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Killing
in the
name of

Perché la polizia USA uccide, come cambiarla, chi si oppone poco

di Simone Martuscelli 
e Luigi Simonelli 

Il muro dell'impunità

Il 3 marzo del 1991 a Rodney King, un tassista afroamericano, viene fatto segno da una pattuglia della polizia di fermarsi, perché sta procedendo ad una velocità troppo elevata. L’uomo però non si ferma e ingaggia un inseguimento di 13 km, che tocca anche i 188 km/h, e si conclude con il fermo e l’arresto di King. Da lontano un residente, George Holliday, filma il momento in cui la polizia blocca Rodney King, e manda il video ad una testata locale. Il filmato mostra come King abbia subito un durissimo pestaggio da parte di quattro poliziotti. È il primo caso negli USA in cui un abuso di polizia raggiunge la notorietà nazionale attraverso un filmato amatoriale.

La morte di George Floyd presenta molte analogie con il caso di King, tra le quali anche il fatto che ad entrambe siano succedute delle durissime proteste.

Nell’aprile del 1992 un tribunale della California assolve tutti e quattro gli imputati, dando il via a quella che viene ricordata come “la battaglia di Los Angeles” (se siete fan dei Rage Against the Machine sì, è quella Battle of Los Angeles). In cinque giorni di proteste si registrarono ben 63 morti, più di 2000 feriti e 12 mila arrestati. Ma se dopo quasi trent’anni ci ritroviamo a commentare dei fatti così simili tra loro, probabilmente è il momento di parlare seriamente di una riforma della polizia USA. Alcuni spunti interessanti li fornisce il lavoro di James F. Albrecht “Police Brutality, Misconduct, and Corruption” (Springer, 2017). Albrecht ha lavorato per 22 anni, dal 1982 al 2003, presso il New York City Police Department, che viene infatti preso come riferimento nel suo lavoro e definito “un ‘trend setter’ rispetto al resto delle polizie statunitensi, non sempre in senso positivo”. Anche per questa sua implicazione dall’interno, il lavoro di Albrecht pecca a volte di parzialità: come quando sembra apertamente sminuire gli episodi di violenza subiti da Abner Louima (picchiato e violentato nel bagno di una stazione di polizia da un agente) e Amadou Diallo (ucciso da 41 colpi per essere sfuggito ad un fermo ed aver estratto un oggetto dalla tasca, poi rivelatosi non una pistola ma un portafogli). Tuttavia, l’analisi storica e psicologica di Albrecht è notevole e fornisce anche diversi appunti sull’attualità.

Dal punto di vista teorico, interessante è la riflessione sulla “teoria dell’equilibrio di controllo” elaborata da Charles Tittle. Questa sostiene che il comportamento deviante sia frutto della differenza tra il grado di controllo a cui si è soggetti e il grado di controllo che è possibile esercitare sugli altri, e che lo scopo ultimo di questa devianza sia quello di auto-alimentarsi, di accrescere questo scarto. Ciò pone già il primo problema: per limitare gli episodi di violenza è necessario limitare il potere dei poliziotti, o sottoporli ad un più rigido controllo superiore. Rompere insomma quel “Blue wall of silence”, come viene definita negli Stati Uniti la pratica di non denunciare i propri colleghi poliziotti per garantirsi in qualche modo un’immunità reciproca.

Legalmente, invece, uno dei cardini che fornisce un potere quasi illimitato ai poliziotti è la cosiddetta sentenza “Terry v Ohio” del 1968. Questo verdetto riconosce alle Forze dell’ordine la possibilità di fermare e perquisire qualsiasi persona sulla quale nutrano un “ragionevole sospetto” che abbia commesso, stia commettendo o commetterà un reato, o che possa essere armato e pericoloso. Da qui nasce la pratica dello “stop and frisk” (fermare e perquisire, appunto), nota anche per questo con il nome di “Terry frisk”. L’idea di applicare questa pratica su vasta scala a New York per prevenire i crimini è di William Bratton, commissario del NYPD nominato nel 1994 dall’allora sindaco appena eletto Rudolph Giuliani.

