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La diplomazia del vaccino, come la Cina continua l’espansione in Africa

Dalla “Belt and Road” alla “Nuova via della seta sanitaria”, il neocolonialismo cinese in tempi COVID

22/02/2021

Durante il XIX Congresso del Partito Comunista Cinese, tenutosi a ottobre del 2017, il presidente Jinping ha esplicitato la sua visione per la collocazione della Cina nel mondo. Ha presentato il modello cinese come una “nuova opzione” per i Paesi in via di sviluppo che volessero accelerare la loro crescita e ha dichiarato che l’obiettivo entro il 2050 sarebbe stato quello di una Cina più potente sul palco mondiale, “una nazione con un’influenza pionieristica”. In un momento storico in cui l’ex-presidente degli Usa Trump parlava, durante le interviste, del Covid-19 come del “virus cinese” e le più grandi potenze europee guardavano alla Cina come il Paese del grande fallimento della gestione della pandemia, l’obiettivo di Pechino è ovviamente quello di riacquistare credibilità. Difficile, per un paese democratico, guardare alla Cina come un modello politico: la forza del Paese è quella del “buon governo” machiavelliano, che sfrutta qualsiasi mezzo per ottenere il proprio scopo. E spesso questo mezzo coincide con i soldi. 

 

La “Nuova via della seta”

All’inizio degli anni Duemila la Cina è penetrata silenziosamente in Africa, attraverso una lungimirante diplomazia del corteggiamento basata su prestiti, investimenti e doni. L’Africa era riconosciuta come un mercato emergente che, nonostante i suoi rischi elevati, garantiva un buon terreno di investimento per una potenza come la Cina. Dei 7 miliardi che la Cina elargisce ogni anno ai “Paesi in via di sviluppo”, il 45% sono stati destinati all’Africa. Centrale in questo processo di quasi innegabile neocolonialismo c’è sicuramente la “Belt and Road Initiative” (Bri), la cosiddetta “Nuova via della seta”, lanciata nel 2013 dal presidente Xi Jinping. Si tratta di un’iniziativa che mira a connettere una settantina di paesi in Asia, Africa ed Europa, con il 65% della popolazione mondiale, produttori di più del 30% del Pil globale e detentori del 75% delle riserve energetiche conosciute. E un paese come la Cina che a settembre 2020 ha registrato +6,9% di rialzo annuo nella produzione, toccando picchi di +15,9% nel campo della manifattura, necessita di paesi in grado di assorbire tutti i prodotti che vengono prodotti in casa propria. Ancora meglio se si ha abbastanza potere economico per gestire anche i fili dei burattini quali sono ormai i paesi il cui sviluppo dipende dalle finanze cinesi. Paesi come il Botswana e la Repubblica Democratica del Congo che hanno aderito ufficialmente alle nuove vie della seta, o la Tanzania che è stata finanziata da Pechino con 1,3 miliardi di dollari per la realizzazione della linea ferroviaria tra Mwanza e Isaka, o le Seychelles che hanno ricevuto 11 milioni di dollari per finanziare progetti pubblici, costituiscono ormai la testa, le braccia e le gambe di quel burattino che la Cina sapientemente costruisce e governa. 

È questo il modo con cui la Repubblica popolare cinese, lentamente e costantemente, esercita soft power su Paesi come l’Africa. Il politologo americano Joseph Nye, coniatore del termine, lo definisce come “la capacità di ottenere ciò che si desidera per attrazione e persuasione piuttosto che per coercizione o pagamento”. Ed è questo il modo con cui la Cina, da un ventennio a questa parte, esercita il suo potere nel mondo. A gennaio l’Ufficio informazioni del Consiglio di Stato cinese pubblica il “Libro bianco sulla cooperazione internazionale allo sviluppo” che si compone di otto capitoli ed espone le opinioni della Cina sulla cooperazione internazionale allo sviluppo nella nuova era. Il documento si riferisce agli sforzi nel quadro della cooperazione Sud-Sud, ovvero della collaborazione tra Paesi in via di sviluppo (definizione che comprende anche la Cina, che continua a dichiararsi tale) che permette di perseguire i propri obiettivi individuali o condivisi di sviluppo delle capacità nazionali, attraverso lo scambio di conoscenza, di capacità, di risorse e competenze tecniche. 

Il “Libro bianco” ha identificato la cooperazione Belt and Road come una piattaforma importante per promuovere la connettività politica, finanziaria interpersonale tra i Paesi. Aprile ha segnato il passaggio dalla “Nuova via della seta” alla “Nuova via della seta sanitaria” per costruire legami economici e politici con paesi messi a dura prova dalla pandemia che assorbono quasi passivamente materiale sanitario prodotto dalla Cina. La Repubblica Democratica del Congo ha ricevuto 65 tonnellate di forniture per test e dispositivi di protezione, l’Etiopia oltre 1 milione di test e 6 milioni di mascherine, e ospedali da campo sono stati allestiti in Algeria e nello Zimbabwe. Si potrebbe pensare a una Cina generosa e magnanime, ma le conseguenze che queste dinamiche hanno non sono solo economiche – diminuzione dello sviluppo del Paese, che è passato da una crescita annua tra il 6% e il 7% al 2,3%, che, nonostante il crollo causato proprio dall’emergenza sanitaria e dalla liquidità concessa a paesi sottosviluppati, significa comunque una chiusura dell’anno in positivo – ma politiche. L’obiettivo della “diplomazia delle mascherine” è appunto politico: ricostruire la propria affidabilità, sia di fronte alle potenze internazionali che collaborano commercialmente con il Paese e che, nonostante la critichino per ideologie e metodi di governo, commerciano con questa proprio per la sua affidabilità economica, sia con gli stessi cittadini, i quali si erano sentiti promettere dal presidente Hu Jintao nel 2002 che non si sarebbe più ripetuto nulla di simile all’epidemia di Sars che invece oggi si ripresenta sotto il nome di Covid-19, ancora più potente. 

