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Fat club: guida pratica della grassofobia nei media

Storia e rappresentazioni dello stigma del grasso

24/05/2021

Il grasso come stigma

Vite al Limite, The Biggest Loser, Obesity Factor: i reality show che hanno come protagoniste persone obese il cui scopo è quello di dimagrire per “rinascere” – come recitano gli spot – sono un trend in costante crescita. E non sono gli unici programmi a trattare i corpi grassi come un “difetto di fabbricazione” da eliminare o schernire.

La ragione del successo di questo format è da ricercare nel concetto di “grassofobia” –  traduzione italiana di fat shame – identificato come “la causa dello stigma nei confronti delle persone in sovrappeso o obese, un bias comportamentale e discriminatorio volto a descrivere le persone sulla sola assunzione del loro peso”. Essere grassi diventa allora un limite sociale che, oltre a ridefinire il modo in cui le persone sono rappresentate, comporta una discriminazione sistemica: le persone grasse sono trattate in qualità di corpi “non conformi” e – come dimostrano alcuni studi dell’università di Marburgo – tendono a sposarsi di meno, ad avere meno opportunità di studio e di carriera e a percepire uno stipendio minore rispetto alla media. 

Il tema è stato affrontato per la prima volta in Italia nel saggio di Amy Erdman Farrell Fat Shame, lo stigma del corpo grasso (2011). L’analisi portata avanti da Farrell fa coincidere la nascita dello stigma all’Ottocento, con la nascita delle prime industrie dietetiche: mentre in quella che l’autrice chiama “fase premoderna” il grasso era percepito come un chiaro indicatore di ricchezza, nella successiva “fase moderna” – caratterizzata dall’avvento dell’industria alimentare e dietetica – questo diventa una condizione associata a caratteristiche negative quali la pigrizia e la mancanza di volontà, senza considerare l’aspetto socio-economico.

A questo proposito la scrittrice Kathleen Kerridge, in risposta ai commenti legati al proprio aspetto ricevuti dopo aver parlato delle proprie difficoltà finanziarie in un video pubblicato nel 2016 sul The Guardian, scrive: “Spesso pensiamo che le persone grasse siano anche benestanti, ma non è vero. Se sei povero e non sai cucinare, il cibo che puoi permetterti è molto grasso e poco sano. Per questo spesso sono le persone povere ad essere in sovrappeso”. Cindy Greenstein, direttrice della Louisiana Food Bank Association, dopo un’analisi sui cibi disponibili nelle mense spiega come l’obesità sia “non un problema di ingordigia, ma del fatto che vengono scelti i cibi che costano meno e la grande distribuzione consente di comprare cibi ricchi di zuccheri e carboidrati per pochi soldi”.

Si tratta però di pregiudizi difficili da sfatare, che si riflettono inevitabilmente nelle rappresentazioni multimediali.

Quando la finzione è lo specchio del pregiudizio

Una donna chiede a un uomo “Hai mai mangiato in un fast food?”; lui replica “Per favore” in tono sarcastico, indicando il suo corpo magro e muscoloso. E’ quindi implicita la convinzione per cui le persone magre non mangino nei fast food, ma non è così: in questa scena è presente una grassofobia intrinseca, difficilmente percepibile da una persona magra. Tuttavia, se si è grassi, si tratta solo uno degli innumerevoli fat jokes a cui si è perennemente sottoposti.
La scena in questione si trova nella serie televisiva Upload (2020) – disponibile su Amazon Prime – e non si tratta dell’unica circostanza in cui viene mostrato odio nei confronti delle persone grasse all’interno della serie: tra personaggi obesi che vengono sempre mostrati mentre si abbuffano e persone magre che scherzano sulle loro dimensioni – c’è persino un adulto che chiama una ragazza magra “porcellino” – l’elenco potrebbe continuare.

Queste immagini suscitano nello spettatore un senso di ilarità e disgusto, sensazioni che sarebbero assenti se a essere rappresentata fosse una persona magra.

La prova lampante è presente nella popolare serie televisiva Una mamma per amica (2000-2007), in cui le protagoniste Lorelai e Rory Gilmore non fanno altro che mangiare alimenti con scarsi valori nutrizionali. La differenza sostanziale è che si tratta di due donne con corpi conformi, il cui rifiuto per una dieta sana è quasi visto come un atto di ribellione nei confronti della “donna perennemente a dieta” che la società impone. Se le due protagoniste fossero state in sovrappeso od obese, la percezione di loro sarebbe molto diversa. Ciò è evidente quando si parla di personaggi come Homer Simpson e Peter Griffin, stupidi e costantemente ritratti mentre ingurgitano cibo spazzatura seduti su un divano davanti alla TV, per i quali lo spettatore prova quasi ribrezzo. 