Anche l’altro ex sindaco Michael Bloomberg, durante la sua breve candidatura alla Casa Bianca per il 2020, si è trovato al centro di una polemica sullo stop and frisk, risalente a quando nel 2013 ammise che ai poliziotti veniva espressamente chiesto di utilizzare questa prassi principalmente su persone di etnia afroamericana o latina perché considerati i soggetti più tendenti a commettere reati. Un altro cardine a livello legale è la cosidetta dottrina della “qualified immunity”, stabilita dalla sentenza “Pierson v Ray” del 1967. Questa pratica prevede che i poliziotti siano protetti legalmente quando agiscono nell’esercizio delle loro funzioni, affinché “non debbano trovarsi a dover scegliere – citando il giudizio della Corte Suprema – tra essere accusati di non aver fatto il proprio dovere ed essere multati per averlo fatto”.

Per limitare gli episodi di violenza è necessario limitare il potere dei poliziotti, o sottoporli ad un più rigido controllo superiore.

L’unico modo per provare una condotta illegale delle forze dell’ordine è rifarsi ad un caso precedente in cui l’agente è stato dichiarato colpevole: il che, applicato in un sistema di common law come quello statunitense, lo rende praticamente impossibile. Un’abrogazione della dottrina è sostenuta da tanti esperti e perfino da giudici della Corte Suprema di orientamento del tutto opposto, come la progressista Sonia Sotomayor e il conservatore Clarence Thomas; ma è resa difficile dal lavoro di ostruzione operato dalle police unions, i sindacati dei poliziotti, di cui si parlerà più avanti.

Albrecht conclude il suo lavoro indicando anche delle possibili direzioni verso le quali compiere un lavoro di riforma della polizia. Evidenzia, ad esempio, come i maggiori scandali all’interno del NYPD siano venuti fuori in commissariati dall’alta criminalità, nei quali, per un perverso cortocircuito, vengono trasferiti gli ufficiali più problematici, ai quali vengono assegnati spesso turni notturni e più faticosi (in questo senso consiglia di alternare turni notturni e diurni per alleggerire il carico di lavoro) e con scarso controllo esercitato da parte degli organi di controllo centrali. Suggerisce infine di migliorare i criteri d’ingresso pre-assunzione, con maggiore attenzione sulle caratteristiche positive che un poliziotto deve avere; sottolinea come una precedente esperienza al college diminuisce le possibilità che quell’agente faccia un uso sconsiderato della violenza, rendendo desiderabile che ad un agente venga richiesta un’esperienza pregressa dai 2 ai 4 anni di college.

Notevole impatto possono avere anche la provenienza dal centro cittadino (preferibile per apertura mentale ed empatia verso le minoranze rispetto alla periferia); l’implementazione di un sistema di promozioni e ricompense per chi collabora nel riportare cattive condotte da parte dei colleghi; e un migliore controllo da parte dei quadri centrali, con visite regolari in tutti i commissariati e un numero ridotto di agenti per ogni supervisore (da 4 a 8).

Where do we go, now

Sul suo profilo Twitter, Samuel Sinyangwe si definisce innanzitutto come un “black activist”. Ma è anche un ricercatore, che si occupa in particolare dell’analisi di dati relativi alle violenze della polizia. Nel 2015 ha lanciato, in collaborazione con attivisti di Black Lives Matter, il progetto Campaign Zero, che mira ad una riforma della polizia e ad una riduzione delle violenze da parte delle Forze dell’ordine.

Il programma di Campaign Zero si articola su dieci punti: superare la “teoria delle finestre rotte” (secondo cui il disordine urbano e i piccoli reati aumentano il rischio di reati più gravi); stabilire un sistema di controllo delle Forze dell’ordine da parte della cittadinanza; limitare l’utilizzo della forza; condurre indagini interne indipendenti; assumere poliziotti che siano rappresentativi della demografia del territorio; filmare il comportamento della polizia; investire nell’addestramento e in particolare nella rimozione dei bias; fermare il sistema delle quote (per il quale più arresti indicano un commissariato più funzionante e quindi una maggiore allocazione di fondi); demilitarizzazione, ovvero bloccare il passaggio di armi dall’esercito alle forze di polizia; rendere più trasparenti i contratti degli agenti. In un thread dell’ottobre 2019, Sinyangwe fa il punto della situazione e indica come alcune misure si siano rivelate nella realtà molto più efficaci di altre.

