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L’Italia fatica a combattere la povertà

Nonostante l'elevata spesa sociale, la povertà è ai massimi storici e i più colpiti sono i giovani

17/03/2023

Nel 2020 il numero di individui poveri in Italia ha toccato i massimi storici. Oggi, le cifre faticano a tornare ai livelli pre-pandemia, nonostante l’Italia sia uno dei Paesi europei che spende di più in assistenza sociale rispetto al PIL. Fin dal suo insediamento, inoltre, il Governo ha ribadito più volte l’intenzione di sostituire il reddito di cittadinanza con nuove misure, riducendo il numero di beneficiari. Secondo diversi osservatori, questo mette in evidenza una visione del fenomeno della povertà incompleta e eccessivamente semplificata.

I primi effetti positivi della ripresa economica post pandemia non sono ancora distribuiti in modo omogeneo tra la popolazione, ma anzi, continuano a lasciare indietro le fasce più fragili. Lo dimostrano i dati del Rapporto 2022 su povertà ed esclusione sociale pubblicato a ottobre da Caritas: se nel 2021 si è assisto ad un calo dell’incidenza dei “nuovi poveri”, ovvero coloro che si sono rivolti per la prima volta al circuito assistenziale Caritas, (dal 44% nel 2020 al 42,3% nel 2021), le persone assistite nel 2021, comunque, sono aumentate del 7,6%. Il dato più significativo è la crescita della percentuale di persone in carico da 1-2 anni, dal 17,7% al 22,1%; chi ha sperimentato gli effetti socio-economici della crisi pandemica fatica ad uscire dalla propria condizione di bisogno e rischia di vederla cristallizzata nel lungo periodo.

I dati Caritas sono in linea con il report Istat sulla povertà del 2021: dopo il picco del 2020, in Italia sono in condizione di povertà assoluta 1,9 milioni di famiglie e circa 5,6 milioni di individui. Inoltre risultano in crescita i dati sulla povertà relativa, l’incidenza sale al 14,8% (da 13,5% del 2020) e le famiglie sotto la soglia sono circa 2,9 milioni (2,6 milioni nel 2020). Per capire però cosa vogliono dire le formule di povertà assoluta e povertà relativa serve innanzitutto aprire una piccola parentesi metodologica.

Questioni di misure

La definizione di povertà è multiforme, un termine ombrello che racchiude al suo interno una serie di situazioni e condizioni anche molto diverse tra loro. Questa varietà porta ad un’eguale varietà di approcci di analisi della povertà, perché «una misura non può essere più precisa della nozione che vuole rappresentare», come scrive l’Istat stesso in un suo report tecnico.

L’Istat utilizza principalmente due misure per stilare annualmente il report sulla povertà: l’analisi della povertà assoluta e l’analisi della povertà relativa. La stima della povertà relativa si basa sul confronto con il tenore di vita medio del resto della società. «Viene considerato povero non chi ha poco in assoluto, ma chi ha poco rispetto agli altri» spiegano David Benassi e Pietro Palvarini in La povertà in Italia – dimensioni, caratteristiche, politiche. Il confronto viene fatto attraverso l’uso di una linea di povertà nota come International Standard of Poverty Line che definisce povera una famiglia di due persone con una spesa inferiore o uguale alla metà della spesa pro-capite media italiana. Gli indicatori della povertà relativa sono influenzati dall’aumento delle differenze sociali. Questo vuol dire che un cambiamento del numero di persone in povertà relativa può anche non coincidere con un reale peggioramento o miglioramento di vita della popolazione. Nei primi mesi della pandemia è successo esattamente questo: nel 2020 la percentuale di incidenza di povertà relativa individuale è passata dal 14,7% nel 2019 al 13,5% nel 2020, ma questo solo perché in generale le persone spendevano di meno durante il lockdown. Anche per questo motivo le misure relative vengono messe a confronto con quelle di povertà assoluta.  

La stima della povertà assoluta diffusa dall’Istat definisce povera «una famiglia con una spesa per consumi inferiore o uguale al valore monetario di un paniere di beni e servizi considerati essenziali per evitare gravi forme di esclusione sociale». In realtà anche la povertà assoluta risulta in qualche modo relativa: il paniere non è statico nel tempo, viene aggiornato con il variare del valore monetario dei beni e dei servizi considerati, che a loro volta vengono modificati a seconda del contesto storico. Come ci racconta Chiara Saraceno, sociologa e co-autrice del libro La povertà in Italia: soggetti, meccanismi e politiche: «un tempo era considerato essenziale avere un telefono fisso, adesso molte famiglie non lo hanno più ed è stato sostituito dalla connessione ad internet». Le misure assolute sono indipendenti dalla distribuzione delle risorse nella popolazione e permettono di analizzare gli effetti non dipendendenti in modo diretto dalla fluttuazione della ricchezza nel paese. Anche per questo motivo è più utile focalizzarsi sui dati della povertà assoluta, che permettono di visualizzare un’istantanea più semplice e di maggiore comprensione.

