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La guerra dimenticata dello Yemen

Storia della guerra civile in Yemen: tra i protagonisti, la crisi umanitaria e la (non) copertura mediatica occidentale

28/05/2022

Dopo sette anni di guerra civile la nuova tregua tra Houthi e Arabia Saudita potrebbe essere la luce in fondo al tunnel per la popolazione dello Yemen, la fine della peggiore crisi umanitaria degli ultimi anni.

Questo spiraglio ha favorito la costruzione di un governo yemenita post-Hadi, colui che ha governato lo Yemen per 11 anni e che dal 2016 è stabile nei palazzi di Riyadh ben protetto dagli alleati sauditi ma lontano dalla popolazione, che è rimasta sola sotto i bombardamenti ed è caduta nella povertà più totale. 

Per quanto sia un contesto totalmente arabo, in cui l’Occidente ha solo fatto capolino senza mai interessarsene veramente, i 377 mila morti per bombardamenti, fame e mancanza di cure mediche, oltre ai 21 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria (dati ONU) dovrebbero essere un più che sufficiente campanello d’allarme.

 

La genesi del conflitto in Yemen

Nel 2011 il vento della Primavera Araba dalla Tunisia, dall’Egitto, dalla Libia arriva anche in Yemen, la popolazione è stanca del regime autocratico di Ali Abdullah Saleh, in carica dal 1978, vuole democrazia. Le proteste costringono Saleh alle dimissioni e Abdrabbuh Mansur Hadi, ex vice, presiede il governo di transizione per sette mesi, poi diventa formalmente presidente dello Yemen il 27 febbraio 2012, essendo l’unico candidato alle elezioni presidenziali, mentre Saleh scappa in Arabia Saudita dove riceve l’immunità. Hadi deve governare un paese appena reduce da grandi manifestazioni civili, in crisi economica e con alta insicurezza alimentare e non riuscirà a stabilizzare la situazione: come è successo in Siria, la richiesta di democrazia passa attraverso un regime dittatoriale simile a quello abbattuto per poi precipitare in una guerra civile. 

L’evento scatenante di quella che sarà una guerra lunga sette anni avviene ad agosto 2014: su pressione del Fondo Monetario Internazionale il governo yemenita taglia i sussidi al carburante e i prezzi salgono, il gruppo sciita Houthi si mette alla guida di un ampio movimento popolare di protesta che attraversa la capitale Sana’a e le altre principali città del paese, finché Hadi non mobilita l’esercito e le proteste degenerano in uno scontro armato che inizia a mietere le prime vittime nelle piazze.

A gennaio 2015 i ribelli Houthi conquistano il palazzo presidenziale nella capitale, mettono il presidente Hadi agli arresti domiciliari, nominano un Consiglio Presidenziale per formare un governo sciita. Non hanno più, tuttavia, l’appoggio del popolo, e migliaia di persone manifestano per chiedere il ritiro delle truppe Houthi da Sana’a.

Il 26 marzo 2015 la coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita con l’appoggio di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain, Kuwait, Giordania, Egitto e Sudan lancia una campagna militare contro i ribelli Houthi; di fatto iniziano i bombardamenti sullo Yemen e già dopo sei mesi oltre 20 milioni di persone, ovvero quattro quinti della popolazione, hanno bisogno di assistenza umanitaria. Salman, re dell’Arabia Saudita, intende respingere l’avanzata Houthi poiché sostenuta dal rivale Iran e un governo sciita in Yemen sarebbe stata una minaccia al suo confine meridionale.

Fino alla fine del 2018 i bombardamenti continuano in tutto lo Yemen, quattro cessate il fuoco falliscono per violazioni di entrambe le parti e il paese risulta totalmente tagliato fuori dalle tratte commerciali che prima della guerra passavano per le città portuali Hodeidah e Aden mentre tutti gli aereoporti erano stati chiusi già nel 2015.

Il 13 dicembre 2018 il governo yemenita, riconosciuto dalla comunità internazionale, e il gruppo Houthi firmano l’accordo di Stoccolma, che al tempo sembrava essere l’inizio di una de-escalation. Con esso sarebbe dovuta iniziare una tregua finalizzata al mantenimento dell’ingresso degli approvvigionamenti per i civili da Hodeidah, in mano ai ribelli e circondata dalle truppe saudite, e che correva il rischio di essere invasa e distrutta a discapito della popolazione che già versava in condizioni più che critiche. Forze neutrali schierate dall’ONU avevano assicurato la creazione di un corridoio umanitario e lo svolgimento delle operazioni di disarmo, tanto che i media internazionali parlavano di nuovi barlumi di speranza e addirittura il Senato statunitense a maggioranza repubblicana, contro il volere dell’amministrazione Trump, aveva votato per lo stop ai finanziamenti alla coalizione saudita.

