sono i casi specifici: Federica Angeli, giornalista di cronaca nera e giudiziaria per la Repubblica, che fino al 2019 ha affrontato (e vinto) 112 querele per diffamazione ai suoi danni; Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano in un’intervista per “Rolling Stones” ha raccontato di aver subito circa 300 querele, tra cause civili e penali. 

È necessario riconoscere che lo strumento della querela pretestuosa sia realmente un bavaglio per il giornalismo e di conseguenza anche per la nostra democrazia. Sebbene la decisione della Consulta abbia rappresentato un traguardo notevole, è sempre più evidente quanto sia fondamentale che il Parlamento intraprenda azioni concrete per poter garantire che la libertà di stampa venga praticata, eliminando quegli ostacoli che non ne permettono l’assoluta applicazione.

Articolo di Sara Innamorati, Elisabetta Picariello