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Gela anni venti: la fine di un mondo

19/05/2020

Entrato in funzione nel 1963, il polo petrolchimico di Gela diviene presto uno dei più grandi nel quadro europeo dell’epoca, radendo al suolo la splendida Piana del Signore, con le sue alte dune e la sua macchia mediterranea, ma dando occupazione per buona parte degli anni ‘70 sino a 10.000 lavoratori, diretti e dell’indotto (spesso, a ogni modo, di provenienza diversa da quella locale; una cifra, comunque, destinata progressivamente a calare sino ai circa 400 dipendenti attuali). Malgrado le forti tendenze migratorie attive nello stesso periodo nel resto della regione e nel Paese, la popolazione gelese, attestata nel censimento del 1951 a 43.000 unità, supera vent’anni dopo i 67.000 residenti, facendo di quello che era prima un popoloso paesone, uno dei più grandi comuni siciliani (attualmente il sesto).

Sintetizzando brutalmente, potremmo dire che la presenza industriale in città abbia facilitato forme paradossali di laissez-faire, tanto ai vertici quanto alla base. Tralasciando infatti la libertà dell’impresa di operare per almeno tre decenni senza limiti e con scarsi controlli, la presenza industriale diventa per il mondo politico locale il terreno privilegiato ove coltivare clientele e praticare scambi, aumentando però allo stesso tempo la propria dipendenza dal petrolchimico. L’effetto di questi scambi è che l’urbanizzazione prende presto a procedere in modo per lo più incontrollato, in assenza di piano regolatore e in tutte le direzioni. È questo infatti l’effetto congiunto tanto del fabbisogno di nuove abitazioni atte a contenere la manodopera operaia trasferitasi dall’interno della regione verso la città industriale – o anche di quella locale, ormai stufa delle vecchie abitazioni malandate e sovraffollate – quanto dei salari industriali e delle rimesse degli emigrati.

Al repentino aumento di popolazione si farà dunque fronte, sul piano ufficiale, con l’edilizia popolare e l’edificazione del quartiere operaio di Villaggio Macchitella; ma soprattutto, su piani solo apparentemente non ufficiali, con l’autocostruzione: con quella pratica, cioè, che si concretizza nell’edificazione irregolare e diretta di palazzi spesso di notevoli dimensioni (anche di cinque piani), dalle facciate spesso incomplete e, per lungo tempo, privi di allacci ai servizi.

Intimamente legata alla nuova disponibilità di liquidità delle famiglie, l’autocostruzione segnerà in realtà una delle più alte manifestazioni della liberalità politica, garantendo l’accesso alla casa a quote crescenti di popolazione e forte consensi (salvo l’assalto al Municipio del 21 novembre 1983, allorquando il Sindaco del tempo decise di perseguire l’abusivismo edilizio, suscitando una rivolta di popolo che lo costrinse a una drastica retromarcia).
Se, incidentalmente, è possibile notare che in questa vicenda vi sono tracce anticipatorie di un certo neoliberismo “anarchico” e dei principi dello “Stato minimo”, è pur vero che la lunga ondata “liberale” si rivela un modo di produrre dipendenza e accrescere così la stretta del controllo capitalistico. Se in questa stagione non è ancora il debito il principale motore della dipendenza (le case, per esempio, sono costruite con risorse proprie e con il lavoro dei membri della famiglia), lo è comunque il mutato stile di vita e le rinnovate aspettative che coinvolgono questa popolazione del tutto nuova alla regolarità salariale. La possibilità data a tutti – élite e cittadini – di partecipare alle diverse tipologie di scambi e, contemporaneamente, di fare secondo le proprie capacità e possibilità, rende la società locale sempre più vincolata alla grande impresa, che viene lasciata libera di disporre della vita quasi a proprio completo piacimento.

E del resto, facendo un salto in avanti nel tempo, che non sia esagerato impiegare questi termini lo dimostrano i livelli di contaminazione dei suoli e delle acque, che fanno sì che all’inizio degli anni duemila Gela si sia ritrovata, tra vari e ugualmente negativi indicatori di salute, in cima alle classifiche epidemiologiche relative alle malformazioni neonatali (specialmente le ipospadie). Ma al di là dell’ambiente e della salute, ciò che appare interessante dell’esperienza industriale gelese della fase di mezzo è il carattere essenzialmente disciplinare, differenzialista e simbolico assunto dall’urbanizzazione post-industriale. Villaggio Macchitella, il vasto quartiere dell’“aristocrazia” operaia, costruito secondo criteri urbanistici moderni, munito di servizi come scuole, cliniche e sicurezza privata, ne è un ottimo esempio. A pochi chilometri dal centro di quella Gela che negli anni sessanta moriva di sete, i dirigenti, i tecnici e le manovalanze per lo più non locali residenti nel villaggio potevano lavare le proprie auto con l’acqua diretta. A poca distanza da quella Gela in cui si beveva acqua desalinata, pescata nel porto antistante il polo industriale, si beveva ottima acqua di falda. E così via, attraverso un insieme di pratiche quasi scientificamente tese a marcare la distinzione tra gli inclusi e gli esclusi, tra i cittadini a pieno titolo della modernità e gli aspiranti tali.

Ma il lavoro dell’impresa produce anche anomia e modi “innovatori” di adesione al nuovo tessuto capitalista divenuto preda degli appetiti mafiosi. In questa Gela che cresce disordinatamente, sospesa tra vecchie e nuove prospettive, in un clima di crescente depoliticizzazione e crisi delle tradizionali agenzie di socializzazione (circoli, partiti, movimenti extraparlamentari etc.), va maturando una nuova generazione di adolescenti con bassi livelli d’istruzione, disponibilità economiche limitate, esposti a modelli di genere fondati sulla violenza, oltre che su aspirazioni consumistiche. È questo il terreno in cui matura il fenomeno dei baby-killer, dei sicari bambini assunti e addestrati dalla criminalità organizzata, che, d’altra parte, rinverremo anche altrove nel Mezzogiorno.

Avviandoci a concludere, non è facile, malgrado ciò che si è sin qui detto, esprimere un parere definitivo sull’industrializzazione gelese. Mentre è vero che l’industria petrolchimica ha stravolto ambiente, società, spazi urbani e salute, limitando la possibilità fisica di un cambiamento, è pure vero che la presenza industriale ha disseminato salari e prodotto forme di mobilità sociale di cui sarebbe ingeneroso non tenere conto. Ed è del resto questa l’ambivalenza che caratterizza frequentemente la memoria storica di chi – anche appartenente al fronte critico – guarda alla traiettoria locale in chiave collettiva ed autobiografica. E anche su un piano storico generale è arduo negare che la vicenda gelese è anche una storia capitalistica “tipica”, contrassegnata cioè da nascita, espansione e decadenza di un modo di produzione e socialità. Un processo incontrato in una moltitudine di posti, che ha lasciato spesso macerie senza speranza, ma ha visto talvolta impensabili rinascite. Vi sono pochi dubbi, dunque, che anche qui attivare l’immaginazione e l’intelligenza collettiva resta, nel quadro drammatico della fine dell’industria, il primo dei passi necessari. Ciò che richiede, però, di accettare veramente e intimamente la fine di un mondo.

Pietro Saitta, ricercatore di Sociologia Generale e autore di studi su disastri, società e trasformazioni urbane. Tra i suoi libri in materia di catastrofi: Spazi e società a rischio (2009), Il petrolio e la paura (2010), Quota zero (2013) e The Endless Reconstruction (2019).

Articolo di Pietro Saitta

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