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Intervista a Jonathan Bazzi

“Febbre”, malattia e stigma sociale

Il 12 marzo 2020 il comitato direttivo del premio Strega, riunito in videoconferenza, ha annunciato i 12 libri finalisti dell’ultima edizione del premio letterario. Tra questi dodici c’è anche un esordio, “Febbre” di Jonathan Bazzi, pubblicato da Fandango. Un romanzo autobiografico che parla di malattia ed esclusione, temi che proprio in questo periodo sembrano più che mai necessari.

“Febbre” racconta la storia di Jonathan, un ragazzo di 31 anni che vive a Rozzano, nella periferia sud di Milano, e al quale in una giornata del gennaio 2016 viene una febbre che non va più via. Da lì a poco segue anche la diagnosi, è HIV.

Nella storia si susseguono continui salti temporali tra il protagonista ragazzo, che poi è anche lo scrittore, e le sue vicende di bambino e adolescente. I temi trattati sono molteplici, tra i più pregnanti vi sono senz’altro il contesto della periferia, il senso di vergogna, la precarietà economica e i contrasti familiari. Al centro di tutto il romanzo vi è però l’accettazione della fragilità, sia intesa come malattia che come tutta quella serie di caratteristiche e connotazioni che spesso rendono diversi o emarginati, esclusi. 

“Febbre” riporta in particolare a galla un tema il cui dibattito sembra essersi fermato agli anni ‘80: l’HIV, e lo fa con la naturalezza e la maestria che contraddistingue tutte le grandi opere. Lo sguardo con il quale si affronta l’argomento è limpido e sincero e pone al centro del dibattito la reazione del protagonista, che anziché nascondersi vuole urlare al mondo la sua malattia, vuole mettere in luce una verità che è, ancora oggi, parte del quotidiano di molte persone, ma che la nostra società sembra tuttora avere difficoltà a vedere e accettare.

Il romanzo racconta della convivenza con la malattia, che costringe il protagonista a iniziare un lungo percorso tra problemi familiari, sofferenza fisica ed esclusione sociale, ostacoli simili a quelli che tutti noi ci stiamo trovando ad affrontare in questo periodo di quarantena.

Pochi giorni fa la redazione di Scomodo ha avuto l’opportunità di fare una chiacchierata con Jonathan Bazzi. Una conversazione che ha toccato diversi temi: dalla quarantena, al rischio che vivono ogni giorno gli immunodepressi, fino ad arrivare a “Febbre” e al suo successo tra critica e pubblico. Una conversazione necessaria, con un giovane autore che è riuscito ad affermarsi in un campo statico come quello della letteratura italiana, attraverso un romanzo d’esordio che ha toccato un nervo scoperto della nostra società. Soprattutto in questo momento, in cui siamo tutti più vulnerabili e soli.

 

Il tuo romanzo “Febbre” tratta appunto, di una febbre, una febbre lunghissima che non va più via e si rivela poi essere un sintomo dell’HIV. Seppur siano malattie e tematiche diverse ora questo è un tema più attuale che mai, c’è una febbre che è diventata un’epidemia e sta facendo crollare molte delle nostre certezze e accendendo molte delle nostre paure. Qualche settimana fa ho letto che anche tu hai pensato di aver contratto il virus, è così?

Sì, sono ormai abbastanza sicuro. Ho perso gusto e olfatto da più di tre settimane ora, pare abbiano capito che questo sia uno dei tipici postumi del virus. Il mio infettivologo lavora al Sacco e ora sta lavorando molto con i pazienti del virus, ha condotto in questo periodo molti studi in merito a questo particolare dato, pare che sia circa ⅓ dei pazienti Covid a riscontrare questo sintomo.

 

Durante il dibattito relativo alla quarantena si è molto parlato della romanticizzazione di questa condizione, di come lo stare costretti in casa possa essere per alcuni una condanna e per altri più una sorta di privilegio. In Febbre racconti tanto del contesto delle case e delle famiglie, spesso un po’ disfunzionali e permeate da rapporti e presenze che generano dolore. Cosa pensi della romanticizzazione della quarantena? Come pensi possa essere vivere questa situazione in un contesto simile a quello da te descritto nel romanzo?

Questa è sicuramente una delle questioni più gravi, che in molti casi può diventare anche tragica. Le forze dell’ordine hanno segnalato un forte calo nelle denunce per la violenza domestica e situazioni di questo tipo in generale. Ci saranno sicuramente molte criticità che ora non riescono quindi a emergere e mancano di conseguenza anche i soccorsi di chi dovrebbe intervenire. So che molte associazioni stanno cercando di divulgare dei sistemi alternativi di denuncia. Molte donne cercano ancora di telefonare per ricevere soccorsi in momenti sicuri utilizzando sotterfugi. Mi auguro che in una buona percentuale di questi casi le donne riescano a mantenere vive comunque tutte quelle tecniche di sopravvivenza che in molte circostanze non possono che restare l’unica arma con cui potersi difendere. Dico questo perchè mi riferisco molto alla mia esperienza e a quello che ho visto accadere e mettere in atto dalle donne della mia famiglia. Cercavano spesso di stare defilate, di continuare a resistere anche se in situazioni di estrema sofferenza e difficoltà. Questo naturalmente soltanto nell’attesa di un’effettiva soluzione risolutiva.

