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L’ecologismo è la bussola per uscire dalla pandemia

Intervista di Scomodo al direttore di Greenpeace Italia Giuseppe Onufrio

10/05/2020

Con l’obiettivo di provare a delineare gli scenari ecologici futuri di un mondo alle prese con il Coronavirus, raccolti in un articolo in uscita sul numero di aprile, Scomodo ha intervistato Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia.

Con quest’ultima, Scomodo ha instaurato già da alcuni mesi un prolifico rapporto di collaborazione, che ha portato, ad esempio, sul finire del 2019 alla pubblicazione del numero speciale Inquinanti, dedicato ai grandi emettitori italiani di sostanze nocive per l’uomo e per l’ambiente.

Fisico di formazione, ricercatore nel campo dell’energia e dell’ambiente e attivista di lunga data, Onufrio dirige l’associazione dal 2009. Da quell’anno la guida attraverso la promozione di numerose campagne, volte alla sensibilizzazione e alla presentazione presso il pubblico di istanze legate all’ambiente, caratterizzandosi spesso per la scelta del metodo nonviolento nelle azioni di protesta.

Proprio per questa esperienza maturata nel ruolo di mobilitatori rispetto a tematiche ecologiche, l’intervista con Scomodo, che qui riportiamo in versione integrale, si è concentrata su uno degli aspetti più delicati, ma anche più importanti dell’azione ambientalista: la relazione tra società umana e ambiente e la necessità sempre più urgente di cominciare a trasmettere all’opinione pubblica come la salute del secondo sia condizione fondamentale per l’esistenza della prima.

L’epidemia di Covid-19, infatti, è stata il primo grande evento drammatico di proporzioni mondiali le cui cause sono – almeno in parte – riconducibili alla crisi ambientale la quale, dunque, per mezzo delle misure di contenimento della pandemia prese dai governi, sta mostrando di avere effetti concreti e diretti nelle vite di ognuno di noi, come d’altronde era stato ampiamente preannunciato.

Dal possibile raggiungimento di questa presa di coscienza collettiva fino alle false promesse di sostenibilità di alcuni colossi energetici di casa nostra, passando per l’importanza di un’azione di governance pubblica nel contrasto ai cambiamenti climatici, il contributo di Giuseppe Onufrio è una preziosa guida per l’azione nei prossimi mesi della generazione dei Fridays for Future.

La scienza sta lavorando per tracciare un forte collegamento tra deterioramento ambientale ed emergenza sanitaria. Il salto di specie del virus legato alla perdita di ecosistemi, così come la maggiore mortalità in aree di forte inquinamento atmosferico, appaiono due fattori di tangibile responsabilità umana nella nascita e propagazione del virus. Come è possibile sfruttare queste due narrazioni, finora poco comprensibili per l’opinione pubblica, per dare ancora più legittimità alla causa ecologista?

Il tema del collegamento tra pandemia e distruzione della biodiversità è stato sollevato, e in modo autorevole, da diverse parti – come, ad esempio, da Ilaria Capua, virologa di fama internazionale e da David Quammen, autore di Spillover, noto bestseller sul tema pandemie – eppure, al solito, la questione non è stata ripresa più di tanto dai media italiani né, a parte qualche lodevole tentativo, ci sono stati approfondimenti. L’aspetto che lega la pandemia all’inquinamento dell’aria ha avuto qualche eco, anche se è stato subito coperto da polemiche settoriali. E si è verificato anche un paradosso per cui il concetto di “salto di specie da animali” ha avuto una reazione, per qualche tempo, di sospetto persino per gli animali domestici. Se a questo si aggiunge la circolazione di teorie del complotto più diverse, queste “narrazioni” ambientaliste sono state abbastanza marginalizzate nel dibattito pubblico.

L’attenzione pubblica – e dei media – è stata assorbita dalla dinamica della pandemia e questo è, fino a un certo punto, comprensibile. Al momento non sappiamo ancora non solo quando torneremo a una situazione di “normalità” – cioè di progressiva revoca del “distanziamento sociale” e delle misure di protezione individuale – ma se e che tipo di (nuova) “normalità” avremo. Quello che bisognerà fare è dunque evitare la rimozione dell’evento, cosa possibile, e cercare invece di elaborarne il significato e le sue connessioni con la crisi ambientale. Certo l’attenzione sarà prevalentemente – e ovviamente – sul sistema sanitario e la sua funzione pubblica, sui modelli regionali. E’ necessario sottolineare, più che nel passato, il tema della distruzione dell’ambiente dal punto di vista della salute pubblica.

Un punto d’attacco è quello della distruzione della biodiversità: l’Europa discute da tempo di un regolamento per proibire l’importazione di merci da deforestazione, dunque c’è anche un terreno politico da percorrere. I fondi dati dalla PAC (Politica Agricola Comune, ndr) agli allevamenti intensivi sono un secondo tema: un esempio lampante di un rapporto sbagliato col mondo animale da cui passano anche le zoonosi per arrivare all’uomo, e importante per l’impatto in termini di polveri sottili.

