“Siamo stati un pezzo di memoria”, intervista a Carlo Lucarelli

In occasione del 51esimo anniversario della Strage di Piazza Fontana, la Redazione di Scomodo ha deciso di confrontarsi con una delle figure che meglio sono riuscite a narrare quello che è stato il periodo più difficile dell’intera storia repubblicana italiana: gli Anni di Piombo.
Per questo, abbiamo deciso di rivolgerci a Carlo Lucarelli, che con il suo programma Blu Notte ha tenuto vivi nella memoria democratica del nostro paese quei tragici eventi che ne hanno segnato la storia, scontrandosi con il “muro di gomma” eretto dallo Stato italiano sugli atti di quel periodo.
All’interno di questa lunga conservazione, abbiamo cercato di farci spazio tra gli innumerevoli segreti che avvolgono ancora oggi quel periodo, guidati dalla voce che meglio è riuscita a narrarli.

  

Il 12 dicembre si è tenuto il 51esimo anniversario della strage di Piazza Fontana: ancora dopo 51 anni, molti sono i misteri che avvolgono questo evento, che lei ha raccontato all’interno dell’episodio dedicato di Blu Notte. Cosa l’ha colpita di più in questa vicenda e quale peso pensa questo evento abbia avuto per la storia del nostro paese?

Un peso sicuramente enorme. Piazza Fontana viene definita come “la perdita dell’innocenza degli italiani”: la prima strage che ci ha fatto diventare più timorosi e cattivi. Questo è vero fino ad un certo punto, perché di stragi ne abbiamo avute tante e questo metodo di spaventare uccidendo in modo indiscriminato è una cosa che in Italia avevamo già nel periodo fascista, così come nel periodo successivo. Il 1° Maggio 1945 c’è la strage di Portella della Ginestra e si svolge con lo stesso obiettivo di uccidere e spaventare. Vero è, però, che la strage di Piazza Fontana è la prima che colpisce in quel modo e della quale ci rendiamo conto, tutti noi italiani, anche per quelli che sono venuti dopo. Come me, che all’epoca avevo solo nove anni.

Innanzitutto, è avvenuta nel luogo in quel momento considerato il cuore dell’Italia: a differenza di Portella della Ginestra, che si trova alla periferia del paese, qui viene colpita Milano, il motore economico-finanziario del paese, sotto Natale. Per molte persone che ho poi intervistato, quello è il momento in cui le cose sono cambiate.  I brigatisti, quando parli con loro, insieme alle altre motivazioni ti dicono che hanno incominciato a pensare alle armi da fuoco perché gli altri usavano le bombe.

Poi ci sono i motivi per cui colpiscono le stragi: tutte le stragi ti colpiscono emotivamente, perché coinvolgono appositamente chi non c’entra per far paura a tutti. Nel caso di Piazza Fontana, si trattò soprattutto agricoltori o persone legate al mondo dell’agricoltura che andavano lì in banca a concludere gli ultimi affari. A Bologna abbiamo tra le vittime anche una bambina di tre anni, e sempre per quanto riguarda Bologna, c’è un cittadino di Tokyo che viene sempre alle udienze in tribunale più importanti, perché lì alla stazione suo figlio ha perso la vita. Questo per me è la caratteristica delle stragi.

Un’altra cosa che mi ha colpito della strage di Piazza Fontana è quella specie di mito che la circonda.  All’inizio con Blu Notte ci occupavamo di casi di cronaca nera, di omicidi e avevamo nel tempo costruito un meccanismo per preparare le puntate: leggere tutti gli atti con persone competenti che ci lavorano sopra per poi usare me come narratore per raccontare queste storie come se fossero dei romanzi gialli. Abbiamo pensato poi di applicare questa metodologia di lavoro anche ai grandi misteri italiani, a partire da Piazza Fontana. Tuttavia rispetto a quest’ultima ci dicevano tutti che non si sarebbe potuto: primo perché era solo una noiosa vicenda di storia italiana; secondo, perché: “è complicato perché ci sono servizi segreti di mezzo e non è possibile raccontare questi fatti perché non si sa nulla”; terzo perché si finiva a parlare male di qualcun altro finendo così solo nei guai. Mi dissi: ma come, la perdita dell’innocenza che mi aveva così tanto colpito non la posso raccontare perché troppo difficile e rischiosa. Allora ci siamo guardati e abbiamo capito che non era vero niente di quello che ci dicevamo.

