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Il futuro della Lega

Le prospettive europee del Carroccio

“Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione”, pronunciava il 17 febbraio al Senato l’attuale Presidente del Consiglio Mario Draghi. 

Un riferimento chiaro ai partiti sovranisti italiani, che nella loro retorica hanno spesso etichettato l’Europa con disprezzo, come fosse un surplus non così fondamentale. Questo è il secondo governo sostenuto dalla Lega nell’attuale legislatura ed è diametralmente opposto al Conte I, per il quale il presidente Mattarella era dovuto intervenire ponendo un veto su alcune nomine chiave al fine di placare l’imprevedibilità populista e anti-europeista dei giallo-verdi. 

L’improvviso cambio di rotta leghista a livello nazionale è già stato discusso abbondantemente, ma  è comunque importante mantenerlo ben chiaro, sullo sfondo, quando nel corso dell’articolo affronteremo i rapporti, le logiche e i possibili cambiamenti del partito nello scacchiere del Parlamento europeo. 

 

Cattiva compagnia

Attualmente la Lega è nel gruppo parlamentare Identità e Democrazia, e ha un ruolo centrale nello schieramento di estrema destra: la maggior parte degli europarlamentari del gruppo, tra i quali il presidente Marco Zanni, sono leghisti (27 su 74). Gli alleati principali, stando ai numeri, sono Alternative für Deutschland di Meuthen (vice capogruppo di ID), e Rassemblement national di Le Pen. 

I due partiti recentemente sono finiti sotto i riflettori a livello nazionale. Tra i due, senza dubbio AfD è stato il più esposto: mercoledì 3 febbraio il partito di estrema destra è stato messo sotto sorveglianza per estremismo dal servizio di sicurezza nazionale tedesco; il partito non è nuovo a posizioni anti-immigrazione, antisemite e in generale di istigazione alla violenza. Tuttavia, l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (BfV) pronto a intercettare e monitorare i singoli membri del partito, esclusi membri dei parlamenti federali, regionali ed europei ha dovuto interrompere preventivamente il suo intervento perché un tribunale amministrativo di Colonia ha rivisto la disposizione. A seguito del ricorso di AfD, che ha reclamato additando il provvedimento come mera mossa politica in vista delle elezioni di settembre, il tribunale si è pronunciato dicendo che “i servizi segreti non avrebbero fatto abbastanza per non far trapelare all’esterno la notizia, violando un accordo di riservatezza e mettendo a rischio la garanzia di pari opportunità dei partiti”, riporta Il Post. Il fatto rimane, e la fedina di AfD è sempre più imbrattata di anti-europeismo, e ciò mal si addice al nuovo formato leghista, ora più democratico ed europeista. Almeno pare.

Spostando l’attenzione in Francia, il 13 febbraio il ministro degli Interni Darmanin ha dichiarato l’avviamento del processo di dissoluzione del gruppo Génération Identitaire, reo di aver violato una legge che impedisce “l’incitamento alla discriminazione contro una persona o un gruppo a causa della loro origine”, riporta France24. Il gruppo vanta simpatie da parte di Rassemblement national, intercettabili già a gennaio quando emerse preventivamente l’ipotesi di scioglimento del gruppo, con le dichiarazioni di Le Pen: “Darmanin non dovrebbe sbarazzarsi delle organizzazioni solo perché non gli piacciono lo stato di diritto non funziona così”. 

 

Le crepe di Identità e Democrazia

Pur essendo Germania e Francia contesti diversi, i due avvenimenti sopra citati preoccupano (o dovrebbero preoccupare) la Lega, poiché, in primo luogo partiti e alleati di quella natura non hanno vita facile nelle istituzioni, e in secondo luogo perché l’incoerenza tra alleanze nazionali ed europee non giova all’immagine del partito italiano. È utile ricordare che la Lega, pur essendo il partito con più seggi nel Parlamento Europeo, non ricopre nessuna carica istituzionale: in Europa persiste quel “cordone sanitario” ossia un accordo informale tra i partiti più moderati per preservare le cariche istituzionali da figure sovraniste ed euroscettiche che esclude i partiti di estrema destra (tuttora la Lega ne fa parte in ambito europeo) da certi incarichi. La Lega, quindi, sa di dover rinnovare il reparto alleati, e questa sensazione già la si era avvertita dopo le elezioni regionali di settembre 2020, in conseguenza alla delusione leghista e al guizzo nazionale ed europeo di Meloni, come spiegato in un altro articolo di Scomodo. 