Le ricerche, ad esempio, mostrano come le telecamere preposte a filmare le azioni della polizia abbiano avuto un’efficacia praticamente nulla, così come il training indirizzato al superamento dei bias – consigliato invece da Albrecht – ha avuto risultati altalenanti e non va posto come primo punto nell’agenda. Molto più utile si è rivelata invece l’implementazione di codici di condotta più rigidi riguardo all’uso della forza. In un’analisi basata su otto diverse regole (dal proibire lo strangolamento all’imporre di tentare qualsiasi altro approccio prima di sparare), i commissariati più sicuri sono risultati essere quelli dove la maggior parte di queste misure è in vigore. Sinyangwe prosegue poi con la demilitarizzazione e con il Programma 1033, che permette il passaggio di armi dall’esercito alla polizia. Il Montana, paradossalmente uno stato repubblicano, è lo stato che più di tutti ha goduto degli effetti positivi di una limitazione di questa pratica.

Un aumento degli investimenti da parte del Dipartimento di Giustizia sulle investigazioni interne ai dipartimenti di polizia riduce del 25/30% i casi di sparatorie che coinvolgono gli agenti.

C’è poi la possibilità di inserire maggiori responsabilità all’atto del rinnovo del contratto dei poliziotti (ogni 4/6 anni in base allo stato), usare la tecnologia per raccogliere dati e prevedere gli agenti più suscettibili a possibili violazioni e investire in alternative alla polizia per la prevenzione dei crimini (che ha portato ad un -9% di omicidi dove applicato). Inoltre, in Oregon, soprattutto a Portland e a Eugene, una chiamata su 5 indirizzata al 911 viene girata ad assistenti sociali, psicologi o comunque esperti di salute mentale, il che aiuta nell’approccio a casi di instabilità psichica. Infine, un aumento degli investimenti da parte del Dipartimento di Giustizia sulle investigazioni interne ai dipartimenti di polizia riduce del 25/30% i casi di sparatorie che coinvolgono gli agenti.

Anche l’ex candidato Presidente Andrew Yang ha rilanciato poche ore fa questa proposta, proponendo una divisione interna al Dipartimento di Giustizia intitolata a George Floyd che indaghi esclusivamente sulle cattive condotte della polizia, con un bilancio di sei miliardi l’anno e, a dirigerlo, la congresswoman Val Demings, ex capo della polizia di Orlando (uno dei commissariati più implicati in violenze da parte della polizia) e tra le papabili scelte come vicepresidente di Biden. Sinyangwe conclude dicendo che alcuni cambiamenti sono già in atto: Oakland ha messo in campo alcune di queste misure, e in effetti le persone colpite da spari della polizia sono calate dalle 8 di media all’anno fino al 2014 fino ad arrivare a zero nel 2017 e nel 2019.

Pecore nere

Diverse sono le figure che si oppongono all’implementazione di simili proposte. Recitando un ruolo da protagonisti nella complessa struttura di ramificazioni di potere con cui alcune istituzioni di polizia USA ostruiscono ogni proposta di riforma del sistema di polizia stesso, specialmente in termini di trasparenza e disciplina nei comportamenti degli agenti – una commissione investigativa indipendente appuntata da Dinkins, ex sindaco di New York, affermava che “spesso fungono da protezione per il poliziotto corrotto” – agiscono (loro sì) col favore delle tenebre i sindacati di polizia.

