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LA DANZA DEI MATTONI

Come l’incontrollata espansione dell’edilizia italiana danneggia l’ambiente

Al di là di qualsiasi impatto estetico, gli effetti che la costruzione e il mantenimento degli edifici hanno sull’ambiente circostante sono prinipalmente due, con implicazioni diverse – anche dal punto di vista della loro risoluzione – ma con incidenze sostanziali. Il primo consiste nell’inquinamento nel senso più stretto, si tratta della quantità di emissioni e del gigantesco consumo di energia e risorse. Il secondo aspetto da considerare riguarda lo stesso atto del costruire. Il consumo di suolo a favore degli spazi urbanizzati sortisce effetti distruttivi sugli ecosistemi e la salute dei terreni, ripercuotendosi anche sull’andamento climatico del territorio. La sezione ripercorre i numeri di tali effetti e cerca di ricostruire un quadro delle logiche del costruire in Italia che assecondano troppo spesso un’espansione del tessuto urbano priva di ratio e assoggettata agli interessi dei costruttori.

 

Le due facce dell’impatto ambientale

Secondo quanto si legge in un documento dell’UNEP (United Nations Environment Program) intitolato Energy efficiency for buildings, “Gli edifici utilizzano circa il 40% dell’energia globale, il 25% dell’acqua nel mondo, il 40% delle risorse del pianeta ed emettono circa un terzo delle emissioNi di gas serra”. Sempre nello stesso report viene scritto che “se non viene fatto nulla, le emissioni saranno più che raddoppiate nei prossimi 20 anni”. Anche il Global Status Report 2018, redatto dalle Nazioni Unite in collaborazione con la Global Alliance for Buildings and Construction e la International Energy Agency, presenta statistiche simili. E fa notare che per seguire lo “scenario di sviluppo sostenibile” e per rispettare le ambiziose promesse dell’Accordo di Parigi – approvato pienamente da 187 Paesi nel mondo – “il consumo di energia degli edifici per metro quadro si dovrà ridurre del 30% entro il 2030”. Un obiettivo sempre meno raggiungibile se si guarda ai trend mondiali del settore. Sempre il Global Status Report spiega infatti che il consumo totale di energia è aumentato del 5% dal 2010 al 2017, in quanto “l’aumento dell’efficienza energetica è stato superato da una crescita della domanda di energia e una forte espansione delle attività del settore”.

E’ chiaro che le statistiche calcolate a livello globale non tengono conto di una netta differenza tra quella parte di mondo più sviluppata e il resto del pianeta. L’Italia per esempio è meno responsabile di altre nazioni in termini di emissioni. Secondo quanto si legge nel report di Giugno 2018 della Commissione Europea European Construction Sector Observatory, le emissioni di gas serra provenienti dalle attività di costruzione in Italia ammontavano a 5.250.595 tonnellate nel 2014: una diminuzione del 17% rispetto al valore di quattro anni prima, 6.326.245 tonnellate nel 2010. Parte del merito si deve probabilmente alla presenza dell’Unione Europea. L’Europa è infatti tra i continenti che hanno una regolamentazione più strutturata in materia di riduzione di emissioni, anche per quanto riguarda il settore dell’edilizia. Il 9 Luglio 2018 l’UE ha approvato una nuova versione dell’Energy performance of buildings directive (EPBD), in cui si indica l’impegno dei vari governi nazionali a migliorare l’efficienza energetica dei propri edifici. L’obiettivo annunciato sul sito ufficiale della Commissione Europea è ancora una volta molto ambizioso: la totalità degli edifici completamente “decarbonizzata” entro il 2050. I governi nazionali hanno tempo fino all’8 Marzo 2020 per trasformare in leggi effettive i provvedimenti immaginati nell’EPBD.

Per quanto riguarda l’impatto proprio del consumo di suolo, invece, le ricadute ambientali coinvolgono il nostro continente in maniera sostanziale. A dimostrarlo è uno studio del Novembre 2015, condotto dalla rivista scientifica Journal of Hydrology in collaborazione con la Commissione Europea, dal titolo piuttosto eloquente: Mutamenti nell’utilizzo del suolo nel Mediterraneo potrebbero stare provocando grandi cambiamenti climatici. “L’urbanizzazione si traduce in grandi porzioni di suolo coperte da case, cemento e asfalto – spiega il documento – Questo provoca una minore evaporazione delle acque, che fa spostare le tempeste estive verso le aree più interne invece di rilasciare le precipitazioni e riciclarle nel sistema costiero Mediterraneo”. Le conclusioni a cui arriva lo studio non lasciano spazio all’immaginazione: “Alle regioni costiere manca la quantità di pioggia necessaria durante i mesi estivi, incentivando il fenomeno di desertificazione, mentre affrontano tempeste intense in autunno, inverno e primavera. Nel frattempo, in estate ci sono inondazioni nelle regioni più interne”. L’Italia in questo caso condivide – insieme agli altri paesi del Mediterraneo – una fetta consistente di responsabilità.