Ma circa un anno dopo la tregua dell’accordo di Stoccolma, il conflitto progressivamente si intensifica per mano Houthi soprattutto su Marib, una regione ricca di petrolio e l’ultima città del nord in mano all’esercito nazionale. L’ONU avverte che oltre 100.000 persone sono sfollate a causa dei combattimenti, che due milioni di civili sono a rischio e chiede un cessate il fuoco. A ottobre del 2021, tuttavia, smette di indagare sui crimini di guerra in Yemen e nei primi mesi del 2022, secondo il Norwegian Refugees Council, i raid aerei sauditi si moltiplicano di 39 volte, solo a febbraio ne vengono contati 700, e di conseguenza i morti raddoppiano. La segretaria generale di Amnesty International, Agnes Callamard dichiara che «Il popolo dello Yemen è stato abbandonato. Tradito. Ancora una volta». A fine marzo 2022 gli Houthi attaccano ripetutamente le riserve di carburante saudite a Jeddah, mentre i sauditi bombardano senza sosta le città yemenite di Sana’a e Hodeidah. 

 

I negoziati di aprile 2022

Da circa un anno le Nazioni Unite in cooperazione con gli Stati Uniti stanno lavorando per l’apertura di un canale diplomatico tra la coalizione degli stati del Golfo e il gruppo Houthi. A seguito dei pesanti scontri del 2022, il 26 marzo gli Houthi hanno annunciato una sospensione delle operazioni militari transfrontaliere e delle operazioni di terra in Yemen mentre la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha dichiarato che avrebbe sospeso le azioni in Yemen con l’inizio del Ramadan su pressione dell’ONU, tant’è che la portavoce di Hans Grundberg, inviato speciale per lo Yemen, ha dichiarato che “continua le sue discussioni con tutte le parti e invita tutti a impegnarsi in modo costruttivo per raggiungere urgentemente una tregua”.
La tregua accordata da entrambe le parti per due mesi – non succedeva dal 2016 – è fondamentale perché siano assicurati gli approvvigionamenti dal momento che i sauditi controllano lo spazio aereo e le acque yemenite impedendo di fatto l’arrivo di aerei e navi commerciali. Ben quattro navi, infatti, erano in attesa al largo di Hodeidah di cui una, secondo le Nazioni Unite, da oltre un mese. L’obiettivo principale rimane il raggiungimento di un compromesso politico per porre fine alle atrocità che hanno causato la crisi umanitaria, ma ancora non è chiaro se effettivamente un accordo verrà raggiunto. A Riyadh sono stati avviati i negoziati di pace nei primi giorni di aprile ed è stato costituito un consiglio presidenziale di otto membri che succeda ad Abdrabbuh Mansur Hadi. Il presidente del consiglio entrato ufficialmente in carica il 7 aprile 2022 ad Aden è Rashad al-Alimi, Ministro degli Interni dello Yemen tra il 2001 e il 2008 ed ex-consigliere di Hadi, personalità che deve mantenere un dialogo con il gruppo Houthi e il Southern Transitional Council, un gruppo indipendentista che controlla il sud del paese. Nonostante la tregua abbia favorito un po’ di pace per la popolazione e una nuova presidenza per lo Yemen, il gruppo Houthi ha rifiutato di partecipare ai negoziati di pace a Riyadh e ha dichiarato di ritenere il Consiglio Presidenziale imposto da forze straniere e di conseguenza non rappresentativo dello Yemen, né tanto meno legittimo. 

Nonostante nelle ultime settimane gli Houthi abbiano ripreso ad attaccare Marib, violando il cessate il fuoco, ci sono stati i primi voli commerciali in entrata e uscita da Sana’a e le navi mercantili hanno attraccato a Hodeidah.

