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La Francia nel limbo

In vista del ballottaggio, il pericolo dell'estrema destra è sempre più concreto

13/04/2022

Nessuna sorpresa rispetto alla vigilia: in Francia, a confrontarsi al ballottaggio che deciderà il nuovo presidente tra due settimane, saranno Emmanuel Macron e Marine Le Pen, esattamente come nel 2017. In una delle elezioni con il più alto tasso di astensione della storia del Paese (25,1%, seconda solo alla tornata del 2002).

Macron ottiene il 27,8% dei voti, migliorando di quasi quattro punti il risultato del 2017. Si migliora anche Marine Le Pen, che ottiene un 23,1% che rappresenta il miglior risultato della storia del Rassemblement National. Ed esattamente come cinque anni fa a rincorrere i primi due classificati si piazza Jean-Luc Mélenchon, che supera la soglia del 20% (raggiungendo il 22%) ma non riesce nel sorpasso che sarebbe valso il secondo turno.

In questo senso il dato territoriale è ancora più significativo e non cessa il trend che vede la polarizzazione tra centri e periferie, tra la Francia urbanizzata e il paese profondo sempre più evidente: gli elettori dell’estrema destra continuano a crescere nella Francia rurale e nelle piccole province, a Parigi e in Ile de France Macron fa il pieno di voti, e complessivamente le città segnano le più forti discontinuità all’interno del Paese: Macron ha vinto in 11.788 comuni e Le Pen ha trionfato in 20.484.

Ma nonostante i risultati in testa ricalchino abbastanza fedelmente quelli del 2017, la geografia elettorale della Francia che ne risulta è totalmente modificata. In maniera ancora più vistosa rispetto a cinque anni fa si delinea una situazione tripolare, in cui l’area che orbita intorno a Macron fa da catalizzatore per molti elettori del campo moderato mentre crescono la destra e la sinistra più radicali.

 

La scomparsa dei partiti storici della Francia

Se questo processo era evidente a sinistra già dalle scorse elezioni, in cui il Parti Socialiste era sostanzialmente scomparso disperdendosi tra Macron e Mélenchon, stavolta le vittime sacrificali di questo ridisegnamento sono stati i Républicains, che nel 2017 avevano tenuto botta ottenendo un 20%, e che invece con Valérie Pécresse portano a casa quello che è di gran lunga il peggior risultato della loro storia. Nella conferenza stampa a seguito del primo turno la candidata neogollista ha dichiarato di non essere riuscita a convincere “malgrado la passione che mi anima e la solidità del nostro progetto, in questa campagna atrofizzata e in assenza di un vero dibattito”. Ha ottenuto un 4,8% che, posizionandosi sotto la soglia del 5% necessaria ad avere accesso alla maggior parte dei rimborsi elettorali, rischia di compromettere anche la solidità finanziaria del partito.

Un risultato incredibile se si pensa che fino a poche settimane fa Pécresse era pienamente in corsa per il secondo turno, ma che rientra pienamente nella dinamica che ha visto avvantaggiarsi, negli ultimi scampoli di campagna elettorale, i candidati con più possibilità di entrare al ballottaggio. Un meccanismo che ha travolto anche Éric Zemmour.

Il giornalista di estrema destra era sceso in campo per superare una leadership, quella di Le Pen, ritenuta ormai compromessa e annacquata; dopo aver capitalizzato un iniziale entusiasmo che sembrava poter frammentare i consensi del Rassemblement national, il suo impegno non ha fatto altro che ridare credibilità alla stessa Le Pen, permettendole di risultare più moderata nei toni e nei temi. Alla prova dei fatti, quindi, la leader del RN è risultata più presentabile e “presidenziabile” e ha avuto ragione rispetto a Zemmour, fermatosi ad un deludente 7% che forse ne compromette anche la futura carriera politica. Nonostante lui affermi che il suo nuovo movimento, Reconquête, andrà avanti è difficile che ci sia spazio per il suo progetto politico sull’orizzonte delle legislative e tanto meno a livello regionale o municipale, essendo assente qualsiasi radicamento sui territori.

Se la destra esce da questo voto profondamente modificata, la sinistra ha invece molti rimpianti. Allo stato attuale, lo scarto tra Le Pen e Mélenchon è quantificabile in un punto e mezzo percentuale, circa 500mila voti. Dai Verdi ai trotskisti di Lutte Ouvrière, gli altri pezzi della sinistra ottengono circa il 10% dei consensi: non tutti voti compatibili con Mélenchon, probabilmente, ma forse sarebbe bastato che il Partito Comunista Francese (2,3%) corresse insieme al leader de La France Insoumise come nel 2012 e nel 2017 per portarlo al ballottaggio.

In ogni caso, Mélenchon ha di che rallegrarsi: i suoi consensi crescono per la terza elezione di fila, e gli insoumis sono ormai l’unico punto di riferimento stabile alla sinistra dell’area macroniana. Infatti, da una parte si assiste al definitivo tracollo dei socialisti con Hidalgo che ottiene l’1,7% e non va oltre il settimo posto, con il 2,1% persino nella città in cui è sindaca al secondo mandato, Parigi. Una candidatura così fallimentare da aver spinto l’ex presidente e leader socialista Hollande a preparare la propria entrata in campo in segreto, credendo nel ritiro, mai davvero prospettato, di Hidalgo. Si tratta tuttavia della crisi di un partito che comincia oltre cinque anni fa e dove l’esperienza marconiana ha definitivamente aperto la strada al dégagisme del suo elettorato e del suo stesso apparato politico.