 

Diplomazia sanitaria

Negli ultimi mesi la “diplomazia delle mascherine” è stata scavalcata dalla corsa al vaccino. Per combattere la narrazione della Cina “untrice del mondo”, è necessaria quella di una Cina “salvatrice del mondo”. La reputazione nei confronti degli altri paesi del mondo è fondamentale; ne è un esempio Boris Johnson che, dopo i contestati interventi sanitari per contenere l’epidemia e la fallimentare strategia iniziale della “immunità di gregge”, ha reso il Regno Unito il Paese che ha vaccinato la popolazione per primo, in anticipo perfino sugli Usa, paese di origine del laboratorio Pfizer che ha fornito i vaccini insieme alla BioNTech. Anche la Cina deve costruirsi il suo territorio di riscatto, soprattutto in quei paesi in cui il virus ha maggiormente causato danni e che interessano al Paese per le proprie rotte commerciali. La Cina necessita, intorno a sé, di paesi abbastanza ricchi per poter assorbire le sue costanti produzioni, e l’unico modo per risollevare queste economie è quello di uscire dall’emergenza sanitaria attraverso la somministrazione di un vaccino alla popolazione.

Fino ad ora la Cina ha prodotto due vaccini che hanno superato la Fase 3, ovvero quella in cui gli studi possono determinare se il vaccino protegge dal Coronavirus misurando il “tasso di efficacia” e rilevare prove di effetti collaterali, e la fase di Approvazione, ovvero quella in cui gli scienziati esaminano i risultati completi della sperimentazione: il Convidecia (noto anche come Ad5-nCoV) con un’efficacia media del 65,7% e il CoronaVac (ex PiCoVacc) con un’efficacia media del 50,38%. Questo secondo vaccino, prodotto dalla società cinese privata Sinovac Biotech, è stato approvato il 6 febbraio 2020. Dopo aver creato il vaccino la scorsa primavera, Sinovac ha condotto uno studio di Fase 1/2 su 743 volontari durante il quale non ha rivelato effetti avversi gravi. L’azienda biofarmaceutica cinese ha pubblicato i dettagli della sperimentazione a novembre in una rivista medica, mostrando una produzione relativamente modesta di anticorpi. A luglio ha avviato uno studio di Fase 3 in Brasile (il quale ha rivelato un’efficacia poco superiore al 50%), Indonesia e Turchia. Quest’ultimo ha mostrato un tasso di efficacia al 91% – anche se i dati di efficacia si basavano solo su 752 volontari che hanno ricevuto un vero vaccino e 570 che hanno ricevuto il placebo. Gli scienziati turchi, inoltre, non hanno condiviso i risultati per iscritto. La distribuzione di questo vaccino è stata riservata a: Azerbaijan, Brasile, Cile, Colombia, Indonesia, Laos, Turchia e Uruguay; mentre il vaccino Convidecia rimane ad uso esclusivo cinese. 

Viene quindi spontaneo notare come, con USA e Paesi europei ancora in grave emergenza Covid, la Cina sia invece riuscita ad arginarla (se non quasi a debellarla) e ora la Repubblica Popolare ora abbia più tempo per investire sulla distribuzione dei vaccini anche nei paesi più poveri. Nonostante questo parziale interesse della Cina ai paesi in via di sviluppo, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità Tedros Ghebreyesus ha dichiarato che “il mondo è sull’orlo di un catastrofico fallimento morale e il prezzo sarà pagato con vite e mezzi di sussistenza nei paesi più poveri”. A dimostrazione di questo presente-futuro distopico c’è il fatto che le nazioni più ricche del mondo, che rappresentano il 14% della popolazione mondiale, hanno acquistato più della metà (53%) di tutti i vaccini attesi, come è stato denunciato dalla coalizione di organizzazioni e attivisti per la lotta all’equità sanitaria The People’s Vaccine Alliance. 

