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Il lockdown della rivoluzione cilena

Come la quarantena rischia di annullare i risultati delle manifestazioni in Cile

25/04/2020

“L’impeto e l’energia che il movimento aveva agli inizi di marzo hanno perso d’intensità”, ci racconta in un’intervista telefonica Alexander Panez, attivista cileno membro del Colectivo LEMTO. “Il governo non è riuscito a frenare le contestazioni e sta adesso sfruttando la congiuntura creata dal Covid-19 per dispiegare nuovamente l’esercito nelle strade”.

Il Cile, reduce da quasi sette mesi di scontri e tensioni tra manifestanti e forze dell’ordine, si trova ora davanti ad un ostacolo che determinerà l’evoluzione del conflitto sociale in corso: il lockdown. Imposta al Paese per fronteggiare l’emergenza sanitaria, la quarantena ha infatti portato ad un’interruzione delle manifestazioni che, senza sosta dal 18 di ottobre, hanno caratterizzato Santiago e ben 10 regioni cilene su 16.

Il fronte dei manifestanti si trova ora nella difficile situazione di dover gestire una contestazione totale del sistema neoliberista dello Stato, senza poter dar voce al proprio malcontento. Il governo, invece, guidato dal Presidente Piñera, avrà la possibilità di allentare il livello di tensione scatenato dal numero sensazionale di cittadini scesi in piazza negli scorsi mesi.

Con il livello di consensi piombato al minimo storico dell’8% su scala nazionale, Piñera sarà tuttavia chiamato a fronteggiare una crisi sociale ed economica in un Paese in cui le strutture statali sono considerate totalmente inefficienti e prive di risorse adeguate. Solo una piccola fascia della popolazione riesce infatti ad usufruire degli ottimi servizi sanitari, educativi e pensionistici venduti dai privati, mentre la maggior parte dei cittadini è costretta ad indebitarsi o ad accedere a servizi statali che, il più delle volte, sono inesistenti.

La privatizzazione, che investe tutti i settori strategici dell’economia dagli anni di Pinochet, mette ora a dura prova le fragilità del sistema cileno di fronte l’epidemia. L’emblema di questa situazione paradossale è la privatizzazione dell’acqua: tramite bandi specifici, le aziende assumono il controllo di alcuni tratti di fiumi e possono decidere come sfruttare le risorse idriche di cui sono entrati in possesso. L’effetto diretto sulla popolazione di tali misure è che decine di comunità vengono private dell’acqua corrente all’interno delle loro case e, quando davanti all’emergenza scatenata dal Coronavirus il Presidente Piñera invita la popolazione a lavarsi frequentemente le mani, tutte le controindicazioni del modello cileno vengono a galla.

Il modello cileno non funziona più

Il Cile, e la sua democrazia di mercato, sono infatti l’esempio lampante di un’applicazione estrema dei dogmi neoliberisti che oggi più che mai mettono a dura prova la sopravvivenza dell’80% della popolazione. Il sostenuto aumento del PIL, uno dei più alti del Sudamerica, è stato accompagnato dal netto aumento delle disuguaglianze sociali: “Se da un lato nei supermercati si trovano prodotti statunitensi e televisori al plasma, dall’altro il Cile si posiziona tra i primi per disuguaglianze socioeconomiche tra i paesi dell’America Latina” e questo non è un caso secondo Susanna De Guio, giornalista in Argentina e Cile. Si stima che l’oligarchia economica del paese (il 20% della popolazione) possieda il 60% delle ricchezze di un Paese colmo di materie prime e primo produttore al mondo di rame.

Ma se per quasi tre decenni il Cile è stato dipinto come un’oasi di stabilità e prosperità all’interno di un continente costantemente attraversato da moti di protesta e tensioni, dall’ottobre scorso la percezione è radicalmente cambiata. Il 18 di ottobre si verifica l’esplosione, el estallido: la scintilla è l’innalzamento del prezzo (30 pesos in più) della metropolitana di Santiago, già uno dei più cari al mondo. Il Movimento Sociale cileno – come sono stati definiti i manifestati – ha messo in discussione l’intero sistema di governo e di sviluppo.

