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Intervista a Giulio Alvigini

La proto rivoluzione della comunicazione culturale in Italia raccontata da un suo antieroe.

17/02/2021

In un articolo uscito a maggio del 2020 chiamato “Nati Sotto il Segno di Saturno” Scomodo ha cercato di ricostruire la difficile situazione in cui versavano i lavoratori della cultura in Italia a causa del Covid-19 basandosi sulle testimonianze di numerose professionalità afferenti a diversi settori. Abbiamo sentito tanti progetti, tante proposte di rinnovamento, a dimostrazione che la pandemia aveva costretto a smettere di ignorare alcuni problemi endemici al mondo della cultura. Ci siamo quindi ripromessi di tornare a verificare se qualcuna di queste idee di cambiamento avesse attecchito. Così, nove mesi dal primo articolo e a quasi un anno dalla prima ondata, i redattori di Scomodo si sono dati l’ambizioso obiettivo di individuare, attraverso decine di interviste, delle spie di un eventuale cambiamento nella ricerca, nella pratica e nella divulgazione culturale. Tra le testimonianza raccolte quella di Giulio Alvigini risulta particolarmente interessante in virtù dell’ambito delle sue ricerche e della sua figura ibrida.  Giulio Alvigini (Tortona, 1995) è infatti artista ed esperto di comunicazione per il settore culturale. 

Vive e lavora tra Torino, Milano e Genova.

Dal 2017 si occupa di logiche e dinamiche di sistema, marketing e strategie comunicative per l’arte contemporanea. Nel 2019 ha esposto alla seconda edizione della Biennale del Kosovo a cura di Giacinto Di Pietrantonio e ha tenuto talk e conferenze in diverse istituzioni museali e culturali italiane, tra cui il MAMbo e Fondazione Cirulli a Bologna, Università IULM e Viafarini a Milano, Università Ca’Foscari a Venezia e Wopart Fair a Lugano. 

Nel 2020 ha pubblicato per la casa editrice Postmedia Books il suo “Manuale per giovani artisti (italiani semplici)“.

 

Giulio tu sei sicuramente una delle persone che può offrirci una delle letture più interessanti sui cambiamenti che stanno interessando il mondo dell’arte visto il tuo sguardo sempre lucido, oltre che ironico, su di esso. Nel 2017 sei stato infatti uno dei primi a interpretare la necessità di un aggiornamento delle pratiche di produzione e comunicazione di contenuti che tenessero conto del digitale e soprattutto dei social, eppure al tempo stesso quando durante il primo lockdown tutti iniziavano ad affollare “l’internet”, tu hai iniziato a mettere in guardia dalla “sovrapproduzione di prodotti culturali”.  

Innanzi tutto grazie per avermi preso in considerazione per un compito così arduo.

Come dici tu, a pochi giorni dall’inizio della pandemia ho rilasciato un’intervista in cui facevo un discorso frutto di un confronto che stavo avendo con altri “comunicatori”, social media manager e professionisti del mondo dell’arte. Ci trovavamo infatti, nei primissimi giorni del lockdown di marzo, a notare una “sovrapproduzione di contenuti”, caratterizzata da quella che definivo un’ingenuità tanto tecnica quanto contenutistica, che credevo dovesse essere denunciata. Volevo utilizzare la mia figura di “opinion leader” in quest’ambito per sottoporre una questione controcorrente, in un’atmosfera in cui tutto sembrava andare bene. All’epoca si plaudiva il coraggio con cui i Musei si stavano impegnando in maniera “eroica” nell’affrontare la chiusura improvvisa. Il fenomeno andava però analizzato con un maggior senso critico, facendo emergere due temi in particolare: una sovrapproduzione e, al contempo, un’improvvisazione contenutistica. La mia era oggettivamente una provocazione, attraverso la quale miravo a rimarcare le criticità di questa prassi, nel passaggio dallo stato emergenziale alla normalità. Per cui ho odiato la narrazione di alcuni media, tanto quelli generalisti quanto quelli di settore, che parlavano di svolta digitale: ma stiamo scherzando? Sono termini non corretti in quel frangente. Se vogliamo fingere che la rivoluzione digitale della cultura stia avvenendo adesso, possiamo farlo, ma lo trovo scorretto, ipocrita. Inoltre questa narrazione parte da un presupposto di cui io diffido sempre: reale e digitale non sono due mondi che devono intrecciarsi, unirsi, per me il mondo è uno solo, quello reale. Se sbatti un mignolo contro l’angolo ti fai male nel reale, non su facebook o instagram.