Chi sono i poveri

La composizione socio-demografica delle persone in stato di povertà in Italia è stata modificata in parte dalla crisi finanziaria del 2008. Le ricadute peggiori sono state subite dai giovani e dalle famiglie straniere, mentre gli anziani erano, e restano, la fascia più protetta.

Al giorno d’oggi la situazione rimane immutata, determinando un aumento della marginalità sociale delle categorie più a rischio. Dividendo la popolazione italiana per età, la categoria con la minore incidenza di povertà assoluta è quella degli over-65. Solo il 5,3% delle persone in questa fascia è in condizione di povertà assoluta. Man mano che si va verso le fasce più giovani, le percentuali aumentano. Per chi ha tra i 35 e i 64 anni, l’incidenza di povertà assoluta è al 9,1%. Tra i 18 e i 34, si sale all’11,1%, più di una persona su 10. Il dato più alto infine è per i minori: il 14,2% delle persone con meno di 18 anni vive in assoluta povertà.

La situazione non si modifica se dall’analisi sui singoli individui si passa alle condizioni dei nuclei familiari. La povertà presenta un andamento decrescente all’aumentare dell’età della persona di riferimento: l’incidenza di povertà assoluta familiare passa dal 9,4% al 5,2% quando la persona di riferimento passa dalla fascia 18-34 anni a quella over 65. Le famiglie di giovani hanno minori capacità di spesa poiché dispongono di redditi mediamente più bassi e hanno minori risparmi accumulati nel corso della vita o beni ereditati.

La disparità aumenta in maniera significativa quando si considera la cittadinanza delle famiglie: si attesta all’8,3% l’incidenza di povertà assoluta delle famiglie con minori composte solamente da italiani, mentre cresce al 36,2% (dal 28,6% del 2020) per le famiglie con minori composte unicamente da stranieri. È più di una famiglia su tre.

Anche se la crisi pandemica da Covid-19 ha portato alla luce la povertà come fenomeno nazionale, il Mezzogiorno rimane il territorio maggiormente colpito. La differenza tra Nord e Sud si nota ancora di più se si guarda all'andamento dei dati negli ultimi anni. Al Nord, i dati sugli individui poveri sono migliorati tra il 2020 e il 2021, passando dal 9,3% al 8,2%. Nello stesso arco di tempo, invece, al Sud la situazione è peggiorata. Nel 2020 l’11,1% delle persone residenti del Mezzogiorno era in condizioni di povertà assoluta. Un anno dopo il dato è salito al 12,1%, una situazione “ossificata” e che continua a coinvolgere sempre più persone.

È un paese per vecchi

Uno dei modi più diretti con cui uno Stato può aiutare chi si trova in condizioni di povertà è attraverso la spesa sociale o welfare. In Italia, gli investimenti di questo tipo non sono affatto bassi, spiega Chiara Saraceno. Secondo i dati Eurostat, nel 2022 il valore della spesa pro capite è sopra la media europea e nettamente il più alto tra i paesi appartenenti al regime di povertà mediterraneo (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro e Malta)

Dal 2009 l’Italia è uno dei dieci paesi europei con la spesa più alta per l’assistenza sociale in rapporto al PIL. Nel 2020, ultimo anno per cui è valutata questo indice, la Francia risulta essere il paese che spende di più, mentre l’Italia è seconda. «Poi possiamo discutere se questa è una spesa efficiente ed efficace però sicuramente non è un problema di soldi» continua Saraceno. Effettivamente nonostante questi grandi flussi di investimenti che da anni alimentano i meccanismi di welfare, l’Italia rimane uno dei paesi europei con il più alto numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale.

Quando si parla di spesa per protezione sociale si intende la copertura di otto principali rischi e bisogni riconosciuti: disabilità, malattia/assistenza sanitaria, vecchiaia, superstiti, famiglia/figli, disoccupazione, alloggio ed esclusione sociale. Quando l’allocazione degli investimenti nelle otto categorie non è congrua - ossia non giustamente distribuita tra le parti- si generano degli squilibri.

