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Istruzione Universitaria Penitenziaria, a che punto siamo?

Uno sguardo alla situazione tra vuoto legislativo, disinteresse generale e iniziative per il cambiamento.

11/01/2023

È difficile immaginare come un detenuto trascorra il suo tempo in carcere. La narrazione dei media relativa alla condizione del sistema penitenziario italiano è scarsa e approssimativa, spesso a causa delle stesse strutture che preferiscono non far trapelare informazioni. In un sistema carcerario, che sembra brutale – come testimonia l’aumento dei suicidi nell’ultimo anno – solo l’istruzione rappresenta un’occasione di riscatto sociale. La prima collaborazione tra un ateneo e un istituto penitenziario risale agli anni ‘60 a Padova; l’esperienza è stata poi seguita da altri atenei, come a Torino, Roma, Napoli. Oggi sono circa quaranta gli atenei operanti negli istituti penitenziari: ciò è stato possibile grazie alla creazione di apposite leggi che sanciscono dei principi di agevolazione per il compimento degli studi. Leggi che, seppur utili, sono state sempre ben lontane dal decretare un diritto allo studio. Si è preferito usare formule come “agevolazione allo studio” o “possibilità”. Come afferma Franco Prina, contribuente al rapporto Antigone XVIII – associazione che si occupa di tutela dei diritti e delle garanzie del sistema penitenziario –una agevolazione (assimilabile a un favore o a una concessione) è cosa ben diversa dall’affermazione di un diritto.

Nonostante alcuni sforzi intrapresi negli ultimi anni, per esempio dagli Stati Generali sull’Esecuzione penale, continua a mancare a livello legislativo l’affermazione di un diritto vero e proprio. La responsabilità è riposta nelle singole intenzioni di Università e istituti penitenziari che se vogliono hanno la possibilità di intraprendere collaborazioni e attivare dei corsi per i detenuti. Nel 2018 i Poli Universitari Penitenziari si sono istituzionalizzati dando vita alla CNUPP “Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i poli Universitari Penitenziari”, che si occupa di coordinare i responsabili di attività di formazione universitaria in carcere. Il suo primo obiettivo è garantire opportunità di percorsi universitari in maniera diffusa, anche in aree geografiche in cui oggi sono assenti o poco strutturate. Il CRUPP è l’organo tramite il quale interloquire con il Ministero della Giustizia e le altre istituzioni competenti per la definizione delle condizioni che rendano fruibile tale diritto, in maniera omogenea e per tutti coloro che intendano esercitarlo.

Uno sguardo allargato

 Grazie alle attività del CNUPP e di altre associazioni come Antigone, che redigono annualmente dei monitoraggi, si può conoscere lo stato dell’Istruzione Universitaria in Italia. Il numero di studenti universitari penitenziari è basso, la maggior parte dei detenuti è infatti in possesso della licenza media e solo il 15.5% possiede un diploma di scuola superiore. Sono quindi più consistenti i numeri dei detenuti iscritti a percorsi formativi di primo (7689) e secondo (7537) livello. Nonostante ciò il numero di studenti penitenziari iscritti all’Università è in aumento e non è da trascurare: sono 1246 i detenuti che nell’anno scolastico 2021/2022 hanno scelto di intraprendere un percorso di studi universitario, di cui 1201 uomini e 45 donne. I corsi di laurea prediletti afferiscono all’ambito delle discipline giuridiche (16%), all’area letteraria-artistica (18%) e all’area politico sociale (27%). 

Per quanto riguarda la distribuzione territoriale le carceri in Italia sono 190, di queste sono 90 ad aver attivato una collaborazione con un’Università italiana: le regioni con il numero più alto di studenti carcerati sono il Lazio (168), la Toscana (166) e la Lombardia (162). Il carcere Milano-Opera è il luogo in cui vi è il numero di studenti maggiore (76), seguito dal carcere di Napoli-Secondigliano (60) e da Rebibbia a Roma. 

Il fenomeno è in crescita: negli ultimi dieci anni è cresciuto il numero di detenuti frequentanti un corso universitario – si pensi che soltanto nel 2012 tale numero era composto di 316 persone, oggi è aumentato del 300%. 

Come sta funzionando la collaborazione Università-carcere

Questa “collaborazione-conflittuale”, come la definisce Edoardo Albinati – scrittore entrato in carcere a Rebibbia in veste di insegnante e in quella di osservatore per Antigone – si è poi volta a un insegnamento anche più qualificato, finché nel 1975, con la legge n.354, non si è arrivati a portare l’istruzione universitaria nelle carceri.