Enti militanti dagli anni '60, principalmente in opposizione alle numerose iniziative civiche volte a migliorare i rapporti tra polizia e comunità, quali quelle concernenti la richiesta che gli agenti mostrassero nome e numero del distintivo durante i turni – come afferma Samuel Walker, professore alla School of criminology della University of Nebraska – essi sono emersi una volta di più in tutta la loro eccezionalità rispetto al vasto mondo di associazioni di lavoratori (storicamente in prima linea nelle battaglie “progressiste”) nel 2015. Quando? In occasione della richiesta ufficiale inviata da un’unione sindacale di più di 13.000 lavoratori del mondo accademico (United Auto Workers Local 2865) all’ AFL-CIO (American Federation of Labor and Congress of Industrial Organization) di interrompere ogni affiliazione con uno dei principali sindacati di polizia, la IUPA (International Union of Police Associations), in ragione della “lunga storia d’interventismo della polizia nei rapporti tra politica e lavoro, e della loro complicità nella violenza razziale”.

Ma da dove nasce il potere che i sindacati esercitano nel bloccare riforme strutturali? La risposta si ritrova anche, ma non solo, nei termini che vengono negoziati nei contratti collettivi di lavoro degli agenti

Ma da dove nasce il potere che i sindacati esercitano nel bloccare riforme strutturali? La risposta si ritrova anche, ma non solo, nei termini che vengono negoziati nei contratti collettivi di lavoro degli agenti. Per capire l’entità dell’impatto che tali contratti hanno sull’organizzazione interna delle forze di polizia, basti pensare che essi sono stati stipulati “in più dell’80% delle agenzie di polizia nelle comunità con più di 500.000 cittadini” (sempre secondo Walker), agenzie che rappresentano la grandissima parte di tutti gli agenti giurati negli USA – solo i 189 dipartimenti più grandi degli States, sui circa 13.000 totali, ne ricomprendono il 52%. Le dimensioni dell’organizzazione delle forze dell’ordine locali su cui i contratti collettivi di lavoro stipulati dai sindacati di polizia vanno ad impattare sono diverse: spaziano dall’organizzazione dirigenziale, alle pratiche di trasparenza e di sanzioni disciplinari per gli agenti, ed ancora alla c.d. “subcultura di polizia” (sempre il blue wall of silence) e ai rapporti tra polizia e comunità di cittadini. Proprio in ordine a quest’ultimo punto, i sindacati di polizia si sono rivelati essere tra le forze più efficacemente reazionarie e conservatrici nella storia degli USA.

Quis custodiet ipsos custodes?

Negli anni ’60, dopo che nella battaglia contro l’istituzione di agenzie indipendenti di supervisione cittadina dell’operato della polizia persino i capi di polizia si decisero a seppellire l’ascia, a rimanere col cerino in mano erano rimasti i soli sindacati. La storia delle proposte avanzate in tal senso nella città di New York ci aiuterà a meglio comprendere i contorni della vicenda. Siamo alla metà degli anni 60, in tutto il mondo occidentale si iniziano ad avvertire i primi tremori premonitori dei famosi autunni caldi che da qualche anno a quella parte avrebbero scosso il Vecchio ed il Nuovo Continente, e New York non fa eccezione.

Nel giugno 1966, in risposta al malcontento per i frequenti episodi di violenze da parte della polizia che andava diffondendosi per le strade, l’allora sindaco di NY John Lindsay dichiara di voler instaurare una commissione di supervisione cittadina dell’operato della polizia. La risposta del sindacato di polizia locale (PBA) già allora non si fa attendere: 5000 agenti fuori servizio accorrono a manifestare sotto le finestre del municipio. Alla loro testa, il capo della Police Benevolent Association di New York dichiarava di essere “disgustato e stanco di scendere a patti con le minoranze, con i loro lamenti, i loro capricci e il chiasso che fanno” e che ogni commissione di revisione sarebbe stata “d’ostacolo alle operazioni del dipartimento di polizia”.