Nel saggio Alle radici del welfare all'italiana: origini e futuro di un modello sociale squilibrato Maurizio Ferrera, Valeria Fargion e Matteo Jessoula identificano uno sbilanciamento verso il settore previdenziale. La spesa pensionistica italiana è, infatti, da anni una delle più elevate d’Europa. Nel 2020, sempre secondo i dati Eurostat, la porzione di prodotto interno lordo destinata alla previdenza in Italia è la seconda più alta d'Europa, subito dopo la Grecia.

Questo sbilanciamento, anche se in parte giustificato da un'età media altissima e quindi da un'ampia platea di beneficiari di prestazioni pensionistiche, limita inevitabilmente le risorse destinate alla tutela delle famiglie, dei bambini, dei disoccupati e per il contrasto dell’emarginazione sociale.«Il peso degli anziani, e quindi dei pensionati, sulla popolazione è crescente», conferma Saraceno.

Ad aggravare la situazione si aggiunge un altro problema che riguarda la frammentarietà degli interventi assistenziali, che risultano fortemente variabili a livello territoriale. Manca un adeguato quadro di riferimento normativo nazionale e soprattutto un modello comune da seguire su lungo periodo.

«Ogni governo pensa di reinventare strumenti che sarebbe meglio aggiustare e implementare», sottolinea Saraceno. Lo hanno fatto i Cinque Stelle e la Lega abolendo il reddito di inclusione - misura di contrasto alla povertà approvata nella legislatura 2013-2018 - per introdurre il reddito di cittadinanza. Ora sta accadendo di nuovo. Con la legge di bilancio 2023 il Reddito di cittadinanza verrà sostituito da un nuovo strumento: la misura di inclusione attiva - o MIA.

«L'intenzione del governo - con questa manovra - è quella di restringere la maglia dei percettori delle misure di contrasto alla povertà», spiega David Benassi, Professore di sociologia dei processi economici e del lavoro presso l’università di Milano-Bicocca. Secondo una prima stima del Sole 24 Ore sono circa 600mila le persone che saranno escluse dal sussidio. «Dentro una lettura molto lavoristica della povertà, il governo sostiene che c'è una fetta di percettori che potrebbe benissimo lavorare - gli occupabili -, e il reddito di cittadinanza li disincentiva dal cercarsi un lavoro». Benassi però continua sottolineando l’inadeguatezza di una visione di questo tipo. «Nella povertà ci sono delle cause strutturali, andare a cercare solamente le responsabilità individuali è fuorviante. Dire che tu sei adulto, non sei malato, non sei invalido, non hai carichi di cura esagerati: ti devi trovare un lavoro, è una ipersemplificazione della realtà. Una colpevolizzazione perché non sei abbastanza determinato».

Il buono, il brutto e il cattivo

Questa narrazione rimanda a una questione più ampia: la moralizzazione della povertà e la sua stigmatizzazione. Tra le rappresentazioni più diffuse dei poveri ce n’è una riportata nel libro La povertà in Italia: soggetti, meccanismi e politiche che, rifacendosi al titolo del noto film di Sergio Leone, individua tre categorie di poveri: i buoni, i brutti e i cattivi.

I buoni sono i poveri rispettabili, «le famiglie con bambini piccoli, gli instancabili lavoratori poveri che non chiedono nulla e i pensionati a basso reddito costretti a frugare nei cassonetti», spiegano gli autori del libro. I brutti, invece, sono i senzatetto alcolisti o tossicodipendenti, i «migranti maschi mal vestiti che vendono fazzoletti o puliscono i parabrezza delle auto ai semafori, e rom che chiedono soldi per le strade e vivono nelle baraccopoli». Infine ci sono i cattivi. Quest'ultima categoria comprende un gruppo eterogeneo di persone. Ne fanno parte ad esempio i giovani schizzinosi, che rifiutano i lavori perché li considerano tutti troppo faticosi o sottopagati, oppure gli «imbroglioni dell'assistenza sociale, che non sono affatto poveri, o che lavorano nell'economia informale». E anche i pigri, che approfitterebbero dell'assistenza sociale senza cercare un lavoro, passando il loro tempo a non fare nulla, «sdraiati sul divano».

Secondo gli autori, sia i "brutti" che i "cattivi" sono spesso facile bersaglio di un linguaggio e un trattamento sprezzante: disgusto, ostilità, condanna morale o addirittura compassione. Talvolta anche paura. Si individua quindi una tendenza nel discorso pubblico a spostare l’attenzione verso le caratteristiche e lo stigma dei poveri piuttosto che ai meccanismi che creano la povertà stessa. Non è difficile notare in che modo le scelte del governo Meloni si inseriscano in questa dinamica.

Articolo di Chiara De Felice e Francesco Farina. Ha collaborato Giulio Conte