Dopo soli sette giorni dalla dichiarazione del lockdown questa lettura sembrava “nietzschanamente anticristiana”, ma in realtà poi, a Luglio, con le necessarie precauzioni, altri professionisti più istituzionali della comunicazione hanno riconosciuto effettivamente il problema dell’ipercomunicazione che avevo già individuato: un caos che non portava da nessuna parte.

La mia riflessione era quindi in parte autocritica, pensavo e penso sia forse necessario un “vuoto”, un pensiero vuoto, un’occasione di riflessione piuttosto che di produzione, per svincolarsi dall’imponente e quasi dittatoriale “Comunico – Trasmetto – Dunque Sono”: il dover ricordare agli altri che si esiste soltanto postando.

 

A marzo c’era questa risposta all’arma bianca, come dicevi tu, ora le acque si sono calmate e siamo abbastanza distanti per avere uno sguardo più critico per capire e operare di conseguenza. Eppure, nonostante questa retorica della rivoluzione digitale, mi sembra che le risposte del mondo dell’arte, ben lontane da una dimensione sistemica, siano ancora episodiche e istintuali. Ad esempio, la tua provocazione di qualche tempo fa, che evidenzia un fatto incredibile: l’assenza di profili social del padiglione Italia alla Biennale di Venezia, mi pare cada ancora nel vuoto.

Nell’attesa che la rivoluzione si manifesti ti chiederei una previsione, magari anche una speranza di indirizzo, su come dovrebbe evolvere la comunicazione artistica partendo dai punti di forza, dalle eccellenze, che vedi nel panorama attuale. Insomma, se facessi una MIAGA CUP per la comunicazione, chi dovrebbe vincere?

Allora, come sai la coppa alla fine l’ha vinta Palazzo Strozzi! – ride –  Seriamente, nel mio libro (Manuale per Giovani Artisti – Italiani Semplici – Meme e Sistema dell’Arte Italiano) dedico un capitolo alla comunicazione del e durante il Covid-19 e nell’ultimo capitolo, che è un epilogo dell’intero libro, parlo del mio rapporto con la comunicazione e soprattutto con i comunicatori italiani, che io cito sempre perché è imprescindibile, per chi si appresta alla comunicazione, conoscerli e rapportarvisi.

Silvio Salvo, ad esempio, in qualche modo rappresenta “l’anno 0” nella storia della comunicazione della cultura e dell’arte in Italia, perché è con lui che, effettivamente, si realizza un cambio di passo più o meno voluto. Dico più o meno perché, conoscendolo, credo ci fosse molta incertezza in quello che faceva, il che rende più epocale il suo salto nel vuoto, rispetto magari a quello che fece di lì a poco il Museo Egizio, che oggi è un punto di riferimento rispetto alla produzione di contenuti culturali online, anche a livello internazionale.

Il Madre poi nell’ultimo anno si è dimostrato un ottimo caso studio al negativo: La nuova direzione ha infatti deciso di rinnovare i canali social, terminado la collaborazione con la precedente agenzia che ne curava la comunicazione e l’ufficio stampa. Risultato? Il Madre brillante, iperpresente sui social, con contenuti che inizialmente potevano sembrare figli della comunicazione sandrettiana, ma che dopo pochissimi mesi erano riusciti a trovare una proprio voce, che li differenziava e li faceva spiccare nel settore del contemporaneo, ha lasciato il posto a una scadenza contenutistica diffusa. Poi cito anche Davide Gavioli di Arte Fiera perché nei tre anni fatti da lui in qualche modo si è evidenziato, insieme alla nuova direzione di Menegoi, un evidente cambio di passo anche per quanto riguarda la comunicazione della fiera bolognese.

Tengo a precisare che è un caso che io citi solo uomini, nulla a che fare col maschilismo, soprattutto perché il mondo della comunicazione negli uffici stampa, e non solo, non ha eroi. Quella di citare casi di personaggi singoli è infatti quasi una contraddizione, dalla quale credo che si evinca ancor di più il nostro ritardo cognitivo: tendiamo a individuare nel singolo personaggio, nel singolo social media manager l’eroe della comunicazione istituzionale, e questo è, credo, la cosa più sbagliata da fare. È la dimostrazione che viviamo in un momento quasi proto rivoluzionario della comunicazione culturale in Italia, che ci fa rimanere attaccati a queste figure individuali, eroiche e antieroiche, che catalizzano su di loro atteggiamenti innovativi, le attitudini che vanno a scardinare e spostare dalle zone comfort le istituzioni pubbliche per cui lavorano.