 

 

I numeri neri del consumo del suolo: UN’ ESPANSIONE EDILIZIA IRRAZIONALE

Il 21 settembre 2019 ISPRA ha presentato a Roma i nuovi dati sul consumo di suolo in Italia. Con un aumento del 180% di consumo di suolo dagli anni ‘50 ad oggi, la sua superficie naturale si riduce ogni anno, aumentando gli effetti negativi sul territorio e sull’ambiente. Nel 2018 in Italia il suolo consumato è di 2.302.292 ettari e, secondo le rilevazioni di Eurostat e dell’Agenzia europea dell’ambiente, tra il 2009 e il 2012 l’incremento annuo dell’impermeabilizzazione territoriale del Paese è stata pari allo 0,049%, al terzo posto nel ranking europeo, superando l’incremento di diversi paesi tra cui Spagna, Portogallo, Germania e Francia. La densità abitativa può essere un parziale strumento di decifrazione di numeri così disomogenei, come riporta l’Agenzia europea di statistica che ha lavorato a dati relativi al consumo di suolo tra il 2009 e il 2015 (si pensi ai 100 ab./km2 per la Francia in confronto ai 199,82 ab./km 2 dell’Italia). Ma di certo la normativa italiana in materia di sostenibilità ambientale non aiuta ad arginare il fenomeno della cementificazione incontrollata: infatti al momento gli obblighi di legge, per quanto riguarda l’edilizia privata, sono ristretti esclusivamente a certificazioni di tipo energetico che prevedono che, ogni volta che si realizza una nuova costruzione o che un immobile viene venduto o dato in locazione, è necessario allegare un attestato di certificazione energetica, redatto da un tecnico abilitato, secondo modalità di presentazione che variano di regione in regione. L’assenza di una cornice legislativa comunitaria che regoli e normativizzi i processi di cementificazione, e quindi la tutela del suolo, rende comunque critica la situazione europea: l’aumento annuale della copertura artificiale del suolo nell’UE è dell’1,3%, secondo l’indagine LUCAS pubblicata nel 2017, e circa il 15% del territorio dell’UE è colpito da erosione del suolo di entità da moderata a elevata, il cosiddetto “fattore k”, conseguenza, oltre che di pratiche agricole inadeguate, deforestazione e sfruttamento eccessivo dei pascoli, proprio di un’attività di costruzione smodata. Il rapporto del Sistema Nazionale di Protezione Ambientale ha registrato che tra il 2017 e 2018 in Italia il consumo di suolo ha riguardato 51 chilometri quadrati, con una media di 14 ettari al giorno con 2 metri quadrati di suolo perso irreversibilmente ogni secondo. Il consumo di suolo è più intenso nelle aree già molto compromesse (circa 10 volte maggiore rispetto a quelle meno consumate). Nelle città dense, solo in un anno, si sono persi 24 metri quadrati per ogni ettaro di aree a verde. In totale, quasi la metà del suolo perso in 12 mesi si trova nelle città, il 15% in aree centrali e semicentrali, il 32% nelle fasce periferiche e meno dense. I risultati di queste ricerche non fanno che testimoniare l’irrazionalità dei processi di urbanizzazione che investono le periferie delle metropoli, per cui è sufficiente citare il caso di Roma che tra il 2012 e il 2017 ha visto consumare 408 ettari di suolo (il secondo comune in classifica è Montalto di Castro che ne ha consumati 161 e Milano e Venezia tra i 103 e 104). Un dato esorbitante, anche rispetto agli altri comuni, in seno al quale prende corpo il peso della speculazione edilizia e la mancata riqualificazione delle strutture già esistenti, che contribuiscono all’edificazione di satelliti urbani espropriati del legame con il tessuto sociale e culturale delle città. Senza contare le gigantesche ricadute ambientali: secondo il già citato rapporto ISPRA, la comparazione tra le temperature medie delle aree urbane con quelle riferite al territorio naturale e seminaturale testimonia il fenomeno dell’“isola di calore urbano”, per cui la differenza di temperatura tra i tessuti urbani e le aree rurali raggiunge picchi di 4-5°C in alcune regioni. Inoltre, è stato messo in risalto il ruolo di mitigazione delle temperature delle coperture arboree all’interno delle aree urbane, con contributi di 3-4°C in meno in presenza di verde alberato con significativi benefici per la salute umana e risparmi per i consumi energetici.