La CNUPP ha disegnato uno schema-tipo che illustra una serie di impegni, o doveri, per le università: dall’organizzazione e il controllo delle prove di ammissione, valutazione e laurea, al dovere di scambiarsi con l’Istituto Penitenziario informazioni su studenti detenuti, opportunità di studio e corsi, alla garanzia degli spazi adeguati per lo studio sia collettivo che individuale. Inoltre, andrebbero garantiti l’accesso alle biblioteche e –  una novità ancora in sperimentazione –  alle risorse informatiche e alla didattica a distanza.

Queste condizioni sarebbero necessarie per portare l’istruzione universitaria in carcere, tuttavia, questo “avamposto del mondo esterno”, come lo chiama Albinati, molto raramente rispecchia le linee guida, e si presenta anzi con spazi angusti e freddi, libri scarsi o persi, e poco riconoscimento per il lavoro degli insegnanti.

In ogni caso la presenza di progetti di istruzione nelle carceri porta al loro interno uno sguardo diverso che, come dice lo scrittore, “aumenta la porosità e permeabilità del mondo carcerario”.

Sono numerosi gli esempi che attestano l’importanza dell’istruzione penitenziaria, tra questi si distingue il Progetto Carcere dell’Università degli Studi di Milano che il professor Stefano Simonetta, coordinatore, inscrive nell’ambito del rapporto dell’Università con la città, in tutte le sue parti. In sei anni dall’inizio di questo percorso i detenuti iscritti all’università di Milano sono passati da 4-5 a 130. 

Simonetta, intervistato da Scomodo, spiega il primato di Milano in poche parole. Il segreto è la  formula vincente che è stata adottata e che, come sottolinea, non viene adottata altrove solitamente perché “laboriosa”. La peculiarità del Progetto Carcere sta nella sinergia che si crea tra professori e studenti, i quali collaborano per fornire assistenza didattica ai detenuti: spetta ai docenti preparare le lezioni, caricare il materiale sul portale online e svolgere il corso, ma sono i tutor (sempre studenti) che seguono i detenuti nella preparazione degli esami, nel momento dell’iscrizione e che fanno da tramite tra professori e studenti, ritirando i libri in biblioteca e poi consegnandoli. Non solo: gli studenti vanno in carcere e frequentano le lezioni con i detenuti, per due ore si pretende di essere tutti uguali, non ci si rivolge a carcerati ma a una platea indistinta di studenti. Simonetta racconta che è più difficile perché ogni due mesi deve contattare il carcere e chiedere decine e decine di permessi, ci dice che “questo non sempre fa piacere a  un direttore, infatti non sono molto amato. Si preferisce puntare su numeri più piccoli e alcuni colleghi hanno una diffidenza – che posso capire – per questo metodo, preferiscono indire un bando per cercare dei tutor laureati”.  

Nonostante questa innovatività il Progetto Carcere è nato nel 2015, quando già tante Università avevano intrapreso collaborazioni con gli istituti penitenziari. Sulla scia di quanto era già nato, Simonetta ha strutturato la sua idea personale. Pur non amando i formalismi, come ci confessa, spiega che ha deciso di  “intraprendere una via formale per mettere in chiaro che quello che stavamo facendo non era volontariato, ma un’attività che faceva parte del nostro mestiere: siamo insegnanti e volevamo che i nostri insegnamenti fossero disponibili per tutti, anche per chi è in carcere”. Così si è  rivolto  al PRAPP (l’organo più importante di una regione per quanto concerne  le carceri) e a dicembre ha firmato l’accordo. È andato dai direttori delle carceri, inizialmente Milano Bollate, poi molte  altre, domandando l’attivazione della collaborazione.  Per lui è questo ciò che ha dato al progetto “una solidità e serietà che forse non avrebbe avuto se si fosse trattato di solo volontariato”. Simonetta sottolinea, infine, che quello all’istruzione penitenziaria deve essere riconosciuto come diritto, “ogni detenuto deve avere la possibilità di studiare anche se in carcere”. 

Giustizia senza vendetta

 Le strade intraprese dai Poli Universitari Penitenziari, che puntano a riscrivere il finale di una cattiva narrazione, vengono affiancate e alimentate da tante realtà associative. Nel panorama romano Nessuno Tocchi Caino – una lega internazionale di cittadini e di parlamentari nata a Bruxelles nel 1993 contro la pena di morte nel mondo –  è una di queste. Da anni l’associazione, guidata dalla politica italiana ed ex deputata Rita Bernardini, si batte per una giustizia che non sia vendetta, per mostrare quella faccia della medaglia rimasta per troppo tempo nascosta. Il nome scelto è un richiamo diretto alla Bibbia e alla storia di Caino e Abele. Se Caino è simbolo del tradimento e della violenza umana, l’intento è muovere una critica a quelle pratiche che, seppur nate con lo scopo di essere “Abele” e di difenderlo, finiscono per essere loro stesse Caino. L’associazione rappresenta la lotta contro uno Stato-Caino che pratica la pena fino alla morte, che alla rieducazione preferisce umiliazione e punizione.
Si tratta di una vera e propria sfida, che auspica una nuova visione del carcere in cui il tempo sottratto diviene tempo utile, offrendo ai detenuti opportunità concrete di riscatto sociale. Tanto il lavoro che ogni giorno viene fatto per difendere quel diritto contenuto nell’articolo 27 della Costituzione (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”), che sembra spesso non poter valere per chi abita il tempo e il luogo della carcerazione italiana.