La realtà della comunicazione in Italia è che viviamo ancora gli strascichi del 2020, ma abbiamo anche un problema più grande: attualmente abbiamo superato la fase più strettamente emergenziale, certo siamo lontani dalla normalità, ma  ci troviamo in una situazione di emergenza controllata, e quello che ci manca sono i professionisti per gestirla. Le motivazioni di questa criticità sono riconducibili a due problematiche, entrambe riguardanti, per aspetti diversi, l’educazione digitale. La prima è strutturale, ancora oggi sono infatti ben pochi i corsi e master che si occupino di preparare efficientemente alle nuove professioni della gestione dei beni culturali. La seconda, che in parte è anche conseguenza della prima, è la considerazione in cui vengono tenute queste professioni. Dobbiamo tener presente infatti che la maggior parte delle istituzioni culturali si affida a un ufficio stampa composto da due, tre persone massimo. Questo di per sé non sarebbe neanche sbagliato, infatti il problema è qualitativo, non quantitativo: Pensiamo alla Fondazione Sandretto, un’eccellenza riconosciuta sul piano sia nazionale e che internazionale, eppure l’ufficio stampa, che si occupa della gestione dei social e del rapporto con le riviste e i giornalisti, è composto da una persona sola, il Silvio Salvo di cui sopra. Certo però se l’incarico viene invece affidato a tirocinanti sottopagati o a stagisti impreparati, giusto per far quadrare i conti con i crediti, come spesso accade per canali social anche di grandi istituzioni, una volta può anche andar bene, può capitare un autodidatta capace di costruire autonomamente una programmazione editoriale sui social, ma la norma è una comunicazione inadeguata, non professionale. E a monte c’è stata appunto la scelta di non investire in professionisti… ognuno ha la comunicazione che merita.

In questo panorama desolante anche il minimo sforzo, il minimo impegno viene premiato dal pubblico. È quello che è successo a marzo, o anche, in generale, il motivo dell’ascesa di personalità come quella di Silvio o della mia, che sono state notate causa un’impreparazione diffusa che ha esaltato qualcosa che era, a tutti gli effetti, mediocre se posto su piano internazionale.

 Se vogliamo parlare di futuro, più in generale poi il 2020 ha reso evidente qualcosa che era nell’aria da almeno mezzo secolo, dalle neo-avanguardie, ovvero l’impossibilità del peso specifico dell’arte, l’insostenibile leggerezza dell’arte in tema di cambiamento sociale. Ciò che rivoluziona, influisce o anticipa il futuro non è più l’arte, ma un intreccio di interpretazioni di cui può certo far parte, ma di cui non è il fulcro. Io credo stia ancora avvenendo un’importante azione di sfoltimento: è stata reimpostata una gerarchia delle necessità, lo vediamo economicamente, lo vediamo con la chiusura delle gallerie, lo viviamo con la chiusura e il licenziamento dei musei, per cui il futuro non si presenta propriamente roseo per il sistema. Abbiamo esaltato le fiere online, le dirette instagram, quando erano soltanto grandissime pezze, modi per indorare una pillola, per ricordare al mondo che esistevamo, piuttosto che ripensare le nostre posizioni.

Per capire cosa succederà nei prossimi anni non dobbiamo vedere il mondo dell’arte come un qualcosa di a sé stante, la struttura e la sovrastruttura ne influenzeranno inevitabilmente la cornice sociale. Difficile fare previsioni quindi, io spero che quello che ci si aspetta sia un aumento della qualità, dovuto a una selezione più ragionata, filtrata dagli eventi che  ripensando agli anni passati, erano evitabilissimi e non necessari.

 

Su queste dolenti note passerei ora alla seconda parte dell’intervista, più collegata al tuo libro. Ovvero due aspetti relativi al giovane artista(semplice): il primo riguarda proprio l’approccio ai nuovi mezzi e linguaggi, e quindi new media, ma anche meme, linguaggio principale della tua produzione artistica.