 

Gli artefici

Gli attori che hanno preso parte a questo conflitto sono molteplici: i principali sono il gruppo Houthi, l’ex presidente Abdrabbuh Mansur Hadi, l’esercito nazionale yemenita, il Southern Transitional Council, l’Arabia Saudita e l’Iran. Adam Baron, osservatore per l’European Council on Foreign Relations’s Middle East and North Africa Programme e giornalista che ha seguito tutte le vicende della guerra, ha tuttavia individuato altri gruppi che hanno avuto un ruolo, anche se marginale, in “Foreign and Domestic Influences in the War in Yemen” (2019): la resistenza popolare, Hadramawt and Shabwa Elite Forces, the Security Belt, the Amaliqa Brigade, i fedeli del regime di Saleh, Al Qaeda e lo Stato Islamico. 

 

Il gruppo Houthi

Il leader che forma il gruppo alla fine degli anni ‘80 è Houssein Al-Houthi, che si autoproclama preservatore dello zaydismo, ovvero una minoranza sciita presente solo in Yemen discendente da Zayd ibn ʿAlī ibn al-Ḥusayn, uno dei figli del quarto Imam sciita che insorse a Kūfa nel 740 d.C. contro il potere omayyade, da lui ritenuto usurpatore dei discendenti legittimi di Maometto.

Il gruppo è presente nel nord del paese nelle regioni confinanti l’Arabia Saudita e diventa politicamente attivo dopo il 2003, quando si oppone al sostegno di Saleh alla guerra americana in Iraq. Da quel momento gli Houthi iniziano ad acquisire il sostegno popolare nelle azioni anti-Saleh finché durante la Primavera Araba portano nelle piazze istanze sociali per la ricerca di libertà e di migliori condizioni di vita unendosi alla richiesta di democrazia. Le rivendicazioni Houthi nascono dalla forte discriminazione subita nel tempo, sono una minoranza esclusa dalla redistribuzione della ricchezza, dalle istituzioni scolastiche, da quelle mediche e dalla vita politica. La loro ribellione è radicata nella ricerca di uguaglianza rispetto al resto della popolazione e, spinti dalle ondate di protesta, nel 2014 conquistano Sana’a, dove costituiscono il Consiglio Rivoluzionario al governo dei territori conquistati. 

Dal 2015 si alleano con le forze rimaste fedeli all’ex presidente Saleh e combattono l’alleanza sunnita, quando nel 2017 Saleh viene ucciso rimangono l’unica forza sciita all’interno del paese. Varie fonti, tra cui media internazionali, sostengono che il gruppo Houthi, anche chiamato Ansar Allah, sia finanziato e rifornito di armamenti dall’Iran o che addirittura ne sia un satellite ma entrambe le parti hanno sempre negato di avere stretti rapporti politici. 

 

Abdrabbuh Mansur Hadi e l’esercito nazionale

Abdrabbuh Mansur Hadi ricopre l’incarico presidenziale, sostenuto dal partito sunnita Al-Islah, solo per tre anni prima di rifugiarsi in Arabia Saudita e da metà 2015 non è più chiaro quale sia stato effettivamente il suo potere nelle operazioni portate avanti dall’esercito nazionale. Infatti, quando il gruppo Houthi conquista Sana’a le alte cariche militari che rifiutano di arrendersi si rifugiano nella regione di Marib e costituiscono un esercito che si autoproclama “Esercito Nazionale”, poi sostenuto e addirittura dipendente dalla coalizione saudita che ne controlla l’addestramento, gli armamenti e gli spostamenti.

Hadi, come analizzato da Al-Jazeera, rimane una figura marginale e silente nel quadro politico della guerra anche perchè è sempre stato un presidente impopolare, dato che nel succedere a Saleh costituisce un governo corrotto e autocratico esattamente come quello del suo predecessore ma, nonostante questo, rimane formalmente in carica per 10 anni. 

 

Southern Transitional Council e Southern Resistance

La Southern Resistance è un movimento che nasce sin dall’unificazione dello Yemen nel 1990 e vorrebbe l’indipendenza dal nord. In altre parole è l’unione delle ali politiche e militari che discendono da varie fazioni del People’s Democratic Republic of Yemen – PDRY, il partito di maggioranza del sud dello Yemen sostenuto, al tempo, dall’URSS. Il Southern Transitional Council è l’entità politica corrispondente al movimento che emerge nel 2015 con gli attacchi sauditi e continua a reclamare l’indipendenza. Durante la guerra l’STC è alleato dell’Esercito Nazionale e della coalizione saudita, non per affinità politica ma per condivisione di obiettivi: respingere gli Houthi.