Il problema non è però la rappresentazione in sé, ma il fatto che sia quasi l’unica quando si parla di persone con corpi non conformi. L’essere grasso è infatti una condizione che segue precisi standard di rappresentazione: dagli episodi di revenge body – è il caso di Monica in Friends (1994-2004), che in un flashback decide di dimagrire per sedurre e poi umiliare Chandler perchè l’aveva chiamata “balena” –, all’amica con problemi di autostima che fa il tifo per l’eroina magra della storia, fino al già citato evergreen dell’uomo obeso dall’aspetto trasandato che mangia sempre.
Il grasso viene infatti associato a un senso di decadenza sia fisica che psicologica. Il personaggio di Thor in Avengers: Endgame (2019) è l’esempio calzante: la sua frustrazione dopo aver perso la battaglia contro Thanos viene tradotta in un aspetto trascurato e – soprattutto – in un corpo grasso. C’è una scena in particolare su cui porre l’attenzione: Thor ha avuto modo di rivedere sua madre morta da tempo e, mentre si stanno per separare, lei gli dice di “mangiare un’insalata”. 

Lo stereotipo vuole infatti il grasso come sinonimo di fallimento morale e, le rare volte in cui ne è offerta un’immagine positiva, si viene relegati al ruolo spalla comica – basti pensare alla coppia Jonah Hill e Leonardo DiCaprio in The Wolf of Wall Street (2013) – o a personaggi secondari dolci e caritatevoli. E se si è protagonisti, con molta probabilità lo si sarà in un film comico: è il caso di Melissa McCarthy, Rebel Wilson e Amy Schumer, per citarne alcune.

Il corpo è inoltre utilizzato per suscitare determinate emozioni negli spettatori: quanti cattivi della Walt Disney hanno un fisico che nessun altro personaggio avrebbe?
Se le magrissime principesse sono sempre di bell’aspetto, la Regina di Cuori in Alice nel Paese delle Meraviglie (1951) è grassa e goffa, così come Ursula in La Sirenetta (1989). D’altra parte il grasso non è sempre associato agli antagonisti, ma continua a rispettare gli stessi schemi di rappresentazione: in Up (2009), Russell è un bambino tenero e ingenuo, Tristezza in Inside-Out (2015) è insicura e lagnosa, Spugna in Peter Pan (1953) è buffo e servile.

Un altro comune denominatore tra i personaggi grassi è la loro desessualizzazione. Nella serie TV Netflix Le terrificanti avventure di Sabrina (2018-20) abbiamo Hilda, la zia amorevole della protagonista – che quindi ricalca lo stereotipo della donna “grassa e pacioccona” – opposta alla severa e magra Zelda, l’altra zia di Sabrina.

E’ interessante notare come a differenza della sorella, Hilda non abbia mai avuto un rapporto sessuale, almeno fino a quando non intraprende una relazione con colui che è riuscito ad “amarla per come è dentro” – poiché l’opinione comune ritiene impensabile essere attratti sessualmente da una persona obesa o in sovrappeso.  

Una sorte simile spetta a Kat, interpretata dall’icona della body-positivity Barbie Ferreira, nella serie firmata HBO Euphoria (2019-in corso). Kat è stata lasciata dal suo ragazzo per il solo fatto di essere in sovrappeso ed è l’unica del gruppo a essere ancora vergine finché, stanca della propria condizione, non perde la verginità con il primo ragazzo disponibile. C’è però una svolta positiva per il personaggio, che riesce ad accettare il proprio corpo raggiungendo una sicurezza mai avuta prima, fino ad arrivare alla consapevolezza che anche grasso è bello per citare Hairspray (2007).

In entrambi i casi sopracitati è evidente come si cerchi di ignorare e nascondere alla vista la sessualità delle persone grasse e, se ciò non accade, le scene di sesso in cui sono protagoniste risultano goffe e imbarazzanti.

Bisogna inoltre evidenziare come – in particolare con le donne – la feticizzazione sia un problema persistente: relegate a tag della pornografia dedicati a persone con appetiti sessuali considerati “anormali”, si viene percipite in qualità di piacere colpevole.

Una nuova speranza 

Due prodotti molto validi hanno cercato di rompere le righe della dilagante grassofobia dei media: stiamo parlando di Dietland – poi cancellato – e Shrill, diffusi rispettivamente dalle piattaforme Amazon Prime Video nel 2018 e Hulu nel 2019.
Entrambi sono adattamenti di opere letterarie: il primo prende ispirazione dalla penna di Sarai Walker, autrice dell’omonimo romanzo del 2015, ed è reso dalla regista Marti Noxon e dall’interpretazione di Joy Nash (Plum).  Il secondo è invece la trasposizione di Shrill: Notes from a Loud Woman (2016) di Lindy West, per mano di Alexandra Rushfield e dell’attrice Aidy Bryant (Annie).
Il filo rosso della narrazione è lo stesso: il diritto alla rappresentazione di sé, che permette alle due protagoniste di riappropriarsi del proprio corpo.

