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Il cinema italiano è brutto

Nanni Moretti e la new wave della commedia che non c’è mai stata

14/05/2020

Tony Effe, in una delle prime apparizioni televisive della Dark Polo Gang, disse, rispondendo ad una domanda in cui gli veniva chiesto come aveva cominciato a fare musica: “Ho visto che tutti i rapper facevano schifo, ho pensato che avrei potuto fare i soldi che sta roba e me so buttato”. Pensando al noto scontro tra Monicelli e Moretti e traslandolo nell’universo hip-hop, possiamo immaginare un Danno con felpa e cappellino, e, sulla sedia di fronte, un Tony Effe, con cinta Ferragamo e borsello Gucci, dall’aria annoiata che appena apre bocca sputa battute velenose e corrosive, tipiche di una sfrontatezza trap rispetto all’ascetismo incazzato dei rapper della old-school.

L’iperbolica similitudine fa riflettere su quanto la rottura verso un qualcosa di consolidato sia fondamentale per l’evoluzione dell’arte. Nel caso del cinema, arte più giovane delle altre quindi più facilmente visualizzabile, le avanguardie principali sono nate o da un contesto storico, come la seconda guerra mondiale, insieme alla scoperta dei lager nazisti, oppure da un irrefrenabile desiderio di rompere con la linearità narrativa delle strutture classiche. Pensiamo ad A boute de souffle di Jean Luc Godard o anche al più recente Manifesto del Dogma 95 di Von Trier e Vinteberg. Quella voglia anche un po’ di mandare a fanculo le “scienze esatte”, qualcosa di fin troppo funzionante, di ripetitivo, portante lo spettatore alla condizione di non voler vedere nulla di diverso. Così è stato nella letteratura con l’Ulisse di Joyce, poi con il futurismo, e nella musica con il Punk. Tornando ad un contesto lontano dall’oggetto della riflessione, si può prendere ad esempio la rottura recente dei trapper con i propri antenati, a cui non possono non essere legati da un sottile cordone ombelicale. La frase di Tony Effe è da mettere a confronto a quella di Moretti, nel famoso scontro con Monicelli: “un regista giovane deve essere presuntuoso per forza, perché il cinema italiano è brutto”.

Siamo nel 1977, dagli Stati Uniti è già arrivato Lo Squalo, il cui grande successo che lo erge a primo blockbuster della storia decreta, insieme al caporetto di Michael Cimino con I cancelli del cielo, la fine di quel breve periodo di intensa autorialità, restituendo  il potere di nuovo in mano agli studios. Contemporaneamente in Italia i giovani sembrano essersi accorti di andare a vedere più film americani che italiani, pur avendo riscoperto questi ultimi. Totò viene rivalutato, le sue pellicole vengono proiettate nelle sale d’essai. Un po’ come, molto alla lontana, Hitchcock viene rivalutato dagli artisti della Novelle Vague, quasi vent’anni prima. In questo clima in cui la commedia all’italiana sta per giungere al suo epilogo, divampa un nuovo cinema autoriale italiano, che rinnega lo star-system nato nei primi anni ’50 con il già citato Totò, con Sordi, Gassman e Tognazzi.

C’è chi punta il dito contro quella famosa commedia all’italiana, un tempo fortemente di rottura, definita volgare e castigata con formule tipo “i panni sporchi si lavano in casa”, a causa della caratterizzante sfrontatezza nel descrivere gli aspetti più bassi dell’italiano medio nell’era del benessere, diventata, però, con un termine all’epoca sconosciuto, mainstream. A puntare il dito in particolare fu però l’unico esponente conosciuto di  quel nuovo cinema autoriale italiano post ‘68 che poi non è mai nato, questo sia grazie al ruolo catalizzatore della televisione sia perché non riuscì mai a rientrare in una dimensione collettiva. Parliamo di Nanni Moretti. Che, appunto, nel 1977, affrontò un totem del nostro cinema, Mario Monicelli, nella trasmissione RAI, Match-Domande Incrociate, condotto da Alberto Arbasino, scrittore, intellettuale e deputato del Partito Repubblicano.  Durante lo scontro emergono due visioni. Da una parte il testardo Monicelli, che non vede una prospettiva nel blockbuster ed è diffidente verso quello che, riferito allo Squalo di Spielberg, non è un film ma un “circo equestre”, bollandolo come un tipo di cinema “senza futuro”, (e se pensiamo ad Avengers: Endgame ci viene da sorridere). Dall’altra un Moretti assolutamente sereno nel liquidare gran parte dei film appartenenti al genere di cui Monicelli è stato bandiera, ormai privo di quella “cattiveria” originale.