 

Sui social hai parlato molto del virus in relazione all’HIV, in particolare riguardo allo stigma sociale che ne deriva. Hai scritto: “Nel tentativo di riuscire a maneggiare il male si continuano a cercare identità stabili che possano renderlo riconoscibile, circoscritto, meglio se già afflitti da una qualche forma di pregiudizio. Così l’HIV è il virus dei froci, è il coronavirus dei cinesi”. Pensi che la situazione che stiamo vivendo ci darà la possibilità di demolire o smussare questo vizio della società di additare continuamente il male verso delle identità stabili? Credi ci potrebbe portare ad abbattere alcuni pregiudizi comunemente ancora molto diffusi?

Io purtroppo sono abbastanza scettico in merito al potenziale trasformativo di questi momenti, sicuramente ci saranno casi in cui le persone faranno tesoro degli insegnamenti tratti da questo periodo, o comunque vivranno questo momento come uno spunto per il cambiamento, ma non penso siano la maggioranza. La nostra società è prigioniera dell’abitudine di trovare un obiettivo da stigmatizzare, qualcuno da incolpare per il male che capita. Ci sono stati i cinesi, poi i lombardi, i runner e ora i genitori con figli piccoli. Senza capire che queste sono soltanto delle sagome da prendere di mira, ma dietro a ognuna di queste c’è una storia, una vita, un’esigenza o un bisogno. I casi di cui parlavamo prima ne sono l’emblema, situazioni di violenza domestica o contingenze di questo genere che possono spingere le persone a cercare una via d’uscita per un attimo fuori di casa. Si giudica inevitabilmente a partire da sè, facendo della propria situazione un modello, ma la verità è che non possiamo conoscere le sofferenze degli altri e le loro storie, e questo rende il nostro giudizio in molti casi ingiusto e crudele. Se davvero cambierà qualcosa, e in parte forse alcune cose dovranno cambiare per cause di forza maggiore sarà grazie a delle riorganizzazioni tangibili della nostra società. Allora forse in questo caso, con un segnale che faccia da monito, potrà esserci un reale cambiamento.

 

Cosa pensi della narrazione del Covid che è stata fatta dai media e di come si è parlato delle categorie a rischio? Hai evidenziato come all’inizio pensassi di essere tra loro e quindi forse questo ti aiuta molto ad empatizzare con la narrazione che si è fatta dei soggetti fragili.

I primi giorni e le primissime settimane non avevo dati e informazioni necessari per capire se la sieropositività potesse costituire un elemento di rischio. Poi dopo un paio di settimane sono arrivati i primi pareri. Per chi è in terapia e quindi presenta un sistema immunitario ristabilito i rischi sono gli stessi che valgono per la popolazione sana, tenendo sempre in considerazione gli altri fattori di rischio, come età avanzata e presenza di altre patologie. Quella fase iniziale di incertezza mi ha però portato inevitabilmente a proiettarmi all’interno del gruppo di quelli che erano guardati come sacrificabili, quelle persone la cui eventuale morte dai media non era rappresentata come un problema, e anzi, sembrava essere una dato che avrebbe quasi fatto tirare un sospiro di sollievo. Una consolazione, un tentativo di rassicurare tutti gli altri. Questa appunto è stata una prima fase, ma tutto in questo periodo è provvisorio, bastano pochi giorni affinchè cambi tutto. E così infatti è stato, dopo poco si è iniziato a capire che non erano solo quei soggetti inizialmente individuati come più deboli a morire, sono morti cinquantenni e anche ragazzi più giovani. In questo modo la narrazione è stata forzata a edulcorarsi e cambiare direzione, anche perchè è paradossale non considerare la percentuale di imprevedibilità che vige in situazioni come questa. La condizione del nostro Sistema Sanitario è ormai tale che ci sono senz’altro numerosi casi di decessi non tanto a causa del virus, ma a causa della fatica nel provvedere a tutti cure adeguate.

 

Febbre è un libro che dà spazio a molte tematiche controverse, ancora prigioniere di una coltre di pregiudizio e disinformazione. Pensare che sia arrivato in corsa allo Strega è un segnale molto importante. Che sensazione ti ha dato ricevere la notizia? Cosa pensi del premio in generale?

Sono naturalmente molto contento, devo dire che dal momento in cui l’ho saputo ho vissuto un po’ tutto con un forte senso di irrealtà. Lo Strega è comunque il più importante riconoscimento letterario del nostro paese e anche il più famoso in Italia. Ha senz’altro tutte le sue zone d’ombra, è un premio molto criticato, dove sappiamo rientrare spesso questioni più ampie, in particolare quelle dinamiche che riguardano i ruoli delle case editrici all’interno del sistema letterario. Nonostante questo devo dire che quando è uscito il libro a maggio ho avuto da subito l’impressione che Febbre piacesse alle persone, alla gente. I riconoscimenti da parte dei contesti ufficiali editoriali e letterari al contrario hanno tardato ad arrivare, sono giunti poco alla volta, un po’ a fasi. Questi naturalmente mi colpiscono sempre con più forza, sono più inaspettati, in particolare per i temi che vengono trattati nel libro, ma anche e soprattutto per la lingua (ndr. la lingua di Febbre è stata definita da Teresa Ciabatti alla sua presentazione per lo Strega come “la lingua di una periferia dove si parla un pidgin febbrile di milanese, napoletano, pugliese e siciliano”). Ho quasi degli autopregiudizi su questo, penso sempre che l’ambiente editoriale sia molto conservatore, io ritengo invece di avere uno scarso culto del passato e anche una scarsa esigenza di riproduzione delle forme passate. Mi interessa e mi appassiona di più calarmi nell’esperienza per rintracciare qualcosa di potenzialmente collettivo, e chissà magari anche universale. Mi stupisco sempre quindi quando arrivano riconoscimenti da contesti più canonici dell’editoria.

Articolo di Arianna Preite e Luca Pagani

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