Il secondo invece la comunicazione, intesa però questa volta dal tuo punto di vista del singolo artista. Io questa situazione la riporto un po’ al caso di Jawed Karim, uno dei fondatori di youtube, autore di fatto anche del primo video sulla sua piattaforma. Una sequenza di 17 lunghissimi secondi di lui allo zoo. Il nulla. Per questo è l’esempio perfetto della situazione attuale: lui è pienamente consapevole delle possibilità del medium, lo ha creato! Ma non ha assolutamente una strategia di analisi e creazione per il suo utilizzo. Pur sapendo cosa può fare non ci fa nulla, non essendo preparato ad utilizzarlo. Moltissimi giovani artisti sono dei Karim, tant’è che assistiamo al proliferare di una nuova terribile figura: l’art advisor per l’artista, personaggi che offrono la ricetta del successo attraverso corsi e revisioni di portfolio. 

Hai detto bene, nel libro parlo degli art advisor, dei consulenti per collezionisti, per artisti e di tutta quell’erbaccia che cresce intorno al mondo dell’arte: venditori della combinazione per sbancare al lotto sacerdoti di una catechesi iniziatica al mondo dell’arte. Eppure ho scritto un libro che è un manuale per giovani artisti, com’è possibile?

Andiamo con ordine. Postmedia mi propone questo libro, e solo perché è Postmedia sento una spinta (parliamo di fine 2019); arrivata la pandemia, ad Aprile, dico: cazzo, questo libro lo scrivo davvero. Nel momento di corsa al digitale ripiego sull’analogico, quindi ancora più interessante. Oltre a voler istituzionalizzare il mio percorso, mi serviva poter spiegare determinate cose, rispondere a delle domande, alle quali non avrei potuto dar risposta rimanendo su Instagram, perché in qualche modo significava far sparire l’illusione, svelare il trucco.

In realtà già da un po’ percepivo la necessità della fine di un percorso, ho costruito questo pseudosuccesso con la pagina instagram, ma già nel 2019 sentivo di aver detto tutto. Sono arrivato prima degli internazionali sui meme sull’arte e, prima di loro, mi rendo conto della ripetitività e della fine del fenomeno. La verità è che i meme a me non interessano granché, anzi, essere identificati con un linguaggio per me diventa controproducente oltre che assolutamente limitante e superficiale. Il libro mi serviva a spiegare questo: il tema del mio lavoro è la tematizzazione del sistema dell’arte; analizzare le contraddizioni e le isterie del sistema dell’arte effettuandone quasi una diagnosi sociologica, una sociologia spicciola, servendomi di quello che in quel momento era il linguaggio di maggior successo. Ora è importante però sottolineare una cosa, come giustamente dicevi, il meme è un dispositivo linguistico e in quanto tale ha delle specifiche caratteristiche, a prescindere dal fatto che ci si addentri in una dimensione ironica, la stratificazione di layers, la metaironia, sono tutti rigurgiti di una certa distanza ironica post moderna e questo rientrava assolutamente nelle mie necessità. Utilizzo il digitale non per sperimentare il mezzo stesso, ma per tradurre certe mie osservazioni e teorie. Per cui c’è il rifiuto del mezzo come argomento del lavoro, ma è il sistema come argomento del lavoro. Anzi, c’è una dimensione totalmente tautologica, “meta”. Mi spiego, io credo di aver fatto questo: parlare del sistema parlando di me. Parlare del giovane artista analizzando me stesso. Parlare del falso successo nel mondo dell’arte ottenendolo.

In realtà non credo che ci fosse un altro modo per me, l’atteggiamento quasi da avvoltoio, con la carogna dei temi sociali, dall’ecologico al sessismo, lo trovo sbagliato perché ne crea un feticcio, un simulacro non genuino. È approfittarsene, non servire la causa. Per cui, non mi rimaneva altro che parlare di me stesso, del mio rapporto col mondo dell’arte e renderlo universale – Parla del tuo villaggio e parlerai del mondo, diceva Tolstoj [N.d.R] – Quindi il digitale, i social, instagram, sono stati un piacevole inciampo, sono stati gli altri a definirmi “comunicatore”, qualcuno ha fatto scattare il domino dell’ incomprensione, un divulgatore parla del suo argomento, non di sé, invece se leggi un mio meme non pensi solo al meme stesso, ma anche a me che l’ho costruito; c’è quasi un detour, uno scollarsi tra significato e significante che porta inevitabilmente a ipermediare me stesso.