 

Per buona parte della storiografia italiana, Piazza Fontana segna l’inizio del periodo della strategia della Tensione. Avendo avuto modo di studiare e narrare tutti i grandi eventi che vengono legati a questa teoria, lei condivide la tesi che vuole gli attentati fra il 69 e l’80 come parte di una strategia destabilizzante atti mantenere salda la posizione dell’Italia nella sfera americana e impedire l’arrivo nel nostro governo di un esecutivo guidato dal PCI?

Si, in gran parte sì, anche se detta così sembrerebbe che dietro questo disegno ci siano sempre le stesse persone che perseguono un disegno che rimane immutabile nel tempo. Innanzitutto, è vero che il meccanismo della strategia della tensione serve a destabilizzare per stabilizzare: questo è l’obiettivo delle stragi, far paura affinché le cose non cambino. Certamente nel 1969 il paese stava cambiando parecchio: è l’anno che segue il ‘68, l’anno delle riforme, delle battaglie sindacali e della movimentazione studentesca. Proprio in quel periodo il nostro paese cambia socialmente, nella morale pubblica e nei costumi. Ed è vero che questo cambiamento a molte persone non piace.

Il cambiamento sì ostacola in due modi: alle urne, con la propaganda, in sostanza con la politica, oppure con i sottogoverni. Io credo che in parte sia stato così. All’epoca c’era un’Italia che stava cambiando, un Italia che a breve avrà il primo governo di centrosinistra guidato dai socialisti, un’Italia che cambierà. Non solo l’Italia, ma anche il mondo intero stava cambiando le proprie idee sull’Est e ovest, su Russi e Americani. Quindi che cosa facciamo?  Il piano era quello di mettere una grande bomba affinché la gente si spaventi e un’altra bomba affinché ci sia confusione, per poi poter dire: “avete visto che succede se cambiamo il governo?”. Quello che voglio dire è che non esiste un unico modo di vedere le cose ma esistono tanti livelli: c’è chi ha un interesse ed appoggia una cosa, poi la molla e magari ne fa un‘altra perché così ha un altro tornaconto.

Se pensiamo però alla Strage di Portella della Ginestra, è esattamente questo che succede. In Sicilia in quel periodo vincono le Sinistre alle prime elezioni regionali. Si sta parlando di riforme come quella della proprietà terriera. Questo è il periodo della rivoluzione dei villani: i contadini si ribellano e questo va contro la mafia e il potere costituito. La Strage di Portella della Ginestra credo mostri nel modo migliore cosa sia la Strategia della Tensione, ma non penso esista un unico grande disegno perseguito in modo sistematico dalle stesse persone. Penso più che altro che, essa, sia composta da personaggi e figure con obiettivi differenti, perseguiti però nella stessa maniera: destabilizzare per stabilizzare.

 

Pur se in parte slegato da quel periodo, la Strage di Ustica è esemplificativa di quanto il peso del segreto di Stato stia impedendo alla ricerca storiografica di trovare una verità storica su quel decennio: come giudica la decisione del Governo Conte di estendere la secretazione del Dossier Giovannone fino al 2029?

Come Conte ora, anche Renzi aveva promesso di aprire tutti gli archivi e di desecratare tutti gli atti. Ma non si può, perché esistono un insieme di tanti piccoli paletti legali e di prassi. Innanzitutto, le devi trovare le carte: una persona che conoscevo e che che si occupava di questo mi diceva sempre che il problema non era aprire i cassetti, ma trovarli. Pure se li trovi, spesso stai seguendo un nome ed in alcuni dossier esso viene totalmente cancellato, impendendoti, di fatto, di proseguire oltre con le tue ricerche.

Fosse per me, abolirei totalmente il Segreto di Stato, anche a costo di mettere alla luce tutte le colpe di cui si è macchiato il nostro sistema governativo. Spesso si dice meglio non sapere certe cose, meglio vivere con gli scheletri nell’armadio, ma per me la verità è la verità. Se non conosci tutto, sei autorizzato a pensare alle cose più terribili, ad esempio che non esistano servizi segreti deviati ma che tutti i servizi lo siano.

Allora io voglio capire bene cosa sia successo ad Ustica: una strage che non fa parte della Strategia della tensione, ma un incidente che non doveva avvenire, che però avviene all’interno di un contesto internazionale di cui noi facevamo parte che si porta dietro Giovannone, Aldo Moro, la Libia, Francia, Inghilterra.