Dall’altra il risultato deludente dei Verdi: nella serata di ieri il partito guidato da Yannick Jadot ha aperto una campagna di crowdfunding per rientrare dalle spese della campagna e permettere la sopravvivenza del partito, dato che, come per i Républicains, il 4,6% dei voti conquistati li esclude dai rimborsi elettorali.

Il dato certo è che le due grandi forze partitiche che hanno sostanziato la Quinta Repubblica in Francia, Repubblicani gollisti e Socialisti, non esistono più. Tuttavia il successo di Mélenchon non solo dimostra che il popolo di sinistra esiste in Francia, ma che si tratta di un consenso che si va consolidando attorno ad un progetto politico sempre più strutturato e condiviso che ha poco a che vedere con la retorica del voto antisistema: Mélenchon è il candidato più votato tra i giovani tra i 18 e i 34 anni e ha ottenuto risultati positivi non solo nei territori più marginali del Paese, ma anche nelle grandi città, trionfando addirittura nel 1er arrondissement parigino, municipalità più centrale. Si tratta di un programma moderno dove l’ecologismo occupa un posto centrale e trasversale, superando, secondo le analisi di Greenpeace France, anche le proposte di Yannick Jadot.

 

Le prospettive per il ballottaggio

Saranno proprio i voti dell’elettorato di Mélenchon a essere decisivi per il secondo turno: il ballottaggio si preannuncia infatti più aperto rispetto a quello del 2017. Un sondaggio di Ifop, condotto appena dopo la chiusura delle urne del primo turno, racconta di un Macron avanti solo 51-49 contro Le Pen, e benché altri sondaggi diano un margine più confortante al presidente uscente, si è lontani rispetto al 66% da lui ottenuto nel 2017. In questo senso sarà interessante capire dove si direzioneranno gli elettori del terzo incomodo, Mélenchon: il leader della sinistra radicale ha ribadito chiaramente che “nemmeno un voto dovrà andare a Le Pen”, invitando quindi, implicitamente, alla scelta tra l’astensione e il voto a Macron.

Tuttavia, il primo sondaggio dell’istituto Ipsos a seguito del voto del primo turno restituisce un quadro estremamente discontinuo e incerto sul piano delle intenzioni di voto degli elettori della France Insoumise: tra le persone certe di andare a votare il 24 aprile il 34% voterà Macron, il 30% Le Pen e il 36% per il momento non si esprime.

In più, anche nel caso in cui gli elettori di Mélenchon dovessero rispettare l’indicazione, un’alta astensione potrebbe scompaginare le carte: tra gli altri, Zemmour ha chiaramente invitato a votare Le Pen, mentre Pécresse ha pronunciato un duro discorso contro l’estrema destra dichiarando che voterà “in coscienza” per Macron, ma non dando indicazioni all’elettorato. Se questi due blocchi dovessero fornire un sostegno importante a Le Pen, l’elezione potrebbe riservare delle sorprese impensabili fino a poche settimane fa. Per il momento secondo Ifop l’astensionismo al secondo turno sale di poco rispetto ai numeri del primo, toccando il 25,5%, e dando Macron vincitore con il 52% dei voti. Una maggioranza molto risicata e incerta che, per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica francese, non permette di escludere la vittoria del Rassemblement National.

Così l’agenda di Macron dopo il voto del primo turno è partita in maniera serrata e subito in offensiva, al contrario della leader del RN che sembra essere in cerca della giusta strategia per evitare passi falsi. Il presidente candidato ha trascorso l’intera giornata di lunedì negli Hauts-de-France, nella regione si trova il dipartimento del Pas-de-Calais, collegio elettorale dove Le Pen è eletta deputata, mentre martedì si è recato in Alsace dove ha trionfato al primo turno Mélenchon. Macron si è detto inoltre disponibile a cambiare posizione sulla riforma dedicata alle pensioni, di certo tra le misure più impopolari e controverse del suo programma, specialmente tra gli insoumis, e questo passo indietro dimostra più che mai il timore di una mancata rielezione.

Se i candidati al ballottaggio sono gli stessi di cinque anni fa, il quadro politico in Francia risulta estremamente sconvolto e più complesso: la retorica di un’union sacrée contro l’estrema destra funziona meno perché Le Pen è stata in grado di ripulire con cura la propria immagine anche grazie all’entrata in campo di Zemmour. Ma soprattutto attorno a Mélenchon e il suo programma sta finalmente nascendo un nuovo “Fronte popolare” che non solo difficilmente sarà disposto a cedere a Macron, ma che renderà la vita politica del suo progetto più difficile anche in caso di un nuovo insediamento, non soltanto sul piano del dissenso dell’opinione pubblica: infatti se l’appello a un front commun della sinistra lanciato dalla France insoumise in vista delle legislative dovesse riscuotere successo, il prossimo governo dovrà fare i conti con un’opposizione difficile da gestire.

Articolo di Simone Martuscelli, Susanna Rugghia