Questo porta alla grande ambiguità del mio lavoro che ho dovuto spiegare con il mio libro, tu pensi che io sia bravo, ma solo perché  mi vedi tutti i giorni. Le teorie del marketing, no? Della coltivazione, dell’agenda setting, per cui i media ci dicono cosa pensare e quando farlo. Così si premia e si scambia il merito con l’iperproduzione. Per cui ecco che mi invitano alle fiere, a fare talk nelle università,  ho vinto uno dei premi di ArtVerona! È evidente come sia tutto frutto di certe dinamiche, una diffusa simulazione: la simulazione è una carriera. Io credo che andasse spiegato, sia per i diffidenti che per chi esaltava una bontà del mio lavoro. Io non sono un divulgatore, se non un divulgatore di me stesso. Perché per tanto tempo ho accettato questa etichetta? Perché l’ho trovato divertente. Per un simulatore è divertente quando altri ti etichettano. Però è un’arma a doppio taglio e a un certo punto bisogna svincolarsene. Lo dico chiaro e tondo nel libro: avete fatto tutto voi boomer.

Forse sono andato un po’ fuori…

 

No no, direi che abbiamo ampiamente esaurito la prima parte sul medium, e anche il lato boomer, ma invece la Z generation? Come si approcciano alla comunicazione e cosa sbagliano? Perché chi si approccia all’arte, magari all’accademia, pensa ancora di andare a fare “Michelangelo”, di chiudersi nello studio a creare, e guarda alla comunicazione del proprio lavoro come un accessorio, se non un fastidio. Già di per sé è una visione scollegata dalla realtà, ma se a proporla è una generazione che ha i mezzi per capirlo si scade nel patologico.

Catellan, Koons, Banksy, non sono artisti che parlano realmente di qualcosa: il contenuto è l’artista come star, come in tutto il ‘900, da Pollock, Dalì. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Credo che ci sia una cattiva lettura di fondo, c’è un maledettismo che stiamo vivendo già dagli anni 80. Non ottocentesco, “vangoghiano”, del poeta maledetto, ma del self-made artist, che si costruisce da solo e ottiene successo. L’artista broker che scoreggia e lo vende, l’artista della banana. Un altro maledettismo, un’altra tossicità legata a un orizzonte di pensiero che va al di là della cornice dell’arte, verso un orizzonte molto più ampio, liberale, neo capitalista. Al tempo stesso questa dimensione artigiana, quasi meccanica, per cui realizzi e poi comunichi, che è quello che fa la maggior parte degli artisti, è una fatica assurda, non contemporanea, non consapevole del tempo che si sta vivendo, anacronistica. Io ho deciso di accorciare la filiera, facendo coincidere i momenti. Non sono certo il primo, Maloberti, che ha trovato una modalità espressiva, lo slogan, la frasetta, efficace tanto per il suo lavoro quanto per social. Per non parlare di Cattelan. La comunicazione come escrescenza della propria pratica artistica, insomma, momenti del proprio lavoro, in qualche modo opere d’arte, in attesa che qualcuno lo riconosca.

Questo ci porta però a un problema ben più grande, individuato da Valentina Tanni nel suo libro (Memestetica. Il settembre eterno dell’arte):  l’artista partendo dalla consapevolezza che senza social non esisti – di nuovo, comunico, trasmetto, ergo sum – è costretto a reinventarsi, ripensare la propria pratica da zero per adattarla a queste piattaforme, ma in maniera spesso goffa, a causa della mancanza di formazione e questo diventa elemento di frustrazione, l’alienazione più pura: dover uscire fuori da sé per essere qualcun altro. Ma tutto questo ancora non basta, perché se è vero, come dice Balzac, che per entrare in società è necessario il duello, i contenuti artistici sul web si trovano a dover competere con quelli di altri creativi a cui non è riconosciuta artisticità, ma nel confronto con i quali perdono 10 a 0. Penso a Luis Sal, a Il trono del Muori, etc., solo rimanendo in Italia, il duello frontale con certi personaggi è perso in partenza. Bisogna sfidare in maniera trasversale, più “studiata”, con una strategia. La sfida dell’artista è anche questo: pensare a un lavoro e a una strategia per metterlo in relazione con pubblico e sistema propri, infatti sebbene attraverso i social il pubblico abbia aumentato la sua influenza, essa resta comunque minima, oggi sono ancora gli attori e agli addetti ai lavori a legittimare le personalità artistiche. Certo esistono processi che possono essere scardinati e spesso facendolo si ottiene il successo, si creano nuove strade. Io in qualche modo ho provato a fare una cosa del genere. Ha funzionato? Lo vedremo fra un sacco di anni.