Affrontare Ustica significa affrontare il tema della sovranità limitata nel nostro paese, di tanta gente che lo ha attraversato e che ha avuto rapporto con noi. Io ho fatto un episodio per ‘Blu notte’ su Ustica, ogni tanto la rimandano all’ anniversario, ma è vecchia di 10- 15, quasi vent’anni. Nel frattempo, sono successe molte cose. Sono emerse risultanze processuali che si possono contrastare, ma che devono essere tenute come punto fermo da cui partire, come l’ammissione del missile e della guerra nei cieli quella notte. Questo non significa che la verità la si possa vedere solo dalle fonti, però nella nostra puntata ho dovuto tenere conto di fatti, ma anche di menzogne, perché ai tempi erano considerate delle verità possibili. All’interno della puntata, ho fatto dire a generali dell’aeronautica che non c’era attività all’interno di quello spazio aereo nel raggio di 50 miglia: oggi sappiamo che questo non è vero.

Questa mancanza di una verità condivisa porta il problema che ognuno poi si sente libero di esporre la propria idea, perché ogni teoria ha uguale validità: da quella ufologica a alla pista palestinese. Senza poter constatare la verità all’interno dei documenti. Ogni dibattito su questa strage e quel periodo perde di significato, perché ogni parte cerca di sostenere l’ipotesi che maggiormente avvantaggiata la propria parte politica, come nel caso della Destra per la pista palestinese per cercare di scarcerare i NAR. Eppure, si preferisce mantenere il segreto di Stato, forse per timore che lo Stato italiano non possa sostenere il peso della verità su questi fatti.

 

Spesso, si tende a pensare che il periodo delle trame oscure che hanno minato la democrazia nel nostro paese si chiuda con Tangentopoli e l’arrivo della Seconda Repubblica: condivide questa visione? Oppure reputa che ancora oggi alcuni elementi della storia recente del nostro paese abbiano subito le pesanti ingerenze di un volere esterno? Guardando la nostra storia più recente, pensa che ci siano degli avvenimenti che siano degni di una puntata di Blu Notte?

Si, sicuramente sì. Io ho sempre pensato che molte volte cambiano le persone ma non i meccanismi. Talvolta addirittura neanche le persone, anche se vediamo dei ricambi.

Ma ci sono molti elementi tra il pre e post Tangentopoli che si muovono nelle varie formazioni, si appoggiano, si parlano, si mettono insieme… E gli altri partiti si sfaldano. Non c’è più la Democrazia Cristiana però rimangono tantissime altre cose. Ci sono dei personaggi che praticamente sono gli stessi, anche nell’Estrema Destra. Se uno andasse a cercare molti personaggi che sono stati in qualche maniera toccati ─ vuoi poi scagionati ─ dal periodo stragista, li ritroverebbe tutt’ora nel dibattito politico.

Oramai noi cittadini italiani siamo diventati più cattivi, meno ingenui di una volta.

Quando Piazza Fontana salta per aria, arrivano e dicono che sia stata una caldaia, la gente ci può anche credere. Poi lo ridicono a Bologna e già lì non ci crede più nessuno. Adesso non si può più dire: “è stata una caldaia”, perché non ci crediamo proprio più.

La fiducia nelle istituzioni una volta era così. Ancora ai tempi di Piazza Fontana, “l’ha detto la polizia” … Ah beh, allora. Per certe persone non era valido naturalmente, ma per altre persone più anziane, conservatrici, legate da un certo bisogno dello Stato: “l’ha detto la polizia” o “l’ha detto la magistratura” significava “Beh allora non c’è problema. Questa è la verità”.

Abbiamo imparato che non è vero. Piazza Fontana ha dimostrato questo. “L’ha detto la polizia” … Fammelo vedere. Quale Polizia? Quali servizi? Quali magistrati? Le cose sono cambiate. Non si usano più le stragi. Dopo le stragi, sono arrivati i dossier. Adesso si usano altre cose, che sono gli attacchi informatici, le fake news e un certo tipo di disinformazione che è altrettanto pesante. Il problema è che il concetto di verità alternativa è diventata oramai una cosa credibile.

Si riesce a governare. Lo vediamo in tutto il mondo. Sicuramente ci sono degli interessi internazionali, o di altri Paesi, che giocano nel nostro territorio come una volta. La Russia di Putin c’entra qualcosa con tante cose che sono successe. Come anche gli Stati uniti, in fatti recenti. In queste cose non siamo mai stati del tutto soli nel mondo.