 

Arabia Saudita e la coalizione sunnita

Secondo Peter Salisbury, analista per lo Yemen del Crisis Group, l’Arabia Saudita è intervenuta in Yemen per contenere e mantenere a lei fedele il governo yemenita, instaurando un potere debole ma non abbastanza da crollare e causare flussi migratori che, vista la geografia della zona, si diramerebbero in larga parte verso l’Arabia stessa.

Un altro motivo per cui l’Arabia Saudita di re Salman ha coalizzato gli stati a maggioranza sunnita è per certi versi sia religioso che geopolitico: gli Houthi nonostante le dichiarazioni ufficiali sono allineati con l’Iran, il Libano, l’Iraq e Damasco. Un forte potere sciita in Yemen avrebbe destabilizzato gli equilibri geopolitici dell’area dal momento che dall’unificazione del 1990 il governo di Saleh, e poi di Hadi, era allineato gli Stati Uniti, infatti il PDRY poi STC, sostenuto dal decaduto URSS rimane di fatto dormiente per circa 20 anni.

 

Iran

Si potrebbe dire che l’Iran stia partecipando al conflitto da dietro le quinte. É uno stato a maggioranza sciita con un proprio spazio di influenza opposto a quello in capo all’Arabia Saudita, motivo per cui si è vista l’ingerenza di entrambe le potenze all’interno dello Yemen. Sostengono i ribelli Houthi tramite l’invio di armamenti, nonostante entrambi abbiano ripetutamente negato questa evidenza.

 

Le conseguenze sui civili nello Yemen (e quelle ecologiche)

Dopo la Primavera Araba e le rivolte per il prezzo del carburante in cui protagonista era il popolo, che aveva avanzato richieste sorte dalle esigenze e dalle problematiche mai ascoltate da Saleh, la guerra civile ha preso la piega opposta. La popolazione è stata schiacciata dalle bombe e ha vissuto un impoverimento improvviso: dalle condizioni dignitose della vità delle città e delle campagne alla povertà, 15,6 milioni di persone -metà della popolazione- vivono in povertà assoluta. I protagonisti della guerra ora sono i re, i militari, le potenze straniere, che combattono per la supremazia politica e il controllo delle rotte commerciali e dei giacimenti di materie prime ma all’interno di una nazione la cui economia è bloccata da sette anni. 

Le città yemenite sono state tutte bombardate, Sana’a, Marib, Hodeidah sono un cumulo di macerie, parte delle campagne sono da anni dei campi minati e si stima che 4,3 milioni di persone siano fuggite dalle loro case, rendendo lo Yemen il quarto paese al mondo per sfollamenti interni. Nei campi profughi e negli alloggi di fortuna manca l’acqua potabile, scarseggiano il cibo e l’occorrente per le cure mediche. 

Secondo l’ONU e OXFAM, 23 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria, tra cui 161 mila soffrono la fame più estrema e 2,2 milioni di bambini sono gravemente malnutriti e molti rischiano di morire a meno che i fondi necessari non vengano donati dalla comunità internazionale.

OXFAM già nel 2008 riportava una situazione umanitaria borderline dovuta alla carestia, sia nella penisola arabica che nel Corno d’Africa e alla fine del 2017 Mark Lowcock, aid chief dell’ONU, ha parlato della peggior carestia del mondo degli ultimi decenni con milioni di vittime. Nonostante i ripetuti e frequenti appelli, le raccolte fondi per lo Yemen continuano a non raggiungere le cifre necessarie attestandosi sul 30% circa dell’obiettivo, motivo per cui la maggior parte dei programmi d’aiuti sono stati ridimensionati o sospesi. Attualmente l’ONU chiede 4,3 miliardi di dollari per assistere 17,3 milioni di persone.

Nel 2020 la pandemia di Covid-19 ha raggiunto lo Yemen e come in tutto il mondo ci sono state anche ripercussioni economiche dovute all’aumento dei prezzi delle materie prime. Attualmente il più grande problema per l’approvvigionamento di cibo è la guerra in Ucraina poiché l’80% del grano russo e ucraino è comprato dall’ONU per essere redistribuito nei paesi poveri, tra cui lo Yemen. Infatti il 42% del grano yemenita è stato spedito dall’Ucraina nei tre mesi dal 20 dicembre 2021 al 6 marzo 2022, secondo una fonte di spedizione consultata da Oxfam, una settimana dopo l’inizio della guerra, i prezzi del grano nello Yemen sono aumentati del 24%.