Nanni va, soprattutto, in collisione con un cinema popolato di star, allineato indirettamente a quella che è stata la formula spielberghiana dello Squalo, in cui la star non è l’attore ma lo stesso pesce assassino. Quello che contrappone Moretti al cinema italiano “di regime”, con Io sono autarchico, è una commedia non lineare, dal ritmo spezzato, con attori sconosciuti, tra cui Fabio Traversa (Fabris di Compagni di scuola) e un ritratto della sua generazione difficilmente realizzabile da i “dinosauri” che fino al suo avvento agivano indisturbati. Nanni Moretti sembra dare il via ad un nuovo cinema italiano, ad una wave in grado di dare una spinta ad una serie di autori che, a quanto dicono nell’arco del match, esistono, ma si trovano solo in pochi cinema, ritrovabili solo se ti metti a sfogliare le pagine gialle.

In Italia, la sede della maggiore avanguardia cinematografica, modello per il cinema d’autore statunitense e francese, il Neorealismo, dalla fine degli anni ’70  ad oggi non c’è però mai stato un reale rinnovamento di quel genere maggiormente insito nella cultura d’origine, la commedia. Il cinema giovanile di Moretti era riuscito nella grande impresa di fare commedie diverse, di rottura, rispetto agli schemi classici. Quello che non riuscì a Moretti è stato conferire una dimensione collettiva a quel nuovo cinema giovanile. Lo stesso Benvenuti, presente durante lo show, gli fece capire che un giorno, come i rapper “venduti”, sarebbe stato lui l’autore di successo, magari animale perfetto per attirare le critiche delle nuove generazioni. Più che uno prima insofferente verso “il sistema” e poi pronto a “vendersi” ed iniziare a farne parte, Moretti ha più che altro creato una conventicola, una sorta di star-sytem, vantante un unico membro, Nanni Moretti stesso.

L’autore monteverdino entra infatti a pieno titolo in quella categoria di autori star, consolidatasi nei primi anni’60. Come, appunto, vent’anni prima lo divennero Ingmar Bergman e Federico Fellini, il cui nome troneggiava sopra al titolo del film, invece di quello di un Sordi o, di un, per esempio, Marlon Brando. Moretti è ancora più unico catalizzatore delle sue opere anche perché ne è quasi sempre l’interprete principale, componente imprescindibile andatosi affievolendo soltanto negli ultimi dieci anni. Proprio l’individualismo del suo cinema, declinato in senso positivo per quanto riguarda lo scavare dentro se stessi, tra le proprie nevrosi, paure, ideali e il modo in cui è messo in scena, piaccia o no, è stato l’elemento che lo ha inciso nella storia del nostro cinema. Allo stesso tempo la mancanza di una idea collettiva di cinema quasi subito abortita dopo il suo primo film ha, senza chiaramente una “colpa” diretta, influito su quel naufragio a cui il cinema italiano va incontro alle porte degli anni ’80.

Se da una parte Monicelli, a causa del mancato ricambio generazionale dei grandi interpreti dei ’50-’70, non riuscì a lasciare degli eredi degni visto poi come la commedia si è arenata tra il becero e il medio-mediocre, Moretti si è chiuso nel suo cinema personalistico e non ha contribuito alla nascita di una reale, ultima, vera wave di cinema autoriale. Moretti che è anche simbolo di una generazione, definita da Arbasino nell’arco della puntata definisce di quelli “nati con la macchina da presa in mano”. Come Tony Effe e compagnia sono nati con i computer che gli permettono di partire dalla propria stanza per raggiungere il successo, in un’epoca contemporanea in cui la democratizzazione dei mezzi tecnici digitali fa da padrona.

Già prima della generazione di Moretti, i ragazzi della Novelle Vague, stanchi della verbosità e dello schematismo dogmatico del cinema francese classico rompono il cordone ombelicale con l’ancestrale struttura classica, modificando per sempre il modo di intere la macchina da presa. Moretti, dal canto suo, taglia il cordone ombelicale  da cui, volente o nolente, lui stesso era legato, a quella che neanche lui sa bene cosa sia, questa benedetta “commedia all’italiana”. Monicelli, infatti, con il suo bel baffo, il capello all’indietro e il mocassino nero tirato a lucido, rispetto al maglioncino stretto dell’autore monteverdino, gli fa notare che, con Io sono un autarchico, senza accorgersene, ha fatto una “commedia all’italiana”. Quel cordone ombelicale che , inconsciamente, legava Moretti ai suoi bistrattati antenati cinematografici. Veri protagonisti della scena attuale, i registi dell’ondata di autorialità che ha investito il nostro paese negli ultimi dieci anni, incarnata da Alice Rohrwacher, Edoardo De Angelis, Claudio Giovannesi ed altri sembrano figli indiretti, visto che bisogna saltare diverse generazioni, del neorealismo, e stanno riportando il nostro cinema in una direzione di vera qualità artistica. E la forza di questo cinema sta proprio nella convivenza di temi tra gli autori, ognuno con la sua visione ed estetica, con l’obiettivo probabilmente non pianificato di conferire un’idea di collettività che è alla base della grandezza del cinema italiano del passato.

Illustrazioni di Dadinski
Articolo di Cosimo Maj