 

Questo cambio di mentalità che lei ha citato è poi perfettamente osservabile in due casi di cronaca recenti della nostra storia: il G8 di Genova e la morte di Stefano Cucchi.

Sicuramente ci sono stati dei cambiamenti importanti. Innanzitutto, la nostra mentalità. Non siamo più quelli di una volta che, quando raccontavano di una caldaia, ci credevano. Poi abbiamo anche altri mezzi, altri sistemi, altre armi a nostro favore. Uno è questo: il G8 di Genova. Abbiamo fatto una puntata su questo, mi ricordo, e abbiamo potuto farla perché avevamo materiale video infinito. Mentre fino a poco prima avevi qualche foto, qualche reportage, qualche testimonianza.

Lì (al G8, ndr.) hanno accusato un ragazzino che noi poi abbiamo intervistato. Abbiamo ascoltato la versione della polizia e lui ha potuto portare praticamente ogni secondo della sua giornata, ripreso da un telefonino, una videocamera. Negli anni 70 non ci sarebbe stato.  “Chi è stato? È stato lui. Chi? Valpreda. Ok l’anarchico Valpreda.” Nel 2001 invece Valpreda avrebbe potuto portare probabilmente tutta una serie di dimostrazione che lui si trovava da un’altra parte. Il G8 di Genova è stato questo.

Io mi ricordo che è successo. Ma su quello noi abbiamo cominciato a farci una serie di nostri ragionamenti e per qualche anno è passata un’informazione mainstream. Faceva vedere solo i Black Bloc con quelle bandiere. Io mi ricordo quell’immagine: una specie di robocop nazisti che andavano in giro. E per un po’ è passato quello. Poi il processo è cominciato e in tv si sono cominciate a vedere le immagini di gente picchiata.

Abbiamo capito tutto. Grazie ai processi e grazie al fatto che hanno avuto a disposizione una serie di prove documentali che hanno fatto vedere dove stava la verità. La stessa cosa è successa per altri.

Il primo a smuovere le acque, dal punto di vista delle mani nello Stato, è stato Aldrovandi. Il quale era morto, secondo le prime ipotesi, “perché purtroppo si era sentito male”. Sarebbe stato molto più difficile arrivare alla verità se non ci fosse stata sua madre. O come la madre di Aldrovandi anche la signora Pinelli, o ancora come chi si è occupato della strage di Bologna. La mamma di Aldrovandi ha fatto una cosa diversa, ha aperto un blog su internet. Quel blog in poco tempo ha attratto un sacco di gente, l’ho frequentato anche io, lì quella donna ha continuato ad avere uno spazio molto importante in cui poter dire la sua verità che, dopo un po’, è diventata la verità. Dopo molti anni infatti ebbe finalmente successo giudiziario.

Esattamente come nel caso Cucchi. Adesso se uno dice: “Ma secondo voi uno come Cucchi è caduto da solo per le scale oppure lo hanno menato?”, la maggior parte della gente dice: “E’ più probabile la seconda. Perché?” “Perché menano, perché in quei casi lì può succedere. Se poi mi porti quelle fotografie, con quelle ecchimosi, io comincio a pensare che l’hanno ucciso”.

E infatti è quello che è successo. È una rivoluzione quella di Cucchi, devo dire. Una rivoluzione positiva. Il fatto che l’Arma dei Carabinieri sia arrivata a dire: “Scusate siamo stati noi”.  Essere arrivati a vedere il  comandante dei carabinieri dire: “scusateci”. Questa è una rivoluzione. Spero che si mantenga.

 

Il suo programma ha avuto il merito di portare sulla televisione pubblica degli eventi che ancora oggi il mondo politico italiano ha paura di raccontare. Quale pensa sia stato il ruolo del suo lavoro nel mantenere salda nella memoria democratica di questo paese gli orrori della nostra storia? Sentiva il peso di raccontare queste storie?