Un esempio del loro impegno in questi termini è il laboratorio, anima del progetto denominato Spes contra spem. Questa attività vuole porsi come “un’opportunità di impegno e impiego per i detenuti che possono essere coinvolti nella realizzazione di testi legati ad atti di congressi, convegni ed incontri che si svolgono nel carcere”. Piani come questo sono indici di una carenza di norme che ha spesso come conseguenza l’impossibilità di fornire alle persone carcerate adeguati strumenti di reintegrazione. 

Chiara Dell’Oca, membro responsabile dell’Ufficio Direzione Generale Progetto Carcere, nel 2021 ha pubblicato sulla rivista Antigone (omonima dell’associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”) un articolo che prende le mosse dalla situazione pandemica per sottolineare cosa è migliorato e cosa invece è andato storto dall’inizio dell’emergenza rispetto al tema dell’istruzione in carcere. Nell’analizzare le problematiche legate al Covid-19 in rapporto alla prosecuzione delle attività all’interno degli istituti penitenziari e in particolare nel contesto  delle Case di Reclusione di Milano-Opera e di Milano-Bollate, Chiara Dell’Oca mette in luce il vuoto di informazioni  e l’incertezza che hanno caratterizzato i primi mesi di pandemia con conseguente peggioramento della condizione di isolamento al quale i detenuti erano sottoposti. A questo si sono sommate l’iniziale carenza del supporto solitamente fornito dal tutorato, poi ripreso in forma ridotta (solo 10 gli studenti esterni ammessi all’istituto di Milano-Opera rispetto ai 40 che potevano accedere in precedenza), l’ambivalenza dei sistemi di comunicazione online come Webex e Skype che, se da un lato si sono rivelati utili e hanno assunto un ruolo centrale che prima veniva loro negato, dall’altro hanno evidenziato le carenze, soprattutto tecnologiche, degli istituti carcerari. Di fronte a determinati cambi di abitudine non stupisce l’iniziale ritrosia di un buon numero di studenti a dare esami, soprattutto da parte di coloro che, trovandosi in carcere da più tempo, si sono visti davanti a strumenti fin a quel momento sconosciuti. Sebbene Dell’Oca stessa sottolinei l’impossibilità di trarre già delle conclusioni circa l’impatto della pandemia sulla garanzia di diritto allo studio nelle carceri, le difficoltà a cui è costretto a sopperire ogni giorno chi lotta perché questo venga assicurato sono evidenti. Il fatto che ancora oggi sia in dubbio sottolinea l’urgenza di un intervento decisivo volto a sanare una falla che è, e deve essere, evidente a tutti. Prima di quel giorno la responsabilità continuerà a essere nelle mani di gruppi che, nonostante la forza che li alimenta, si muovono per un cambiamento che possa colmare vuoti tuttavia troppo ingombranti.

Appare dunque chiaro come la legge italiana sia ancora distante dal riconoscere ai detenuti lo studio come un diritto sostanziale e non meramente formale, strumento capace di agevolare ai soggetti il reinserimento in società. Per far fronte a questo limitato interesse statale all’argomento, realtà associative e progetti universitari tentano di restituire alla pena una dimensione rieducativa e non punitiva, attraverso la documentazione della realtà carceraria e l’insegnamento, inteso anche come momento di interazione tra figure provenienti da realtà universitaria e detenuti. In questo modo si tenta di creare un dialogo tra ambiente carcerario e ambiente esterno, fornendo anche gli strumenti necessari per una progressiva reintegrazione sociale. 

Ma la narrazione delle attività educative negli istituti penitenziari soffre ancora un limitato eco mediatico. Se da un lato i percorsi formativi – come quello svolto dall’università degli studi di Milano – hanno poca visibilità, dall’altro finiscono per essere esaltati come meri progetti distintivi e non come parte di un sistema nazionale funzionante, capace di cambiare la percezione  della realtà carceraria in Italia.

Articolo di Matilda Ferraris, Chiara Pedrocchi, Giulia Sarlo, Idarah Umana, Francesca Cicconi