Senza una chiara organizzazione politica alle spalle, il movimento di protesta si nutre principalmente del contributo della generación sin miedo, quella dei giovani liceali. “C’è una spiegazione dietro al fatto che siano proprio gli studenti delle scuole superiori a capitanare le contestazioni” fa notare ancora Susanna De Guio: “la loro è la prima generazione a non aver conosciuto la dittatura di Pinochet, la prima quindi a vivere senza quella paura innata della repressione che per decenni ha dominato la popolazione cilena”.

Tuttavia, in piazza, hanno avuto un ruolo importante anche i Mapuche, popolazione indigena per anni perseguitata dal sistema cileno, e il movimento femminista. Quest’ultimo a partire dal 2018, grazie alle occupazioni delle università e la forte lotta per i diritti di genere, si è guadagnato la solidità necessaria per dare risalto alla lotta femminista e di genere non solo nella piazza cilena, ma anche a livello globale. Emblematico è il testo El violador eres tu, lanciato da un collettivo femminista di Valparaíso, LasTesis, ha ben presto fatto il giro del mondo come colonna sonora del movimento globale.

Bilanci e conseguenze

Alle manifestazioni è seguita una repressione durissima. Il corpo dei Carabineros de Chile, soprannominati Pacos, e le forze di sicurezza sono stati accusati di violazione dei diritti umani da un rapporto delle Nazioni Unite di fine dicembre. Amnesty International e l’Instituto Nacional de Derechos Humanos, hanno denunciato centinaia di stupri, feriti, omicidi e l’uso di armi e gas da guerra. Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe, ha dichiarato il 21 novembre che gli agenti agivano con lo scopo di “colpire chi manifesta per disincentivare la partecipazione, ricorrendo all’atto estremo di praticare la tortura e la violenza sessuale contro i manifestanti”, come ai tempi del regime di Pinochet. La stessa Amnesty International definisce il periodo intercorso da ottobre 2019 ad oggi come la più grave violazione dei diritti umani accaduta nel Paese dalla fine dei tempi del regime di Augusto Pinochet.

Nonostante il Presidente Piñera abbia preso le distanze nei confronti di certi avvenimenti, le sue dichiarazioni sullo stato di guerra in cui si trova il Cile e l’identificazione dei manifestanti nella figura di un nemico potente e inarrestabile mostrano come il Presidente stesso e le istituzioni dello Stato siano fortemente allineate sulla linea della durezza. La strategia adottata, quella della politica della paura, ha portato ad autorizzare indirettamente sia le violenze perpetrate dalle forze di sicurezza che la militarizzazione sistematica dello spazio pubblico e privato.

Tuttavia, la pressione del Movimento Sociale ha portato a dei risultati: “Una volta compresa la necessità di un accordo politico e che il problema non era di sicurezza, i partiti politici, ormai fortemente delegittimati, hanno acconsentito per la convocazione del Plebiscito Nacional 2020” spiega l’antropologa cilena Alejandra Carreño Calderón. Il voto popolare, inizialmente convocato per il 26 aprile, avrebbe deciso per il cambiamento della Costituzione e per l’elezione di un’Assemblea Costituente totalmente nuova. Come sottolinea Raffaele Nocera, docente presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, “una nuova Costituzione è un tema del dibattito pubblico ormai da diversi anni, richiesto in particolare da studenti, intellettuali e soggetti che non si sentono rappresentati in parlamento”.

La Costituzione, firmata nel 1980 da Jaime Guzman (braccio destro dell’ex dittatore Pinochet), è infatti una delle fonti delle forti disuguaglianze sociali: nata durante la transizione negoziata dalla dittatura alla democrazia, garantisce a tutti i cittadini esclusivamente l’accesso ai servizi essenziali e non le modalità per usufruirne. È quindi disegnata per favorire lo sviluppo di una politica economica esclusiva in cui i privati fanno profitti sui bisogni fondamentali della popolazione.

I pericoli (politici) della pandemia

A causa però del diffondersi del Covid-19, il parlamento ha deciso di posticipare ad ottobre il voto popolare. La decisione è stata accettata dai manifestanti, consci del rischio che avrebbe comportato l’essere chiamati alle urne, nel mezzo di una epidemia sanitaria per esprimersi su un argomento di tale valenza. La quarantena per l’emergenza Covid-19, allora, si presenta come una fase molto delicata per il movimento di protesta.