All’inizio non sentivamo nessun peso. Raccontavamo le nostre storie che ritenevamo più importanti o che io avevo voglia di raccontare. Così come ci prendevano e ci interessavano le storie che raccontavamo quando parlavamo dei casi di cronaca. Poi man mano che siamo andati avanti, ci siamo accorti che in effetti funzionava. Che eravamo ascoltati. Noi abbiamo capito che  c’erano delle possibilità, quando abbiamo fatto un paio di puntate nominando il Monsignor Marcinkus, nonché direttore dello IOR e per due volte di fila, è arrivata un’e-mail di un ragazzo. Io ho pensato fosse molto giovane da come scriveva. Diceva: “Ammazza che fetentone sto Marcinkus, chi è? Come posso trovare notizie su di lui?”.  Si è visto il nostro programma e gli è piaciuto. Poi magari si è letto il libro e ora è uno storico, un magistrato.

Io, quando abbiamo fatto una manifestazione sulla Ndrangheta, ho conosciuto un magistrato in prima linea nella lotta alla mafia. Un giovanissimo magistrato, che è arrivato e mi ha detto: “La devo ringraziare perché ho deciso di fare il magistrato dopo aver visto “Blu Notte” e di occuparmi di Ndrangheta”. Non è l’unico. Giovanni Tizian (giornalista tra gli altri de l’Espresso autore di diverse inchieste sulla Mafia, ndr.) anche. Tutte le volte che lo intervistano sulla sua vita dice: ”È colpa di Lucarelli. Perché? Perché ho visto Blu notte!”.

Noi abbiamo fatto questo. Abbiamo sintetizzato una serie di informazioni su avvenimenti apparentemente complessi e le abbiamo messe in fila secondo una nostra logica, che è quella della narrativa. Che non significa inventare. Non inventavamo niente, se no ci avrebbero già messi in galera da tempo. La logica della narrativa è scegliere tutti quegli elementi che mi servono per portare avanti questa storia. Siamo un programma di storia e non d’inchiesta. Non abbiamo detto niente di nuovo, ma per come l’abbiamo detto mi sembra che abbiamo funzionato. Poi ogni tanto questa cosa dava fastidio, e su questo sono d’accordo, perché se qualcuno voleva che restassimo un paese senza memoria, noi siamo stati un pezzettino di memoria.

 

Una domanda meno seria: lei è stato “vittima” dell’imitazione di Fabio de Luigi all’interno del programma Mai Dire Gol. Non pensa che il fatto di essere divenuto parte di quello che hai tempi era il programma comico per eccellenza della televisione italiana dimostri quanto Blu Notte non fosse solo un programma di nicchia, ma sia riuscito a penetrare all’interno del dibattito pubblico italiano?

Si, sicuramente sì, anzi io sono stato molto contento. Mi chiedevo come mai non mi avessero già fatto, visto che ero così imitabile no? Tutto nero, nel buio, le sagome. “Prima o poi mi faranno” mi ero detto.

De Luigi mi ha fatto benissimo. Perfetto. E poi ha fatto esattamente quello che volevo fare io.

Mi sono accorto, a causa della sua imitazione, che molta gente diceva “paura eh?!”. Ogni tanto vengo ancora citato anche a sproposito. Mi ricordo una seduta parlamentare in cui uno aveva detto: “Paura eh, come diceva quello”. Sono io. L’imitazione di De Luigi mi ha fatto capire che il mio programma era seguito e stava divenendo parte della cultura di massa. Negli incontri che facevo di persona, mi dicevano: “Ti stiamo usando. Ti stiamo seguendo”. Il fatto è che ancora adesso venga visto, ora è su RAI play, su tutti i podcast.

Ho avuto la percezione della popolarità di questa cosa un giorno che passavo per Roma. Mi ricordo che trovai un ragazzo che vendeva i video pirata dei film (quei cd fatti malissimo con la copertina disegnata) e uno era sulla puntata di Blu Notte sulle Brigate Rosse. Ho detto: “Guarda un po’, siamo addirittura piratati, evviva!”. Abbiamo avuto grandi soddisfazioni.

 

All’interno del nostro saggio, poniamo come tesi centrale quanto il lavoro di ricerca storiografica possa essere un valido alleato nel mantenere salde le istituzioni democratiche di questo paese. Condivide questo specifico valore della storia per il presente umano (e più nello specifico, nel contesto attuale italiano)?

Si, assolutamente sì. È importantissimo ovviamente. Tutto questo tipo di lavoro è importantissimo. È quello che si diceva prima. Io sono uno che si occupa di misteri e di paura.