Dopo aver portato avanti un’impegnativa campagna propagandistica sugli effetti negativi che avrebbe avuto una simile commissione sul grado di criminalità in città, essa venne abolita con referendum poco tempo dopo. La storia si ripeterà 10 anni dopo, quando il sindaco Ed Koch, autore di una proposta simile in seguito alla vicenda che aveva visto un poliziotto bianco uccidere Eleanore Bumpurs, un’anziana donna afroamericana affetta da problemi di mente, si vedrà aggredire e mettere sotto pressione nuovamente dalla PBA. Pressione alla quale cederà, rinunciando al progetto e riabilitando Stephen Sullivan, il poliziotto incriminato per omicidio.

Si potrà obiettare che si trattava di tempi diversi, certo destinati a mutare con le conquiste dell’attivismo civico che avrebbe caratterizzato i decenni seguenti. Nulla di più sbagliato: vent’anni dopo, nel 1992, il primo e ad oggi unico sindaco newyorchese afroamericano – David Dinkins – si trovava suo malgrado costretto ad assistere a scene di più di 10.000 ufficiali, capitanati sempre dai dirigenti della PBA, che protestavano saltando sulle macchine, occupando il Ponte di Brooklyn e picchiando un giornalista. Alcuni manifestanti portavano cartelli raffiguranti caricature del sindaco con acconciature afro cespugliose, labbra gonfiate, e altri che cercavano di ridicolizzarlo definendolo un “addetto alla toilette”. Il motivo scatenante? La proposta del sindaco di introdurre, tanto per cambiare, un’agenzia di supervisione cittadina per investigare casi sospetti di cattiva condotta di poliziotti.

La becera sequela di azioni reazionarie ad opera dei sindacati in risposta ad iniziative volte a migliorare i rapporti tra polizia e comunità cittadine non si arresterà lì.

La becera sequela di azioni reazionarie ad opera dei sindacati in risposta ad iniziative volte a migliorare i rapporti tra polizia e comunità cittadine non si arresterà lì né si limiterà al territorio di New York. Potremmo ricordare gli innumerevoli tentativi del sindacato di polizia di Chicago, il Fraternal Order of Police, di difendere e confondere le acque con riferimento alle accuse di tortura ai danni di sospetti, quasi tutti afroamericani, mosse nei confronti di alcuni suoi membri, tra cui Jon Burge, incriminato poi per tre diversi reati e condannato nel 2011 a 4 anni e mezzo di galera in una prigione federale. Il FOP si era volontariamente fatto carico delle spese legali per difendere Burge, adottando la decisione con un provvedimento neppure messo ai voti dei suoi membri, aveva organizzato una raccolta fondi per pagargli spese varie e dichiarato la propria partecipazione ad una marcia in sua difesa. Decisione, poi, ritirata. Il suo presidente, Mark Donahaue, dichiarò che – nonostante i più di 100 casi documentati di tortura attribuitigli – la reputazione di Burge era stata ingiustamente macchiata da insinuazioni di criminali, e che “politici e avvocati avevano alimentato un’isteria mediatica di massa che aveva reso Burge il simbolo di presunte torture da parte della polizia per un’intera generazione”.

Tra le innumerevoli dichiarazioni razziste dei sindacati di polizia, ci limitiamo a citare probabilmente la massima figura “nel campo”: anche conosciuto come the New York City’s blue bulldog, Patrick Lynch è stato alla testa della PBA (23.000 membri e più grande sindacato di polizia di New York) sin dal 1999, aggiudicandosi nel 2015 il suo sesto mandato consecutivo. Shawn Gude, editorialista di Jacobin USA, ci ricorda come dopo che una giuria popolare aveva assolto l’agente di polizia di Staten Island che soffocò a morte Eric Garner – assalito dalla polizia perché si presumeva stesse vendendo illegalmente singole sigarette – Lynch non mancò di lodare la decisione e puntare il dito contro Garner stesso, affermando che “quel giorno scelse di resistere all’arresto”.