Oltretutto, mentre l’ONU e altre organizzazioni umanitarie si appellano alla Comunità Internazionale per assicurare gli aiuti, l’Occidente -Italia al quarto posto per valore esportato- ha venduto armi all’Arabia Saudita, terzo importatore al mondo, e agli Emirati Arabi Uniti. Solo nel 2021 viene posto un embargo e l’UE presenta una mozione che dovrebbe vietare la vendita di armi ai paesi che attuano una guerra offensiva.

Infine una questione ecologica in cerca di soluzione è la petroliera FSO Safer, al largo del porto di Ras Isa dal 1988. È rimasta senza manutenzione dal 2015 a causa della guerra e rischia di riversare in mare 1,1 milioni di barili di petrolio da un momento all’altro. L’ONU si sta mobilitando per trasferire il greggio prima che possa succedere una catastrofe, anche perchè stima che lo smantellamento costerebbe 80 milioni di dollari contro i 20 miliardi che servirebbero per arginare il disastro ambientale in caso di fuoriuscite.

 

Ma perché nessuno lo sa?

La condizione dello Yemen è terrificante, sicuramente la tregua è un punto di partenza per un miglioramento ma senza il sostegno della Comunità Internazionale sarà arduo portare assistenza a milioni di persone. Per questo motivo è da ritenersi insoddisfacente la copertura mediatica, sia italiana che estera: se i media non portano all’attenzione la necessità di una mobilitazione collettiva a livello internazionale, la questione continuerà a non essere contemplata nelle agende politiche ed è alquanto utopico che possa entrarvi diversamente. Infatti gli esperti dell’Osservatorio di Pavia, curatori e promotori del rapporto “Illuminare le periferie” insieme a COSPE, FNSI, Usigrai e AICS, contano che nel 2021 i sette telegiornali italiani del prime time hanno dedicato allo Yemen solamente 5 notizie. 

Se è vero che ogni guerra non dovrebbe essere combattuta e che tutte le vittime hanno uguale dignità e uguale diritto di non ricevere solo compassione ma ogni forma di solidarietà e supporto, come potrebbe essere un’informazione attenta ed inclusiva, allora a fianco dei titoli che raccontano la guerra in Ucraina, come è legittimo che sia, andrebbero letti anche gli eventi salienti del resto del mondo, che siano conflitti o questioni politiche. Bisognerebbe indignarsi davanti all’informazione parziale ed eurocentrica di cui siamo succubi: sempre “Illuminare le periferie” conta che nei telegiornali il 49% degli esteri copre l’Europa, 25% l’Asia a causa della questione afgana, 18% Nord America, 4,4% l’Africa e solo il 2,4% l’America Latina.

Per questo motivo è importante ripercorrere la storia del conflitto in Yemen, della lotta per il controllo del territorio che ormai è un cumulo di macerie. Chissà se, ora che in Yemen non c’è più nulla da salvaguardare tranne i confini mentre l’Arabia Saudita ha molto da perdere, i leader delle parti in causa riusciranno a convivere coi propri vicini. La tregua accordata è stata necessaria per fermare un escalation che avrebbe potuto danneggiare seriamente anche l’Arabia Saudita, dato che i missili Houthi non intercettati avevano già colpito una raffineria causando centinaia di morti. 

In un conflitto portato avanti da ingerenze straniere gli Houthi, in realtà, sfuggono ad ogni controllo internazionale perchè discriminati, poi sconfitti nella Primavera Araba hanno estremizzato le loro pratiche di resistenza per raggiungere i loro obiettivi, fino ai bombardamenti che si sono visti negli ultimi 7 anni. 

La consapevolezza che la crisi umanitaria ucraina non è l’unica e non è la peggiore, è il punto di partenza per ridimensionare le notizie quotidiane e le politiche migratorie di integrazione. Anche perché in un quadro legislativo arretrato e poco efficace, la loro natura emergenziale le rende estremamente discriminatorie nei confronti di tutti i profughi non europei. Come lo Yemen anche la Siria, il Congo, il Sudan e altri sono dimenticati. Il mondo globalizzato che si millanta è predatore, arriva ovunque se si tratta di guadagno ma, a quanto pare, non c’è nessuna empatia e nessun impegno perché le disgrazie dei popoli siano più lievi.

Articolo di Eleonora Sartirana