Il mistero è una porta socchiusa. Chiusa no, perché non sai cosa c’è dietro quindi neanche te lo immagini. Neanche sai che c’è là fuori.La porta socchiusa è un mistero. La porta socchiusa è qualcosa di destabilizzante, diceva un grande scrittore di romanzi gialli. Si chiamava Veraldi. Diceva: “Attenzione la porta socchiusa è qualcosa che ti mette in crisi. Quella paura lì, quel buio che c’è lì dentro, nel quale tu immagini un milione di cose, non è tollerabile. Non puoi convivere con quello. Prima o poi o lo apri o se non cambia la tua vita. Non passerai mai davanti a quella porta. Le volte che ci passi chissà che ti viene in mente, poi non dormi la notte, oppure sfonderai quella porta e andrai a vedere ma non ti può lasciare indifferente. Non sapere il vero. Non conoscere la verità. Non avere gli strumenti per crearsi un mondo, che è un mondo che capisci anche rispetto al passato, e fa in modo che continui a pensare o che caschi dentro cose ingenue. A me una delle cose che colpisce di più, dalle nostre parti, è questa cosa che ci stupiamo tutte le volte.

 

All’italiano che vivrà tra cento anni, cosa rimarrà di Piazza Fontana? Una strage del genere in che modo potrebbe essere in grado di influenzare non solo il passato e il presente di questo paese (come ha già fatto) ma anche il futuro?

Influenzerà il futuro? Questo sistema si, sicuramente sì, influenzerà il futuro. Finché non abbiamo una risposta certa, potremmo tornare indietro e dire: “Si però allora, cos’è successo?”. Perché i meccanismi, ripeto, sono gli stessi. Sono i meccanismi del potere questi qui, di un certo tipo di potere. E saper cosa è successo esattamente ti fa capire cosa è successo poi esattamente la volta dopo. Conoscere esattamente cosa è successo a Piazza Fontana, ti serve. Ti fa capire cosa è successo a Brescia. Magari ti fa comprendere, non perché sia legato direttamente, che cosa può essere successo a Bologna e se sai cos’è successo a Bologna, con una nuova strategia della tensione, con altri soggetti che si affacciano nel mondo, che abbiamo conosciuto allora con la tv e tutto il resto, magari riesci a capire cosa è successa nel ‘92. Se sai cosa è successo nel ‘92, forse sai cosa sta succedendo adesso. Questo è il lavoro degli storici. I narratori arrivano come me e raccontano la storia, poi ci sono i giudici che cercano di mettere in galera qualcuno e tra un po’ non sarà più possibile mettere in galera. Ad un certo punto basta. (Voglio dire) a Bologna stiamo processando ancora persone che sono già morte da un sacco di tempo. Il nuovo processo di Bologna ai mandanti, non dico che è su di loro ma come principali responsabili ci sono Gelli e altri responsabili, che sono morti da anni. Quello che succede è che la magistratura fa il suo lavoro, i narratori fanno il loro lavoro, gli storici dovrebbero fare i loro e poi noi tutti insieme, storici e narratori, dovremmo fare in modo che queste verità storiche restino familiari, che la gente le conosca perché magari ha visto qualcosa, ci ha costruito qualcosa.

Allora a quel punto potrai utilizzarla, perché altrimenti è sempre tutta storia. Faccio questo esempio. Io mi immagino questo. Io scrivo libri ambientati durante il fascismo e mi devo documentare. Devo sapere. Magari scopro che a Bologna la vita nel ‘43 era in un modo ma nel ’44, a distanza di pochi mesi, era totalmente diversa, anche se sempre di guerra e sempre di periodo fascista si parla, ma sono leggermente diverse. Fra vent’anni, trent’anni, quarant’anni uno scrittore che vorrà scrivere un libro, ambientato nell’aprile del 2020, lo saprà che non potevamo uscire di casa perché c’era il Covid e c’era il lockdown oppure se ne sarà dimenticato? Non avrà mai saputo e quindi scriverà un bel racconto in cui, nel marzo del 2020, uno va al ristorante e incontra un suo amico. No, non si potrà fare. Non si può documentarsi storicamente, senza avere questa memoria, come dire, non tanto condivisa ma reiterata. Ecco allora magari fra vent’anni, cent’anni, nessuno saprà cos’era Piazza Fontana o la morte di Giulio Cesare. Quei meccanismi se noi non facciamo chiarezza prima, saranno gli stessi e magari ci sarà stata un’altra Piazza Fontana.

 

Articolo di Di Luca Bagnariol e Caterina Bertoni Gonzales