Il riscaldamento globale è un altro tema che va declinato anche in termini di salute pubblica: l’ampliamento dell’areale di malattie tropicali trasmesse da zanzare è un rischio assai concreto e se la malaria non è ancora arrivata in Italia, è già comparso il virus Chikungunya, trasmesso dalla zanzara tigre, e sono giunti anche il virus della Dengue e del West Nile.

Dunque, un modo per rilanciare le “narrazioni” ambientali della pandemia è che in un pianeta malato la salute delle persone è a rischio continuo. Bisogna passare, e questa è la parte difficile del lavoro da fare, dai sintomi alle cause dei problemi che sempre di più dovremo affrontare se la distruzione ambientale continua.

La riduzione nelle emissioni di gas serra, sembra configurare il 2020 come uno degli anni di maggiore contrazione delle emissioni climalteranti dal secondo dopoguerra, tuttavia ciò sarà dovuto alla riduzione dell’attività antropica causata dalla pandemia e non a politiche strutturali. Del tutto fortuitamente quindi, questo evento si pone come un primo passo verso il forte calo (circa 7% annuo) delle emissioni mondali prescritto dall’Accordo di Parigi. Cosa dobbiamo fare per far si che le emissioni non ricomincino a salire dall’anno prossimo? E’ possibile che la pandemia di coronavirus abbia innescato dei meccanismi di “shock positivo” propedeutici al cambio di paradigma necessario?

La pandemia ha certamente causato uno shock nei mercati dell’energia, dal petrolio al solare. L’Economist di qualche giorno fa esortava il settore petrolifero a prendere questa crisi – pesantissima, con un crollo del prezzo del barile che non si vedeva da oltre 30 anni – come un esempio di ciò che accadrà sempre più spesso, sia come conseguenza della pandemia (più smart working, minori spostamenti, minori consumi) che delle politiche per il clima. Mi piacerebbe poter condividere questo punto di vista, ma non sono sicuro che lo “shock” sarà necessariamente positivo, dipenderà molto dalle risposte che riusciremo a dare. Ad esempio, la Russia ha recentemente annunciato che le sue emissioni di CO2 cresceranno fino al 2050, il che è una specie di reazione e di chiusura a riccio sui suoi asset fossili.

Siccome lo shock sull’economia è molto forte sarà necessaria una ampia politica per evitare il collasso dell’economia e, se Trump promette soldi ai petrolieri (intanto comprando petrolio per le riserve strategiche americane), la questione è tutta in quali settori spendere risorse per rilanciare le attività economiche. In Italia abbiamo delle possibilità nel rivedere al rialzo il PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energie e Clima, ndr) con obiettivi al 2030 più sfidanti per le energie rinnovabili, la possibilità di rilanciare stabilizzando l’ “ecobonus” per le ristrutturazioni profonde – deep renovation – dell’edilizia (non dunque per semplici misure di risparmio o di decoro come finora si è fatto) e intervenendo sulla mobilità di persone e merci. Qui un punto delicato: proprio dopo la pandemia un problema potrà essere la mobilità collettiva, ragion per cui la promozione della bicicletta e l’incentivo alle bici elettriche assieme alla riprogettazione urbana dei percorsi – a Parigi e in altre città ci sono esperimenti in corso – sono fondamentali per favorire una mobilità a basso impatto.

La digitalizzazione delle città e il maggior accesso agli strumenti che consentono il lavoro a distanza è un’altra necessità: una parte del Paese infatti è rimasta molto indietro e in questi mesi di quarantena ha sofferto di più per la mancanza di strumenti e connessioni.

Un altro aspetto che mi pare che potrebbe essere importante è il recupero del senso di beni essenziali comuni e della solidarietà, sia in campo internazionale che nel Paese. E, forse, la consapevolezza che in fenomeni globali come questo sia necessaria la collaborazione e il sacrificio per proteggere sé stessi e gli altri. Questo elemento è di fondamentale importanza e andrà salvaguardato rispetto al tentativo di colpevolizzare altri come causa dei problemi o di pensare che l’Italia possa fare da sola. In questo senso sarà decisivo uno sbocco positivo in Europa: o si va oltre gli schemi attuali o sarà difficile una qualunque prospettiva di rovesciare in positivo lo shock che stiamo ancora vivendo.

La lotta al cambiamento climatico passa inevitabilmente per una rapida riconversione energetica dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili. In questi giorni il prezzo della materia prima fossile ha toccato record di minimo storico, in una combinazione tra guerra commerciale tra sauditi e russi e calo di domanda mondiale. Quanto questa notizia la preoccupa? Quanto rischia di minacciare la competitività delle rinnovabili sul mercato energetico?

In termini macroeconomici si può dire che la crisi del petrolio e il crollo dei prezzi può danneggiare in teoria le rinnovabili. Queste hanno anche loro avuto un impatto dovuto alla pandemia pur se in proporzioni minori.

