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«Senza la coscienza del popolo si moriva nel cemento»

A un anno dall'abbattimento della vela verde


di Ciro Amitrano e Matteo Giacca
Foto di Matteo Magnoni


«La storia del comitato e della lotta parte dall’incontro e l’unione di famiglie per rivendicare semplicemente diritti, al lavoro e alla salute, non solo sui tavoli istituzionali ma anche nelle strade, è questo che ha pagato a lungo andare»


afferma con convinzione Omero. «Sono stati dati tremila alloggi e il risultato proviene da anni di resistenza». Il Comitato Vele ha assunto, nella decennale battaglia per l’abbattimento dei palazzi del Lotto M della 167 di Scampia, il ruolo di risvegliare gli abitanti dalla rassegnazione. Una collettività degna che non si è mai arresa di fronte a istituzioni impermeabili alle esigenze della cittadinanza e che non si è rassegnata nonostante gli abusi e le manganellate. Abbiamo fatto capire che questa battaglia poteva essere portata avanti.»

Il percorso della comunità delle Vele, nel processo di abbattimento e trasferimento delle famiglie dalla Vela Verde, ha tradotto lo slogan “Decidiamo insieme”, sedimentando saperi ed esperienze condivise: il Comitato è riuscito nell’impresa di stabilire criteri fondamentali nell’ottica di un lavoro complesso come quello della ricollocazione delle famiglie dell’ex Vela Verde e, con trasparenza, ha dato la precedenza a chi abitava da più tempo. «Addirittura», racconta Omero, «gli uffici comunali entravano in difficoltà davanti alla moltitudine delle famiglie che venivano chiamate in causa. Si è trattato di una vera sostituzione dei cittadini all’amministrazione pubblica».

Ripercorrendo a ritroso il proprio percorso di vita, il portavoce del Comitato ci parla della sua individuale presa di coscienza sulla realtà del quartiere, fatta di diritti negati, tra cui in primis il diritto all’infanzia: «Ad un certo punto mi sono iniziato a preoccupare di questioni complesse come lo sfratto e, successivamente, il pericolo stesso di vivere in quelle orrende condizioni per molto tempo».


Quei 120 miliardi di lire stanziati dalle istituzioni
«non erano vincolati ai lavori»


Vissuti di questo genere fanno fare i conti con una realtà fatta di privazioni di vario tipo. Il Comitato ha rappresentato, fin dagli anni ‘80, un megafono collettivo nella Vela Gialla di Scampia, uno strumento partecipativo che, partendo dalla costruzione di coscienza condivisa sulle condizioni disumane a cui erano stati condannati gli abitanti delle Vele stesse, ha trasformato realmente la condizione di vita di tante e tanti. La prima grande consapevolezza del popolo di Scampia è stata quella che in battaglie come questa nessun compromesso, nessun accordo, nessuna scorciatoia sarebbe valsa la vittoria nella vertenza delle Vele.

Omero ricorda, proseguendo nel suo viaggio fatto di racconti, nella schiera di personalità istituzionali venute a Scampia l’arrivo di Cossiga alla fine degli anni ’80. I primi anni ‘90 videro poi un compattamento del Comitato, che alzò l’asticella della determinazione nelle richieste delle famiglie. Nel 1992 furono approvati i primi finanziamenti: 80 miliardi di lire dal Governo e 40 dalla Regione. «Quei soldi non erano vincolati ai lavori, dunque si diede l’opportunità di entrare in scena ai classici falchi, e di quella somma non si ebbe più notizia fino a quando furono spostati in altre operazioni tese a interessi personali», conclude con sgomento Omero, come se a distanza di quasi 30 anni non riuscisse a realizzare quanto tempo di vita gli abbiano rubato decenni di malgoverno.

La lotta non si fermò lì, nonostante uno dei momenti più difficili, effetto dell’occasione persa da parte delle istituzioni nel lontano ’92. «È il 2005 e ci rimbocchiamo di nuovo le maniche, provando a prenderci davvero tutto – incalza Omero - comprese le manifestazioni e i conseguenti scontri. Sempre in piena autogestione scriviamo il piano di fattibilità, con un’amministrazione che ha accolto le nostre istanze recependo il messaggio popolare», conclude.


La comunità abbandonata


Il percorso del Comitato Vele nel 2014 giunge alla stesura, co-firmata con il Comune di Napoli, del Piano di Fattibilità di riprogettazione del Lotto E della 167, che mette nero su bianco i desideri di una comunità abbandonata per decenni a vivere in condizioni del tutto simili a quelle dei detenuti nelle carceri speciali, nei loro alveari di cemento.

Questo piano ha tradotto le istanze del popolo delle Vele in un reale programma di rigenerazione urbana per Scampia. Si tratta di un piano che non si accontenta di nuovi alloggi salubri e sicuri, anzi trasforma le rivendicazioni decennali in interventi reali che concorrono a più livelli al processo di rinascita del quartiere. Il progetto che ha previsto l’abbattimento della Vela Verde porterà poi alla demolizione della Vela Rossa e della Vela Gialla e alla ri-funzionalizzazione degli spazi.