Un primo segnale di divisione in ID è avvenuto dopo la nomina di Draghi, commentata da Meuthen come “un brutto scherzo”, successivamente ribattuto dal presidente di ID Zanni, che in un comunicato stampa, dichiara: “[…] Se qualcuno all’estero critica il professor Draghi per aver difeso l’economia, il lavoro e la pace sociale europea, quindi anche italiana, e non solo gli interessi tedeschi, questa per noi non sarebbe un’accusa, ma un titolo di merito”. Un secondo segnale di rottura, si è intravisto nelle votazioni avvenute il 9 febbraio sul regolamento del Recovery and Resilience Facility, cuore del piano Next Generation EU. Una spaccatura con tre crepe: gli eurodeputati leghisti si sono pronunciati favorevoli, quelli di AfD contrari, mentre la delegazione di Rassemblement National si è astenuta. Eloquente è la dichiarazione dell’eurodeputato leghista Gianantonio Da Re su AfD: farò  “festa con le giostre in piazza” quando il partito tedesco se ne andrà. Se il dissenso con AfD appare più netto, dividersi da Le Pen è invece questione più aggrovigliata: Il Foglio riporta che esisterebbe un “tacito accordo” di reciproco sostegno fino alle elezioni francesi del 2022. La nebbia fitta cresce sul Carroccio.

 

“Si fa per dire”

La scena sovranista europea o come la si vuol definire non è affatto quieta: Fidesz partito ungherese capitanato da Orbán fino al 3 febbraio faceva parte del più moderato Ppe (Partito Popolare Europeo), salvo poi abbandonare il gruppo. Il partito era già stato sospeso dal Ppe prima delle scorse elezioni europee e, dopo l’approvazione di nuove regole da parte del gruppo che permettono di espellere un’intera delegazione, Fidesz ha deciso di anticipare l’inesorabile conclusione. Fidesz contava 12 deputati (era la quarta forza del gruppo) e si potrebbe pensare logicamente che tale mancanza possa essere colmata dalla Lega, considerati anche i ripensamenti a livello nazionale. Difficilmente avverrà. 

Forza Italia invoca, tuttavia, una svolta europeista in Europa della Lega, anche se Salvini non sembra di quell’idea: dopo l’espulsione di Orbán, il leader leghista gli ha espresso la sua solidarietà e i due si sono sentiti in videoconferenza. A conferma del fatto che più che l’adesione al Ppe da parte della Lega la novità potrebbe essere il duo Lega-Fidesz, è lo stesso Salvini ad avvalorare l’ipotesi nel giorno del suo compleanno. “Stiamo lavorando per creare un nuovo gruppo europeo, sono in contatto con i polacchi [PiS], gli ungheresi. L’ingresso nel Ppe non è all’ordine del giorno. Serve qualcosa di nuovo: un certo tipo di Europa non è in grado di rispondere alle emergenze”. A snodare il dubbio, comunque, ci aveva già pensato Zanni, dicendo: ”Un nostro possibile ingresso nel Ppe non mi pare all’ordine del giorno”, contemporaneamente aprendo le porte a Orbán. La pista Ppe si è defilata, ma non si pensi che la principale forza del Parlamento europeo aspettasse la Lega a braccia aperte: fonti interne al Ppe, riporta Il Post, hanno detto che “non è ancora cambiato niente” riguardo all’orientamento del Carroccio, nonostante l’adesione al governo Draghi. 

Resta, comunque, da capire la veridicità delle dichiarazioni del Capitano, che non è nuovo alla tecnica del “si fa per dire”. Le recenti dichiarazioni sul nuovo papabile triangolo italo-polacco-ungherese sembrano più frasi di circostanza (che potrebbero far arrabbiare Meloni), e non fanno altro che far trasparire l’ansia leghista per l’incertezza nel segmento sovranista europeo.

 

Trattative di mercato

Le dichiarazioni di Zanni e Salvini su una nuova alleanza sovranista europea darebbero luogo alla coalizione più rilevante nello scenario europeo, seconda solo all’inarrivabile Ppe. 

Questo quadro delineato dal leader leghista deve però fare i conti con una personalità che in questi anni ha assunto rilevanza all’interno dello scacchiere politico conservatore e sovranista europeo: Giorgia Meloni. Alla notizia dell’uscita di Fidesz dal Ppe, infatti, la leader di Fratelli d’Italia, ma soprattutto della coalizione dei conservatori al Parlamento europeo (ECR), non ha escluso la possibilità di accogliere il partito ungherese, descrivendo l’entrata di Fidesz come una svolta naturale: VoteWatch, ripreso anche da un articolo di Domani, mostra la tendenza di Fidesz a votare nella stessa direzione di ECR in Parlamento in ben il 72% dei casi (statistica che scende al 50% circa se i voti si comparano a quelli di ID). 

Mentre i deputati ECR descrivono le trattative con Orbán come “in stato avanzato” e “una questione di tempo”, il premier ungherese ha fatto sapere, in un’intervista alla radio di stato,  di aver avuto contatti con entrambi i partiti della destra italiana, puntando a un gruppo unico creato sciogliendo ID ed ECR. I deputati di ECR, tuttavia, fanno sapere che sciogliere la coalizione non è all’ordine del giorno, mostrandosi però “sempre aperti a coloro che condividono i nostri valori”, come sottolineato dai copresidenti Fitto e Legutko. 