 

Scardinare processi, creare nuove strade… Chiudiamo parlando un po’ di arte “antisistema”. Tu ti sei ritagliato il ruolo di giullare, figura che, oggi come allora, fa ironia dicendo quello che tutti sanno ma non vogliono vedere. Questa è una strada, la tua, c’è però chi prova a fare un discorso più ampio: AWI (Art Workers Italia), con cui abbiamo avuto modo di parlare a maggio ad esempio, nasce sì in risposta all’insostenibilità delle condizioni del settore artistico a causa del Covid-19, ma fa sue rivendicazioni ben precedenti, come è chiaro già dal nome, che rimanda alla famosa AWC (Art Workers Coalition) del ’69. Il loro è un discorso di settore, sindacale, per usare una parola del secolo scorso. C’è chi poi si spinge ancora più in là, con il famoso discorso della democratizzazione dell’arte, ma qui posso immaginare il tuo pensieri visto che ho ben in mente il tuo meme sul Macro Asilo.

Prima di tutto, mi vorrei concentrare su “sistema e antisistema”: credo che nel momento in cui si parla di antisistema ci sia un discorso tautologico legato alla libertà “da”, che non è libertà “di”. Io non odio il sistema dell’arte, anzi, come ho sempre spiegato, lo amo. Il mio approccio critico è proprio la visualizzazione di una bellezza collaterale dell’arte. Non esiste nient’altro: chi vuole fare altro e vuole essere riconosciuto come artista deve scontrarsi col sistema e col consenso. Al contrario, se vuoi starne fuori, il che è legittimo, non dovresti porti il problema della cattività dell’arte. Fare arte ed essere contro il sistema è un paradosso. Per cui diffido di queste etichette di sistema e antisistema. Attenzione, essere nel sistema non significa accettarne le tossicità, lo sfruttamento etc.; io anzi, mi pare evidente, non faccio altro che denunciarlo, ma dall’interno.

AWI è il sintomo di un tempo non legato al 2020, ma che come dicevi viene dal 70, anzi già dal 1848. Nulla di nuovo – nonostante sia comunque meritevole e vada assolutamente apprezzato e sostenuto – solamente, ho paura che non sia abbastanza. Ecco il problema: una sinistra che usa la prassi della folk politics, del breve termine, nelle occupazioni e manifestazioni con risultati nel breve. Il pretendere che il cambiamento si verifichi nel mio orticello. Io diffido di tutto ciò, per quanto sia necessario applaudire questa vocazione e questo desiderio di lotta, resta una lotta non di classe, ma di un settore. Io invece penso che fino a quando non si raggiungerà una emancipazione collettiva, non si raggiungerà l’emancipazione del lavoratore dell’arte. In controtendenza con l’attualità, il seppur giusto rafforzamento della pratica sindacale, svalutata dal liberalismo, come ci insegna il novecento, mette in scena l’ingenuità dell’individualismo di questa lotta: il dare per scontato che raggiungendo l’obiettivo, di pari passo arrivi anche il resto. Secondo me è il contrario: deve esserci una lotta diffusa per una emancipazione totale. Lotti per l’artista, ma anche per le donne, contro il sessismo, contro la mascolinità, la disuguaglianza di genere e razziale. Nel finale del libro mi lamento di questo. Dico, è sacrosanto elencare quello che c’è di marcio nel mondo dell’arte: sfruttamento, economia-reputazionale, autosfruttamento volontario, sessismo, machismo, patriarcato. Trovo però insulso dover compilare queste elencazioni quando significa sempre dire che il sistema dell’arte è vecchio. Perché tenta di risolvere problemi attuali con strumenti vecchi. La lotta deve essere su tutti i fronti, altrimenti rimani lì. Si riproduce quell’elitarismo, quella sorta di indipendenza e autosufficienza che il mondo dell’arte pensa di avere. Focalizzandosi su punti singoli ci si scorda di come, marxianamente, sia la struttura a influenzare la sovrastruttura. Per cui non si vede quello che c’è veramente sotto. Tutto questo è compiacimento a una macchina che non viene capita nella sua interezza.

Questo è il dramma di una sinistra che ha smesso di progettare un futuro e si ritrova invece a fare la parte della reazionaria cercando di tamponare, di mettere un freno agli stimoli falsamente innovatori della destra.

Articolo di Luca Giordani