Io però non credo che avverrà nulla di strutturale a danno delle rinnovabili per tre ordini di motivi. Il primo è tecnico: buona parte degli investimenti riguardano tecnologie solari ed eoliche che producono elettricità. Dunque queste competono sì con il gas fossile ma non, almeno direttamente, col petrolio. E la dinamica dei costi era e rimarrà in discesa: già lo scorso anno impianti solari di dimensione industriale (in Portogallo e ad Abu Dhabi) avevano raggiunto un costo dell’elettricità inferiore ai 17€/MWh mentre il prezzo all’ingrosso in Italia oscilla tra 50-60€. In Italia impianti che producono a un costo industriale di 25-30€/MWh ci sono già.

Un secondo motivo riguarda il fatto che una spinta alle rinnovabili è tra le misure più logiche per sostenere un’occupazione qualificata in un settore strategico come quello dell’energia, specie considerando il fatto che lo sviluppo dell’elettrificazione di diversi usi energetici – come per la mobilità – è comunque una strada già segnata. Il terzo motivo riguarda la lotta al riscaldamento globale per il quale lo sviluppo delle rinnovabili è tra le misure più rilevanti.

Oggi gli investimenti globali nel settore delle rinnovabili sono dell’ordine dei 260 miliardi di € all’anno. I sussidi globali degli stati alle fossili raggiungono 16-17 volte questa cifra, e le banche continuano a investire nello sviluppo delle fossili una cifra quasi 2,5 volte gli investimenti nelle rinnovabili. Sarebbe necessario invece investire il triplo nelle rinnovabili e, inoltre, la discesa del prezzo del petrolio, anche se minaccia in teoria le rinnovabili, certamente metterà in crisi gli investimenti nel settore che con un prezzo basso del greggio vedono allungarsi e di molto i ritorni economici.

Se poi andiamo a casa nostra, il recente piano strategico dell’ENI è un esempio di “resistenza fossile”: si agisce per ridurre le proprie emissioni – di società che estrae gas e petrolio – ma lo si fa sulla base di una tecnologia non matura e di dubbia sicurezza ambientale come il Carbon Capture and Storage (stoccare le emissioni nel sottosuolo) e con progetti di protezione forestale. Ma le emissioni dovute al petrolio e al gas prodotto sono 6 volte superiori a quelle dell’azienda, che inizia a investire anche nelle rinnovabili ma per una quota marginale (10% circa) del proprio piano di investimenti. Dunque aziende come ENI sono uno dei principali ostacoli interni allo sviluppo di una seria politica energetica per combattere la crisi climatica.

L’Unione Europea appare come una delle autorità maggiormente impegnate nel definire una nuova cornice regolatoria verso un futuro a basse emissioni. Tuttavia spesso emerge il conflitto con il mondo produttivo, così come viene spesso ricordata la grande responsabilità dei consumatori nell’influenzare la domanda verso beni più sostenibili. Nella sua opinione, quanto la riconversione ecologica è in mano alle autorità statali e sovrastali? Quanto può essere affidata al mondo delle multinazionali e delle imprese private? Quanto alla presa di consapevolezza dei cittadini?

La presa di consapevolezza dei cittadini – e la loro partecipazione attiva alle politiche – è un punto essenziale perché una conversione ecologica possa funzionare. E questo vale sia per i comportamenti e le scelte di consumo, che impattano anche sul mercato, che per valutare le scelte dei governi e delle amministrazioni locali.

Il ruolo del settore pubblico, oltre che sostenere i cittadini in una transizione fuori dalla crisi che non sappiamo quanto durerà, è quello di rendere disponibili a ogni livello territoriale la possibilità di scegliere soluzioni a basso impatto e di incentivarle. Oltre a un sostegno diretto – con incentivi e usando la leva fiscale – il settore pubblico ha, ovviamente, anche un ruolo importante sul piano di norme e regolamenti, di organizzazione dei servizi essenziali, come la mobilità, la produzione di energia etc.

Due esempi: l’organizzazione delle centraline di ricarica per i veicoli elettrici sono un elemento indispensabile per sostenere scelte diverse di mobilità; un’infrastruttura come la rete elettrica è decisiva per consentire la più ampia partecipazione dei cittadini come “prosumer” energetici rinnovabili. E, più in generale, un aspetto importante è la stabilità del quadro regolatorio per dare a tutti gli attori certezze sul futuro: proprio lo stop-and-go normativo (in certi casi la mancata uscita di decreti e norme) assieme a misure punitive retroattive sono state usate in questi anni per bloccare le rinnovabili e difendere il mercato del gas fossile.

Detto questo, bisogna però sapere che per cambiare radicalmente il nostro sistema di produzione e consumi, nei tempi (brevi!) necessari a evitare la catastrofe climatica, c’è bisogno di tutti gli sforzi. In questo senso se “piccolo è bello” è anche insufficiente da solo: anche se i cittadini devono diventare protagonisti del nuovo quadro energetico, e potranno contribuire per una quota di rilevo, c’è bisogno di uno sforzo massivo che è indispensabile l’impegno anche delle aziende, piccole, medie e grandi.

Anche per questa ragione, il citato piano strategico di ENI non è quello che serve per produrre la svolta che, come sappiamo, deve produrre un cambiamento radicale già nel 2030.

Articolo di Giovanni Tucci

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