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Il genocidio degli uiguri spiegato con le parole di Angela Davis

Sterilizzazione forzata negli USA del ‘900 e nella Cina attuale a confronto

04/05/2021

Quando sentiamo la parola genocidio la nostra mente pensa automaticamente al passato. E’ un termine forte, ci destabilizza applicarlo al presente. Ma con un’analisi più profonda ci rendiamo conto che le tecniche della Germania nazista e dell’eugenetica americana non sono scomparse, ma si sono solo spostate. La Cina sta infatti portando avanti una campagna di neutralizzazione della minoranza uigura, che identifica come minaccia nazionale, attraverso campi di concentramento e tecniche per il controllo delle nascite. Tra queste la sterilizzazione e gli aborti forzati, il cui utilizzo nei confronti della comunità afroamericana era già stato denunciato dalla filosofa Angela Davis nelle pagine di “Donne, razza e classe” del 1981. Contesti storico-politici diversi ma stesso fine, quello di sterminare una fetta della popolazione considerata di troppo.

Cosa sta succedendo in Cina

La popolazione uigura è una minoranza etnica musulmana presente nella regione cinese dello Xinjiang, fortemente distinta dal gruppo maggioritario Han del Paese per i suoi tratti antropometrici, la confessione islamica e la lingua turcofona. Data la sua tendenza autonomista, il governo centrale da decenni reputa il gruppo una minaccia per l’unità nazionale, fino ad additarlo come “terroristico” in modo da screditarlo e giustificarne la repressione. 

La “questione uigura” è nata con il crollo dell’Unione Sovietica e l’affermarsi a cascata di Stati indipendenti in Asia Centrale che in precedenza erano sotto il controllo russo. La vicinanza dello Xinjiang con alcune delle nazioni neonate e i relativi esponenti uiguri ha infatti riacceso le tendenze secessioniste del gruppo etnico e l’ideale “panturco”. Per contrastare le richieste indipendentiste dell’ultimo decennio del ‘900 il PCC, cogliendo l’occasione presentatasi con l’attentato delle Torri Gemelle del 2001, ha fatto rientrare nella lotta ai “tre mali” (terrorismo, separatismo ed estremismo) anche la repressione degli uiguri. 

Il controllo dello Xinjiang è risultato ancor più una priorità con l’istituirsi della Nuova via della seta nel 2013, che passa per la regione. Se i presidenti precedenti avevano portato avanti campagne “strike-hard”, basate sull’impiego di forze militari, Ji Xinping ha fatto un passo in più, aprendo i cosiddetti “istituti educativi e vocazionali” nel 2016: dei veri e propri campi di concentramento per condizionare gli uiguri attraverso la propaganda cinese. Secondo le Nazioni Unite, dei 12,5 milioni di uiguri in Cina sarebbero un milione quelli internati in un totale di 380 centri di “rieducazione”. 

Ma la campagna di annientamento non si ferma qui. Un’inchiesta del 2020 del ricercatore Adrian Zenz per l’Associated Press ha mostrato come il governo cinese stia conducendo nello Xinjiang un programma per fermare la crescita della popolazione uigura, attraverso sterilizzazioni e aborti forzati e l’imposizione dell’uso di contraccettivi quali le spirali intrauterine, che si possono rimuovere solo chirurgicamente. Come mostrato dal report “The Uyghur Genocide” del Newlines Institute, tra il 2017 e 2019 il numero di donne non fertili nello Xinjiang è cresciuto del 124%, mentre tra il 2015 e il 2018 il numero di nascite nelle due prefetture con maggiore presenza uigura della regione è diminuito dell’84%. In più, la Commissione sanitaria dello Xinjiang ha incentivato la sterilizzazione offrendo ricompense per chi vi si fosse sottoposto. 

Il controllo delle nascite continua poi nei campi di “rieducazione”. Molte testimoni hanno riferito che la sterilizzazione forzata è d’obbligo per le donne internate, che, se incinte, sono sottoposte invece all’aborto.

L’obiettivo di Pechino risulta chiaro al Newlines Institute: eliminare questa minoranza etnica. L’istituto ha infatti dichiarato che il programma che sta portando avanti il governo cinese debba essere identificato con il “genocidio”, senza vie di mezzo. Per confermarlo basta confrontare le tecniche adottate dalla Cina con la definizione data dalla Convenzione sul Genocidio del 1948: intento di distruggere, generalità del piano, strategia di controllo delle nascite, sradicamento dei costumi e della cultura e soppressione dei leader della comunità. Condizioni che i campi dello Xinjiang soddisfano a pieno. 

“Oltre a vivere in quartieri angusti”, come raccontato dal testimone Kayrat Samarkand alla Npr, i detenuti devono “cantare canzoni per lodare il leader cinese Xi Jinping prima di poter mangiare.” Sono inoltre “costretti a memorizzare un elenco di quelle che chiama “126 bugie” sulla religione: “La religione è oppio, la religione è cattiva, non devi credere in nessuna religione, devi credere nel Partito Comunista”, ricorda. “Solo il Partito Comunista potrebbe condurti a un futuro radioso”.” Così inizia una tipica giornata nei campi cinesi, per poi spostarsi nelle classi dedite all’insegnamento del cinese e della storia del comunismo.