CONSUMO DI SUOLO: come i numeri delle costruzioni crescono in Italia

Il gioco del limbo: Parco Leonardo e Ponte Nord

La cattedrale dei Caltagirone

La mancanza di una normativa che dia una chiara direzione allo sviluppo urbanistico nazionale lascia a ogni regione (e ai relativi comuni) la libertà di gestire la propria espansione edilizia interna come più le sembra conveniente. Esempio lampante è la legge nazionale del Piano Casa, che permette di usufruire di determinati incentivi per l’ampliamento, ricostruzione o ristrutturazione delle case: istituita nel 2009 e pensata per durare un anno e mezzo, ancora oggi ogni regione la applica in base alle proprie esigenze grazie a continue proroghe. Se questo da un lato è un bene per quanto riguarda il legame tra il territorio e l’autorità che lo amministra, dall’altro lato lascia un grande potere contrattuale ai principali soggetti privati del settore: i grandi costruttori. Che relazionandosi con un apparato statale spesso economicamente a brandelli – quindi ansioso di riuscire ad aprire nuovi bacini lavorativi e di smuovere nuovi flussi di denaro – e spesso in preda a logiche elettorali a brevissimo termine, hanno gioco facile nell’imporre i propri interessi come conditio sine qua non a cui nessun consiglio regionale o comunale ha la forza di opporsi. Il risultato è un Paese in preda a una totale “schizofrenia edilizia”. Gli esempi che seguono sono particolarmente importanti perché dimostrano come – senza mai scadere in alcun tipo di illecito perseguibile – un’impresa di costruzioni riesce a fare il proprio lavoro giocando in quel limbo che è l’inconsistenza normativa italiana.

Interessante e (purtroppo) rappresentativa della condizione nazionale è la storia del giovane quartiere di Parco Leonardo: progettato nel 1993 come un “quartiere oasi alle porte di Roma” e concepito in relazione al centro commerciale in progettazione, vede la prima consegna di appartamenti esattamente dieci anni dopo. Mancano ancora il centro commerciale, lo svincolo per l’autostrada e la stazione del treno che saranno inaugurati solo due anni dopo, nel 2005, mentre i residenti dovranno aspettare altri due anni per l’apertura dell’asilo, tre per le elementari e medie, quattro per la chiesa e cinque anni per la prima farmacia. Nel frattempo però il proprietario dei terreni, della famiglia Caltagirone, ha già costruito centinaia di appartamenti che sono gestiti dalla società SPIGES che, ci spiega Ezio Pietrosanti, consigliere comunale di Fiumicino del Movimento 5 stelle, “rappresenta i Caltagirone” nel quartiere. Pubblicizzato come un quartiere moderno e all’avanguardia alle porte della città, in cui sarebbe stato stupido farsi sfuggire un appartamento, ha mostrato col tempo il suo vero volto: una specie di carcere immobiliare, l’ennesima “cattedrale nel deserto”, in cui i residenti non si conoscono tra loro e sono quasi tutti costretti ad usare la macchina per muoversi e raggiungere il lavoro, la famiglia, la scuola. Oltre alle attività che hanno aperto in ritardo ce ne sono molte altre che ancora non ci sono e che costringono chi abita a doversi spostare a Fiumicino, a Ostia o direttamente a Roma.

La costruzione del quartiere di Parco Leonardo e di altre esperienze simili ha un impatto sull’ambiente non indifferente. Scegliere di costruire in una zona lontana da Roma, da Fiumicino e da Ostia ha reso i residenti isolati in una terra di nessuno per cui per raggiungere qualsiasi luogo, che non sia Fiumicino e la parte di Roma percorsa dal treno metropolitano che fa fermata al centro commerciale, bisogna usare la macchina. E gli esempi nella Capitale sono davvero tanti: basti pensare al quartiere di Corviale, dove è difficile arrivare e transitare con i mezzi. Situazione che, ormai, può sembrare normale per chi è abituato a Roma ma che, in città come Milano (con tutte le differenze del caso), è decisamente più rara grazie agli interventi di riqualificazione sistematici di aree abbandonate. Nel rapporto annuale di consumo del suolo del Sistema Nazionale Protezione Ambiente (SNPA), si legge che fino al 2018 a Milano si sono consumati in 10mila ettari di suolo comunale, mentre a Roma circa 30mila. E infine, non si tratta solo di quanto si costruisce ma anche delle modalità. Ed è qui che torna a farci comodo l’esempio di Parco Leonardo: come ha spiegato Pietrosanti, tutta l’area intorno a Fiumicino è riserva naturale e, quando si trattò di dare il via al progetto Parco Leonardo, l’area su cui ora sorge fu esclusa dalla zona protetta e dal parco litorale. E nel frattempo Fiumicino, tra il 2012 e il 2017, ha consumato altri 68 ettari di suolo.