Come riportato da Repubblica, l’ingresso di Lega e Fidesz richiederebbe per questi due partiti una presa delle redini di ECR, con la nomina di figure al vertice, visto il largo numero dei parlamentari che entrerebbero a far parte della coalizione. Questa eventualità frena al momento l’ipotesi di un gruppo allargato sotto il nome di ECR, con un altro ostacolo interno rappresentato dai polacchi di Kaczynski, poco inclini a intraprendere un cammino al fianco di un partito come la Lega e le sue manifeste simpatie filo-russe.

 

Una voce, due idee di Lega

È sicuramente un momento di transizione per il Carroccio, atteso da scelte difficili che inevitabilmente creeranno difficoltà al partito: la voce di Salvini non sembra più l’unica ad avere un peso.

All’interno del partito, infatti, la figura di Giancarlo Giorgetti sta assumendo sempre più potere e, secondo alcuni, il neo-ministro dello sviluppo economico del governo Draghi è anche l’artefice più convinto della svolta europeista. Incarna la parte più pragmatica del partito, in lieve contrapposizione con la politica della Lega degli ultimi anni, più incline a calpestare i pavimenti delle piazze che quelli dei palazzi. Il ruolo di Giorgetti nel governo è di importanza cruciale e come riporta l’Espresso si ha la sensazione che sia lui il primo interlocutore di Mario Draghi a livello politico. Il suo ministero è l’unico che concede a un uomo di partito accesso alle risorse del Recovery Fund, facendo di lui il ministro più “tecnico” all’interno della rosa dei politici. Giorgetti è forte e rilevante nel partito, e dà di certo l’impressione di essere tutt’altro che un semplice “portavoce” di Matteo Salvini all’interno dell’esecutivo; è dunque difficile sottovalutare la spinta di Giorgetti verso un confronto con il Ppe, che ha sempre ritenuto necessario, ragionando sul fatto che è la parte moderata del Parlamento Europeo il vero motore della politica comunitaria. 

Giorgetti è, inoltre, considerato come la figura affidabile a livello europeo, viste anche le ultime dichiarazioni di Thierry Breton. Il commissario Europeo per il mercato interno ha infatti speso per lui parole ottime: “Abbiamo parlato in modo costruttivo” non è per nulla una dichiarazione banale quando si parla di rapporti tra Europa e partiti sovranisti; “Giorgetti prosegue Breton conosce i suoi dossier e non è Marine Le Pen”. 

In un eventuale scenario di avvicinamento tra Lega e Ppe, dunque, il numero due della Lega sarebbe l’uomo chiave, non solo per la sua volontà, ma in particolare per la stima di cui gode a Bruxelles.

Tuttavia, come indicato dallo stesso Giorgetti, le dinamiche interne alla Lega sono ben salde sulla linea dettata dal leader: sta a lui decidere in autonomia. Si tratta di una struttura che favorisce l’ordine e l’unione di intenti all’interno del partito, mantenendo comunque vivo il senso di instabilità quando, in momenti di crisi interna come quella attuale, si mette alla prova l’abilità politica e strategica del leader.

 

Quale strada prendere?

La decisione di posizionarsi a fianco dei partiti sovranisti in Europa, in antitesi con la svolta europeista nazionale, potrebbe tradursi nella scelta della Lega ancora una volta di non decidere, restando nel limbo, nel tentativo di non perdere voti né tra l’ex elettorato berlusconiano, né tra i sovranisti spostati più a destra. Al contrario, entrare nel Ppe sarebbe la virata definitiva verso una destra più moderata e probabilmente più “legittimata” a governare nel caso di vittoria alle elezioni, con la mediazione europeista di Forza Italia con una figura autorevole come Tajani, rischiando una perdita di consenso nell’elettorato più fedelmente ancorato alle istanze anti-establishment. La terza ipotesi prevederebbe un rafforzamento dei rapporti con Orbán e con i partiti di estrema destra, con un’inevitabile fuoriuscita dal governo Draghi al primo disaccordo e la conseguente perdita di credibilità in Europa, viste le già citate dinamiche di esclusione dei partiti schierati con i nazionalismi e contro l’Unione.

Di certo, una decisione che Salvini non potrà sbagliare in ottica delle prossime elezioni nazionali,  e prendere tempo aspettando il momento migliore per schierarsi potrebbe rivelarsi una strategia giusta quanto rischiosa. É necessario un tempismo cronometrico, considerando l’importante passo compiuto sostenendo il governo Draghi, che incarna non solo una figura europeista, ma il possibile futuro leader di un’Europa più unita.

Articolo di Nicolò Benassi, Emanuele Di Casola