L’emergenza sanitaria ha esasperato le contraddizioni del sistema sociale cileno, le misure attuate dal governo sono comunque apparse insufficienti e non hanno fatto altro che aumentare il malcontento della popolazione. “Lo stato di catastrofe”, dichiarato il 19 di marzo, ha permesso il ritorno in strada dei militari e l’applicazione del coprifuoco. Nessuna misura di prevenzione è stata attuata per proteggere la classe lavoratrice. La larga maggioranza della popolazione è infatti costretta ad andare a lavorare priva, il più delle volte, degli strumenti di sicurezza sanitaria che sarebbero necessari. Un decreto firmato il 26 di marzo consente, inoltre, ai datori di lavoro di sospendere il pagamento degli stipendi ai loro dipendenti costretti a stare a casa. Anche la quarantena in Cile è quindi un privilegio per pochi e Piñera ha provato ad evitare a tutti i costi l’applicazione di un lockdown per anteporre la stabilità economica alla tutela della salute della popolazione.

Allo stesso tempo il forzato distanziamento sociale rischia di spegnere la fiamma della rivolta e dare al governo la possibilità di imporre nuovamente metodi di repressione autoritaria. “Temiamo che le misure messe in atto siano un modo per il governo di incrementare la repressione violenta quando le piazze torneranno a riempirsi” racconta Alexander Panez. Nella serata di lunedì 20 marzo, la polizia cilena ha effettuato una decina di arresti a Santiago ai danni di un gruppo di manifestanti. Nonostante le norme proibiscano gli assembramenti con più di 50 persone, centinaia di manifestanti, mantenendo le distanze di sicurezza, si sono infatti riversati in Plaza de la Dignitad, centro nevralgico delle proteste. “Evidentemente il governo sta tentando di recuperare fiducia e tempo, ma non credo che possano fermare il movimento sociale” conclude infine Alejandra Carreño Calderón.

Manifestare in casa

In un articolo pubblicato su Jacobin, Javiera Manzi e Alondra Carrillo, esponenti di Coordinadora Feminista 8M (CF8M), spiegano come l’emergenza causata dalla pandemia non farà altro che incrementare le disuguaglianze sociali e spingere ad una nuova ondata di manifestazioni popolari. Secondo le attiviste, l’8 di marzo, il giorno della Festa della Donna, oltre due milioni di persone hanno manifestato a Santiago a difesa dei diritti di genere. Manzi e Carrillo spiegano come tutto d’un tratto il movimento abbia dovuto interrompere le attività di contestazione del governo e dell’intera organizzazione patriarcale della società cilena, a causa delle misure attuate per contenere l’epidemia.

Si è dunque aperto un dibattito su come proseguire l’attività di contestazione sotto la pandemia per non perdere i progressi ottenuti finora. CF8M ha quindi redatto il Plan de Emergencia Feminista, un piano alternativo con linee guida per gestire l’emergenza sanitaria. Questo piano è ritenuto necessario per poter affrontare i bisogni collettivi, i quali sembrano essere stati dimenticati dalle misure messe in atto dal governo. Tra le proposte emerge lo slogan Huelga por la Vida (sciopera per la vita), con cui si domanda a coloro che sono costretti a recarsi sul posto di lavoro di inscenare scioperi al fine di evitare il diffondersi del contagio.

Il documento, come si legge sul sito di CF8M, si propone quindi di trovare alternative per la gestione dell’epidemia che partano dalle domande di chi abbia a cuore il destino della propria comunità in un contesto di quasi totale privatizzazione delle strutture ospedaliere. La necessità di continuare a ribellarsi durante un periodo di forzato distanziamento sociale ha portato dunque il movimento di protesta ad interrogarsi sulla creazione di nuove modalità da utilizzare.

Ognuno in Cile sa che la forza con cui il movimento sociale di opposizione emergerà da questa crisi sarà determinante per il futuro del Paese. La scelta di rimandare il voto popolare di sei mesi – seppur necessaria – mette i risultati ottenuti dai manifestanti in una posizione molto più instabile. Allo stesso modo, le norme di distanziamento sociale del lockdown potrebbero permettere al governo di ristabilire il controllo delle forze dell’ordine sul territorio, oltre che indebolire la forza propulsiva delle manifestazioni. Per portare avanti una rivoluzione che sia al tempo stessa culturale ed economica, i manifestanti non dovranno allentare la presa sulle tendenze autoritarie del governo, continuando a mostrare come un’alternativa sia davvero possibile.

Articolo di Di Stefano Mazzola e Samanta Zisa

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