Un amaro deja-vù

La strategia di controllo delle nascite diventa “requisito necessario” se un governo ha l’obiettivo di eliminare una certa fetta della popolazione. Basta tornare alle campagne di mantenimento della “purezza della razza” negli Stati Uniti del XX secolo, che furono di ispirazione per Hitler: “oggi c’è uno Stato in cui si notano almeno deboli inizi verso una migliore concezione [della razza]. Ovviamente non è la nostra Repubblica tedesca modello, ma gli Stati Uniti”.

Il programma di controllo delle nascite statunitense è descritto ampiamente nel saggio “Donne, razza e classe” della Davis che studia i legami interdipendenti tra sessismo, razzismo e oppressione di classe, aprendo la strada al femminismo intersezionale.

Tutto ebbe inizio nel 1905, quando, in seguito al declino del tasso di natalità tra “i nativi bianchi”, il presidente Theodore Roosevelt proclamò che “la purezza della razza deve essere salvaguardata”. Ne seguì una massiccia campagna di controllo delle nascite verso la comunità afroamericana, facilitata dalla contemporanea diffusione dell’eugenetica, per raggiungere la prevalenza numerica bianca. L’eugenetica era un insieme di teorie pseudoscientifiche che sosteneva il bisogno di “ripulire” la società da quegli individui considerati inutili o dannosi, che contrastavano l’avanzamento della razza, attraverso il controllo delle nascite o l’eutanasia. Queste idee avevano raggiunto un successo tale che, come si legge in “Donne, razza e classe”, “nel 1932 la Eugenics Society poteva vantarsi di aver fatto passare la legge sulla sterilizzazione in ventisei Stati e di aver così impedito chirurgicamente a migliaia di persone “inadatte” di riprodursi”.

Intanto, il movimento femminista bianco stava muovendo i primi passi verso la lotta al controllo delle nascite. Il potenziale progressista delle sue richieste fu però bloccato dall’alleanza con gli eugenisti, che ne vedevano un’opportunità per ridimensionare i presunti gruppi inferiori. “Le fautrici della contraccezione [femministe] acconsentivano o almeno tolleravano il controllo delle nascite come mezzo per prevenire la proliferazione delle “classi inferiori” e come antidoto al suicidio della razza”, ha scritto Angela Davis, perchè così “le fertili bianche avrebbero potuto conservare la superiorità numerica della loro sana stirpe yankee.” Mentre per le donne bianche la “maternità consapevole” si presentava come un importante passo verso l’emancipazione e il controllo sul proprio corpo, quindi, le donne native, povere e nere subivano trattamenti degradanti mediante le stesse tecniche elogiate come liberatorie. 

Come evidenzia la storica Linda Gordon, che per prima mostrò il legame tra femminismo bianco del ‘900 ed eugenetica, negli anni Venti circa 64mila persone giudicate “geneticamente difettose” furono sterilizzate in maniera forzata negli USA. Allo stesso modo, tra gli anni ‘30 e gli anni ‘70 un terzo delle donne portoricane aveva subito la stessa violenza. La portata del programma ci risulta chiaro se, leggendo “Donne, razza e classe”, scopriamo che nell’arco del 1972 il numero di sterilizzazioni negli USA aveva “eguagliato le cifre raggiunte dal regime nazista nell’arco di tutta la sua durata”. Non solo: dal 1977 l’emendamento Hyde “impose la sospensione dei finanziamenti federali alle interruzioni di gravidanza”, mentre la sterilizzazione chirurgica rimaneva gratuita. Di conseguenza, le statunitensi che non potevano permettersi di pagare l’aborto erano costrette a optare per l’unica opzione disponibile.

Non dobbiamo quindi stupirci se le donne nere inizialmente non parteciparono attivamente alla lotta femminista per la liberalizzazione dell’aborto, in quanto segnate dalle ingiustizie passate, che avevano invertito la forza progressista del controllo delle nascite. Erano state private del controllo sul proprio corpo, vittime di un sistema che giudicava la loro fertilità una minaccia per la supremazia bianca di classe medio-alta. Come ha scritto Angela Davis, “erano a favore del diritto all’aborto ma non per questo sostenitrici dell’aborto. Se il numero di Nere e latini che vi fanno ricorso è molto alto, il motivo non riguarda più di tanto il desiderio di interrompere la gravidanza quanto le condizioni sociali miserabili che le dissuadono dal portare nuove vite sulla terra.”

Sbagliando (non) si impara

Se si pensava che le tecniche di sterminio del Novecento fossero superate, i campi di “rieducazione” cinesi hanno mostrato il contrario. L’evoluzione tecno-scientifica e il sistema di controllo della popolazione cinese hanno anzi solo fatto in modo che lo stesso modello venisse replicato in maniera più efficiente. 

Allo stesso modo degli Stati Uniti del ‘900, la Cina sta impiegando metodi di incentivazione della sterilizzazione forzata per mettere un gruppo etnico sotto accusa in una strada senza uscita. L’analisi di Angela Davis sulla “sterilizzazione forzata, una forma razzista di controllo di massa delle nascite” ci torna così utile. Come negli USA suprematisti, in Cina il governo sta incentivando la sterilizzazione verso la minoranza uigura dello Xinjiang e imponendola nei campi di concentramento. A sostegno del programma genocida rimangono ideali astratti, di preservazione di una certa immagine della popolazione: se nel 1905 Roosevelt ribadiva l’importanza di proteggere “la purezza della razza”, oggi Pechino cerca di sopprimere il gruppo etnico turcofono che minaccia l’unità culturale del popolo.

Articolo di Elena D’Acunto