 

Gli interessi nel continente africano

Per contrastare queste disuguaglianze è stato istituito il Covax: uno dei tre pilastri dell’accelerazione Access to Covid-19 Tools, lanciato in aprile dall’Organizzazione mondiale della sanità, dalla Commissione europea e dalla Francia. Il progetto Covax si concentra maggiormente sull’obiettivo di fornire un accesso innovativo ed equo alla diagnostica, ai trattamenti e ai vaccini Covid-19, considerata l’unica vera soluzione a questa pandemia. I 92 Paesi partecipanti a questo progetto, indipendentemente dal livello di reddito, avranno pari accesso ai vaccini una volta sviluppati. L’obiettivo iniziale è quello di avere 2 miliardi di dosi disponibili entro la fine del 2021. Ma l’azione dell’Oms tarda ad arrivare in Africa: per raggiungere l’obiettivo di vaccinare almeno il 60% della popolazione (circa 780 milioni di africani) l’Africa avrà bisogno di circa 1,5 miliardi di dosi di vaccino, che secondo una stima potrebbero essere monetizzabili in una spesa tra gli 8 e i 16 miliardi di dollari con costi aggiuntivi del 20-30% per la distribuzione. L’Oms auspica di vaccinare il 3% degli africani entro marzo 2021 e il 20% entro la fine del prossimo anno ma dei 47 paesi che afferiscono alla regione africana dell’Oms, solo un quarto ha piani adeguati a risorse e finanziamenti. Questa forte difficoltà a far fronte ai numeri di contagiati (si pensi che al 2 febbraio il numero di contagiati era di 3.515.047), alla nuova variante sudafricana e ai costi che questa lotta richiede si colloca in una situazione di forte crisi per l’accesso dei vaccini. A far leva su paesi come l’Africa che arrancano nella gestione di una pandemia per cui non hanno abbastanza finanze, ci sono appunto paesi come la Cina che elargiscono prestiti ma tengono sempre il coltello dalla parte del manico. Pechino controlla circa il 20% del debito del continente africano: ecco perché alcuni analisti parlano della “trappola del debito”.

Mentre la Banca mondiale e il Fondo monetario a marzo hanno chiesto a tutti i creditori bilaterali ufficiali di sospendere i pagamenti del debito dei paesi Ida (Paesi in via di sviluppo eleggibili esclusivamente ai finanziamenti agevolati dell’Associazione Internazionale per lo Sviluppo) che richiedono tolleranza, in modo da contribuire all’esigenza di liquidità immediata per affrontare le sfide poste dall’epidemia di Covid-19 e per consentire il tempo per una valutazione dell’impatto della crisi e delle esigenze; la Cina ha firmato l’impegno preso al G20, ma ha aggiunto condizioni all’accordo che sostanzialmente ne inficiano i contenuti, come ad esempio l’esclusione di centinaia di grandi prestiti concessi attraverso la Bri. La Export-Import Bank of China ha finanziato oltre 1800 progetti legati alla “nuova via della seta”, per un investimento totale intorno ai 150 miliardi di dollari. Il secondo problema più grande di questa dinamica, dopo il fatto che i paesi beneficiari di questi prestiti diventino fortemente ricattabili, è che i prestiti cinesi collegati alla BRI si affidano a valute molto forti (come il dollaro e l’euro); ma molti degli Stati in debito non detengono abbastanza riserve di valuta estera per far fronte ai propri impegni. In diversi Paesi africani, come il Sud Africa, il Kenya, l’Angola e la Nigeria, il valore delle valute sta crollando rendendo sempre più difficile il pagamento del debito estero e gli interessi ad esso collegati. 

La dinamica che si innesca quando un Paese non è in grado di restituire il denaro ricevuto in prestito, è la cessione obbligata di opere pubbliche in sostituzione a questo. È stato ad esempio il caso del porto di Hambantota in Sri Lanka, per cui nel 2007 Colombo aveva accettato di affidare la sua costruzione a Pechino. Nel 2010 ottiene un prestito di 307 milioni di dollari, due anni dopo si aggiungono 757 milioni di dollari, a condizione che il tasso di interesse raggiunga il 6,3%. Nonostante il livello molto alto del tasso di interesse, Colombo accetta pensando di poter ricavare enormi benefici dall’operazione portuale ma nel 2015 si rivela un buco nell’acqua commerciale e lo Sri Lanka si ritrova indebitato di 8 miliardi di dollari con la Cina per diversi progetti infrastrutturali nel Paese. Non essendo in grado di rimborsare il debito nel 2017, dopo due anni di trattative, Colombo accetta di cedere alla Cina lo sfruttamento del porto di Hambantota per un periodo di 99 anni in cambio della cancellazione di poco più di 1 miliardo di dollari dei prestiti concessi. Queste dinamiche hanno, però, suscitato le prime reazioni in altre parti del mondo: il progetto per Bagamoyo, il più grande porto dell’Africa orientale, in Tanzania, non è giunto a termine quando la Cina ha cercato di imporre un affitto della durata di 99 anni. Purtroppo però, molti paesi africani, nella situazione attuale di emergenza COVID-19 sono costretti a chiedere aiuto economico al colosso cinese senza preoccuparsi delle condizioni che la restituzione di questi prestiti avrà. Risulta quindi chiaro come più un Paese necessiti di aiuti economici imminenti più il suo potere contrattuale si riduca; muovendo quelli che ormai non sono più i primi passi perché molti paesi in via di sviluppo, soprattutto in Africa, diventino appendici della Repubblica popolare cinese.

 

Articolo di Cecilia Pellizzari