«Quando arrivammo in corteo a Montecitorio, con lo striscione ‘Scampia vuole tutto’ portato da Vittorio Passeggio, l’uomo col megafono, volto storico e simbolo del Comitato Vele», racconta Omero, «l’allora presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, capì di cosa era fatto quel tutto che ci mancava e prese con noi un impegno significativo». La nascita di un tessuto urbano, fatto anche di locali commerciali, di parchi giochi, scuole, bar, sembrava dovesse essere destinata a restare una chimera per Scampia. La storia però a volte esce dai binari che la società le predispone. A far deragliare il destino del rione 167 ci ha pensato la determinazione di un popolo che si è fatto istituzione, laddove le istituzioni e la burocrazia non sono mai arrivate.


La progettazione dal basso ha portato a Restart Scampia,
che ha garantito alloggi alle famiglie dell’ex Vela Verde.


Il Comitato Vele ha ottenuto la garanzia di risorse vincolate per finanziare il Piano di Fattibilità per Scampia, grazie all’eccellente lavoro di progettazione dal basso, frutto di una settimana campale di confronto serrato in cui le famiglie delle Vele si sono fatte protagoniste e interpreti della rigenerazione del loro quartiere.

Il progetto, approvato nel 2019 e denominato poi Restart Scampia, alla fine di un iter istituzionale partito dalla delibera comunale del 29 agosto 2016, ha permesso attualmente il trasferimento delle oltre centocinquanta famiglie che abitavano nella Vela Verde in nuovi alloggi costruiti e consegnati largamente prima dell’abbattimento della stessa, avvenuto il 20 febbraio 2020. Restart Scampia prevede la costruzione della nuova sede della Facoltà di Scienze Infermieristiche della Federico II, la ristrutturazione della Vela Celeste che diventerà la sede della Città Metropolitana, l’efficientamento del sistema di trasporto pubblico, al fine di renderlo realmente adeguato alla platea servita, la messa in sicurezza e l’ampliamento degli edifici scolastici, degli spazi verdi e per l’infanzia, la costruzione di nuovi alloggi e locali commerciali.

Senza il Comitato Vele niente di tutto questo sarebbe stato possibile. Finanche le pratiche burocratiche da svolgere per la stesura delle graduatorie di assegnazione degli alloggi, che hanno scandito i tempi nel lungo e complesso processo di trasferimento, sono state coordinate per conto del Comune di Napoli dal Comitato stesso. Tutti i passaggi di ascolto delle esigenze di ciascuna famiglia sono stati seguiti dal Comitato nei locali del Cantiere 167, uno spazio precedentemente abbandonato e restituito alla collettività che ha ospitato la quasi totalità dei momenti di confronto e lavoro condiviso necessario per la realizzazione del Piano di Fattibilità per il lotto E delle Vele di Scampia.


Il Comitato ha ascoltato le famiglie nel Cantiere 167,
uno spazio tolto dall’abbandono e restituito alla collettività


Dopo aver raccontato la storia del processo delle Vele, Omero ci parla anche del suo punto di vista riguardo le altre realtà periferiche d’Italia. «Abbiamo incontrato realtà come lo Zen di Palermo, situazioni in cui la gestione parte male dalla base, dalla convivenza tra le famiglie. Noi abbiamo fatto un vero e proprio censimento, ci siamo occupati di queste complessità facendo valere il concetto di unità d’intenti. Solo grazie allo slogan ‘Decidiamo insieme’ siamo riusciti a far rispettare requisiti fondamentali e, con molta trasparenza, dare precedenza a chi abitava da più tempo».

Omero descrive minuziosamente le condizioni di vita nelle Vele, ricordando di chi «scendeva una volta a settimana per fare la spesa poiché quattordici piani a piedi a una certa età difficilmente li riesci a sopportare [ride, N.d.R.] . Si parla di una realtà che sta portando gente appena uscita da galera a rivendicare il diritto al lavoro, di famiglie che si sporcano le mani in prima linea nell’istanza di abbattimento di valanghe di cemento che gli hanno tolto anni della propria vita. È una lotta contro ciò che gli ha rubato l’infanzia. Ci sono ragazzi che stanno creandosi una seconda possibilità, cresciuti nell’allora piazza di spaccio più grande d’Europa, c’è qualcosa di più rivoluzionario?».

Fino ad oggi le storie di resistenza, di lotta e di rivendicazione dei diritti purtroppo non hanno avuto spazio nella narrazione mediatica della periferia nord di Napoli, volta a riproporre pedissequamente modelli di vita devianti che non appartengono alla maggioranza della comunità delle Vele di Scampia. Il processo delle Vele può dunque rappresentare un nucleo di esperienze, saperi e pratiche condivise, per la rinascita delle periferie dei contesti metropolitani.