A dispetto del nome, Dietland non è la classica storia di una ragazza che vuole perdere peso per accettarsi. O meglio, è così all’inizio ma poi la serie prende una svolta differente.
In apertura Plum è la ghostwriter di una rivista femminile, incaricata di rispondere alle lettere delle lettrici, con il continuo desiderio di sottoporsi ad un’operazione dimagrante.
L’obiettivo è il solito: non disturbare, non ingombrare, essere invisibile. Almeno fino a quando non viene reclutata dalla Calliope House, una comunità underground di donne che rifiutano le regole della società. Da quel momento Plum scopre che il suo corpo non ha niente che non va, così come che la sua vita non inizierà dopo essere dimagrita ma è in effetti già iniziata e merita di essere vissuta per la sua unicità, mentre quella piccola persona dentro di lei, descritta nelle diete come prigioniera del suo corpo grasso, semplicemente non esiste. Anzi comprende come la società abbia lavorato affinchè lei stessa maturasse quella insoddisfazione verso di sé, iniziando a considerarsi un problema, al quale la stessa industria sociale poteva offrire una “soluzione”: la dieta o la chirurgia.
E’ così che il suo atteggiamento cambia: da passivo diventa attivo e volenteroso di riscatto. A quel punto le tinte della serie diventano molto accese e sfociano spesso in azioni violente, come l’episodio in cui vengono fatti precipitare cadaveri maschili dal cielo o in cui scoppia una guerriglia urbana. Ma la scelta non è casuale. Infatti, in un’intervista per Elle, Sarai Walker chiarisce di aver voluto rappresentare determinate scene in modo simbolico, alludendo a una ribellione femminile puramente ideologica ma non per questo meno reale. La cultura occidentale tiene in grande considerazione la magrezza nelle donne perché significa essere piccole, delicate, innocue. Nonché occupare meno spazio possibile con i loro corpi e le loro voci. Quindi in questo contesto la grassezza è considerata una mancanza di obbedienza alla cultura patriarcale” spiega l’autrice, per poi riprendere il tropo del corpo grasso nella società e sviscerarne il significato. “Molte persone pensano che le donne grasse si meritino di essere infelici poiché l’infelicità è la punizione per i nostri presunti fallimenti. Perciò quando una donna grassa rifiuta di essere triste e di odiarsi, indigna molte persone – come provano varie email di offese”. Da queste considerazione è nata l’idea di Dietland.
In un mondo in cui “grassa” rappresenta un insulto, usare il termine al pari di bassa, alta o bionda, senza sentirsi in colpa, può cancellare lo stigma e dare un messaggio molto potente.

Più o meno sulla stessa scia, ma senza i toni aggressivi, il genere distopico e la ricerca di riscatto di Dietland si sviluppa Shrill

Il titolo del libro da cui prende ispirazione – Shrill: Notes from a Loud Woman – già nasconde in sé le potenzialità della narrazione. Il motivo è facilmente rintracciabile nella definizione di loud woman, ossia donna rumorosa, poiché mai fino a quel momento una protagonista grassa era stata anche rumorosa. Qui l’aggettivo descrive una donna che vuole essere scomoda rispetto a chi non l’accetta, che non scende a compromessi con lo stereotipo che gli altri hanno cucito su di lei e per farlo non ha timore di alzare la voce e di farsi notare.

Infatti Annie è una giovane redattrice frizzante e attiva, alla prese con relazioni sentimentali e difficoltà lavorative, che crede in quello che fa ed è consapevole di ciò che le spetta. In questo modo lei stessa mette a tacere la società, la priva del potere di decidere cosa un corpo grasso dovrebbe rappresentare, fare o essere e diventa padrona della sua vita. L’intento di Shrill è far capire che “l’essere grassa non riguarda ogni momento della vita della persona grassa, che invece sta cercando di godersi lo stesso tipo di vita complicata, eccitante, divertente, bella e difficile di tutti gli altri”, afferma Lindy West. Sono emblematiche di ciò le scene di sesso tra persone grasse all’interno dello show, per la prima volta sensuali e vere, invece che imbarazzanti e buffe.

La richiesta di Shrill, come di Dietland, è quella di una rappresentazione equa, che rispetti effettivamente le persone di cui si sta parlando, ossia le persone grasse. Proprio come hanno fatto Lindy West e Aidy Bryant, che hanno realizzato esattamente ciò di cui avrebbero avuto bisogno da giovani, è tempo di allontanarsi dal  tipico immaginario offensivo ed è necessario riappropriarsi delle proprie forme e dei propri vissuti. Ed è necessario farlo subito. 

Articolo di Francesca Maria Lorenzini, Federica Fiorilla e Geremia Trinchese