Qualche settimana dopo, quando due agenti di polizia vennero tragicamente uccisi, Lynch accusò De Blasio – sindaco di NY – di aver fomentato un “sentimento anti-polizia” dichiarando che la decisione della giuria popolare sul caso di Garner era una decisione “che molti in città non avrebbero voluto”, e che l’intera vicenda era stata una “grande tragedia”, promettendo poi l’istituzione di un’investigazione interna al NYPD oltre a quella del pubblico ministero. Quest’ultima si concluderà nel 2019, quando il Procuratore Generale William P. Barr lascerà cadere ogni accusa. Ciò nonostante E. Holder, il procuratore generale in carica ai tempi di Obama, avesse suggerito che le prove richiedevano fortemente che il governo federale muovesse delle accuse nei confronti di Pantaleo – l’agente che soffocò Garner.

Da ultimo, anche il triste episodio dell'uccisione di George Floyd ha attirato il suo commento, consistente in - udite udite - accuse ai legislatori di NY di fomentare un sentimento anti-poliziesco (rilasciate in un raduno di poliziotti tutti bianchi, nonostante la presenza abbastanza diffusa di afroamericani tra i ranghi della NYPD - come rimarcato da Alexandria Ocasio-Cortez). Seguite da commenti su come fosse "oltraggioso" che si "demonizzi (noi) poliziotti, come se fossimo noi il problema, come se noi avessimo sfondato finestre, come se noi avessimo causato violenze".

(Un) accountability

Andando tuttavia oltre questa patina di urla, proteste, dimostrazioni di forza e dichiarazioni razziste – che per quanto deprecabili e francamente disgustose, ci si aspetterebbe abbiano ricaschi esclusivamente sull’opinione pubblica, nel bene e nel male – cosa fattualmente impedisce che agenti come Pantaleo non vengano processati e condannati, o che agenti come Sullivan finiscano con l’essere pienamente riabilitati? Sulle colonne del The Intepreter, sezione editoriale gestita dal Lowy Institute – un think thank australiano di ricerca su tematiche sociali – Lydia Khalil ci fornisce alcuni esempi di come i contratti stipulati dai sindacati di polizia siano funzionali ad impedire che gli agenti siano soggetti a giusti procedimenti disciplinari, e a mantenere le strutture organizzative della polizia USA tra le meno trasparenti al mondo.

Nella sua analisi, si rifà ad un lavoro di ricerca portato avanti dal già citato Campaign Zero. Gli attivisti di quest’ultimo hanno esaminato 81 diversi contratti sindacali di polizia, arrivando a riscontrare la presenza diffusa di clausole che, in misura diversa tra gli stati: impediscono di interrogare sulla scena del crimine gli agenti coinvolti in una sparatoria; impongono che eventuali denunce nei confronti di un ufficiale di polizia siano da considerarsi invalide se sporte dopo un certo limite di giorni dall’accaduto; impongono alle finanze della città di turno di sopportare i costi delle investigazioni (ivi includendo quelli obbligatori, derivanti dal dover mettere in ferie pagate gli agenti di polizia sotto investigazione e dal dover sostenere le tariffe legali dei loro avvocati).

“La struttura del processo di contrattazione collettiva potrebbe contribuire alla problematicità delle procedure [di disciplina interna alla polizia] che fungerebbero da barriere alla responsabilità degli agenti.”

Ancora, in un esteso lavoro di ricerca pubblicato sul Duke Law Journal, Stephen Rushin – professore di diritto penale alla Loyola University Chicago – dopo aver studiato 178 contratti di lavoro stipulati dai sindacati “di molti dei maggiori dipartimenti di polizia del paese”, mostra come questi “possano frustrare politiche di trasparenza nei ranghi di polizia” e che un significativo numero degli stessi “limitano gli interrogatori degli agenti sulla base di presunta cattiva condotta, ordinano la distruzione degli archivi disciplinari (in alcuni casi dopo appena due anni dall’accaduto, ndr), vietano forme di supervisione cittadina, prevengono la possibilità di denunce anonime da parte di civili, indennizzano gli agenti in occasione di cause civili e limitano la lunghezza delle investigazioni interne”. “Alla luce di questi ritrovamenti” – conclude – “[…] la struttura del processo di contrattazione collettiva potrebbe contribuire alla problematicità delle procedure [di disciplina interna alla polizia]”, che fungerebbero da “barriere alla responsabilità degli agenti”.

illustrazioni di Dadinski