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Gela: il lavoro che continua ad ammalare

Dal 2014 il rapporto tra Eni e la città di Gela è cambiato. La “Mamma Eni” che portava lavoro, ora ha lasciato danni e malcontenti.

29/05/2020

Nel 2014, in un panorama europeo in cui le prospettive per il settore della raffinazione sembravano confermare un ridimensionamento del ruolo dei prodotti petroliferi all’interno dei consumi energetici comunitari, il colosso Eni scelse di chiudere uno dei suoi tre poli petrolchimici ubicati sul territorio nazionale: la Raffineria di Gela, con conseguente impatto economico-sociale. Non solo vittime del degrado ambientale e del peggioramento dell’aspettativa di vita dovuto all’industria, gran parte dei gelesi si son trovati senza lavoro.

Il 6 novembre 2014, con il Protocollo d’intesa, sottoscritto presso il MISE dalla Regione Sicilia e dai principali sindacati dei lavoratori, Eni rinnovava la relazione di convivenza sinergica tra impresa e territorio con la città di Gela.  Con questo provvedimento Eni puntava a far fronte alla crisi dello stabilimento di Gela riconvertendo la realtà industriale della raffineria in attività “green”, tramite la creazione di un nuovo polo della chimica verde in Sicilia, non escludendo, però, un aumento nel territorio della produzione di idrocarburi liquidi e l’incremento della produzione di gas naturale.

“Lo Stato dà un posto. L’impresa privata dà un lavoro.”

Un primo ostacolo per la raffineria è stato il Decreto Ronchi, che essenzialmente vietava l’utilizzo del pet-coke come combustibile industriale. La forza economica della raffineria era rappresentata dalla centrale elettrica, che bruciava il pet-coke prodotto dalla raffinazione del petrolio grezzo per generare energia elettrica e vapore. Per questa ragione la procura chiuse lo stabilimento, generando un malcontento popolare tanto da far scendere in piazza le persone con in mano uno striscione: lo slogan, “MEGLIO MORIRE DI CANCRO CHE DI FAME”. Nel 2002, il contemporaneo governo Berlusconi emanò un decreto-tampone, affinché la raffineria venisse riattivata permettendo l’uso del pet-coke come combustibile.

Nel 2015 ci fu lo spegnimento definitivo della raffineria, in seguito al protocollo del 2014, in cui venivano garantiti 2,2 miliardi di investimenti in favore della riconversione in chiave green dello stabilimento. Da questo provvedimento deriva una delle conseguenze maggiormente sentite: nell’ambito lavorativo, una delle istanze più volte ribadite riguardava il mantenimento del livello occupazionale, che nell’immediato non venne salvaguardato.

La “green refinery” è stata inaugurata nel settembre 2019, iniziando le prime attività. Nonostante i numeri non sempre chiari, si stimano circa 1.000 persone circa attualmente impiegate nell’ex-raffineria, tra personale diretto ed indotto. Se ci fosse un implemento di investimenti, si arriverebbe massimo a 2.000 unità complessive.

Tra questi investimenti erano previsti 1.800 milioni di euro circa da impiegare nell’attività di upstream, ovvero l’estrazione di gas naturale. Dei restanti investimenti ancora non c’è una traccia fattuale ed al momento è difficile poter decifrare quale sia la politica, o interesse economico, dell’azienda per queste attività. Analizzando solo ciò che è stato attuato, si può dire che non ci sia stato un vero aumento o mantenimento dei livelli occupazionali, come conferma lo scrittore nonché collaboratore stabile del “Quotidiano di Gela” Andrea Turco, «considerando anche gli altri progetti previsti, come ad esempio il gasdotto Argo-Cassiopea di cui si prevede l’avvio nel 2020-2021, dopo la fase di costruzione non si necessiterà di lavoratori».

Nella realtà gelese del 2014 è evidente un’incapacità politica di trovare una conversione del territorio, ancorato ad una monocommittenza: Eni. Infatti una distinzione rilevante da compiere è tra chi dipende parzialmente da Eni e chi vive perché Eni è presente. Ripensando al sopracitato corteo del 2001, una considerazione inevitabile riguarda gli operai, i quali essendo cresciuti in questa contingenza, sono stati prevalsi dall’urgenza di lavorare mentre un’altra parte della cittadinanza, in questi anni di maggiore coscienza ambientale, vive nella paura del danno che la presenza dello stabilimento potrebbe arrecare. Nonostante ciò, il lavoro rimane una necessità fondamentale e negli anni si è creato un conflitto tra parti civili, in cui le maggiori tutele per la salute a volte sono state percepite come un danneggiamento per l’occupazione.

Il tempo ha solo confermato che il Protocollo d’Intesa del 2014 sia maggiormente a favore dell’azienda che del territorio.

“Usque ad finem”

Nel 2009 si avviò un’inchiesta sull’attività dello stabilimento petrolchimico da parte della procura di Gela, che riuscì a portare Eni al banco degli imputati nel 2016. Il capo d’accusa consisteva in disastro ambientale innominato, insieme a danneggiamento aree coltivate e boschive, inquinamento suolo e sottosuolo delle aree dello stabilimento, abbandono dei rifiuti e svezzamento di idrocarburi. In Italia i reati ambientali vengono ancora considerati di poco conto e spesso prescritti, per questa ragione in seguito all’indagine della procura si decise di orientare l’accusa verso il disastro ambientale, classificando il reato in modo molto più complesso. Si attribuì alla multinazionale la responsabilità di emissioni di varia natura, ovvero in acqua, terra e aria, causa della compromissione dell’ambiente, della biodiversità e della salute.

L’Istituto Superiore della Sanità nel 2009 pubblicò dei dati inquietanti, riguardo diversi inquinanti finiti nel suolo e nell’acqua delle falde: nella lunga lista si possono trovare componenti come l’arsenico (limite normativo: 10, concentrazione rilevata: 250.000), o il 1,2 dicloroetano (limite normativo: 3, concentrazione rilevata: 3.252.000).

Nel 2016 processo inizia, ed è caratterizzato da una pluralità di parti civili. Il giorno della prima udienza la camera del tribunale è troppo piccola per contenere la cittadinanza e le associazioni che vogliono assistere. Il processo continua, procedendo a rilento e con una serie di rinvii, causando ciò che alcuni componenti della “Commissione Salute e Ambiente” del Comune di Gela temevano. La loro paura più grande riguardava il solito fare delle multinazionali in queste circostanze: prolungare i tempi, fare ostruzionismo e far stancare le parti facendo scendere l’attenzione. Ad oggi non si può dire che la città viva il processo, o comunque non è così sentito come qualche anno fa, lasciando un’immensa delusione in tutte quelle parti civili che hanno provato ad opporsi all’azienda.

L’Eni continua a negare il nesso causale ed effettivamente non è ancora riscontrabile una prova scientifica, tranne per alcune patologie. Sono ancora in molti coloro che non danno importanza alla questione sollevata a causa della necessità di lavorare, ma il fatto che l’inquinamento sia stato e sia tuttora causa di tumori, anche infantili, e malformazioni nei neonati rimane un’ipotesi molto plausibile. Per quanto concerne il nesso di causalità come afferma Ketty Perrotta, perito tribunale di Gela, non è ancora possibile confermarlo con gli studi epidemiologici disposti finora, ma si può parlare di incidenza maggiore e probabile nesso. Ciò che attualmente è dato sapere è solo che la gente, a Gela, si ammala più facilmente.

Articolo di Elena Lovato e Marina Roio

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