Il buio oltre al ponte

Ma esempi di sviluppi urbanistici insostenibili si moltiplicano anche al nord, e particolare è il caso dell’Emilia Romagna che dal secondo dopoguerra alla metà degli anni ‘90 ha incrementato le superfici edificate di circa venti volte, con un’occupazione incontrollata dei suoli agrari della regione. Un processo che non accenna a diminuire considerando che i piani edilizi dei comuni emiliani prevedevano, nell’arco temporale della loro vigenza, cioè fino al 2016, l’occupazione di altri 38.000 ettari.

“Sono sottoposti a vinco lo paesaggistico ai sensi della legge […] i fiumi, i torrenti ed i corsi d’acqua iscritti negli elenchi e le relative sponde o piede degli argini per una fascia di 150 metri ciascuna.”

Questo recita la voce “C” della legge Galasso, emanata nel 1985 per la tutela e la conservazione delle zone di particolare interesse ambientale, che grazie al suddetto vincolo dovrebbero essere salvaguardate da costruzioni edilizie nocive e troppo invasive. Ma tutt’altro è stato fatto a Parma dalle giunte comunali di centrodestra Ubaldi e Vignali, che hanno amministrato il municipio ducale complessivamente dal 1997 al 2011, periodo nel quale viene ideata, approvata e infine nel 2012 realizzata una delle opere edilizie più rilevanti di sempre per costi e dimensioni del comune parmigiano; il tutto proprio in concomitanza dell’area verde del Torrente di Parma. È il caso del Ponte Nord di Parma, un progetto co- stato 25 milioni di euro e realizzato dall’impresa edilizia Pizzarotti & C., che ha portato alla costruzione del Ponte Europa e dell’Edificio Ponte Nord, emblema entrambi della totale assenza in Italia di una pianificazione urbana attenta alla tutela dell’ambiente e alle esigenze sociali dei cittadini. Le tonnellate di cemento utilizzate per costruire il ponte Europa infatti non solo sono state a detta di molti inutili, sia perché il torrente che il ponte attraversa è quasi sempre a secco sia perché 300 metri più a Sud è già presente un altro ponte, ma hanno anche arrecato danni oggettivi alla conformazione urbanistica della zona, poiché per collegare il ponte alla viabilità locale è stato necessario sventrare parte del quartiere residenziale limitrofo e cancellare l’intera area verde intorno al torrente, dove era stato costruito anche un campo da calcio.

Lo stesso discorso vale anche per la costruzione dell’edificio Ponte Nord, il fiore all’occhiello del progetto e sicuramente la parte più fatiscente e costosa, anch’esso finito sotto i riflettori per le critiche sollevate. La sua realizzazione ha por- tato alla nascita di un’infrastruttura alta 15 metri, tutta acciaio e vetro, costruita su tre livelli e che per 160 metri fa da involucro al ponte. Si offriva così come potenziale spazio abitabile per attività espositive e commerciali, con il chiaro intento di diventare una vetrina per la città, in grado di attrarre a sé i maggiori movimenti culturali e economici orbitanti attorno a Parma e dintorni. Per sette anni dal completamento dell’opera la sovrastruttura del ponte non ha però rivestito alcuna funzione, se non quella di “copertura” del manto stradale del viadotto, proprio a causa della legge Galasso, che vieta espressamente di costruire stabili con usi permanenti sugli alvei dei fiumi e dei torrenti. Solo recentemente, nel giugno 2019, grazie a una proroga sull’emendamento Sblocca Cantieri, operazione che Legambiente ha definito come “condono edilizio”, è stato concesso di poter utilizzare e rendere fruibile l’edificio Ponte Nord nelle sue funzionalità, che rimangono però indefinite e oggetto di discussione.

L’intero caso del ponte Nord mette dunque in evi- denza le problematiche derivanti da una progettazione edilizia malpensata e fine a sé stessa, in cui l’u- nica soluzione possibile da affrontare per limitare l’impatto negativo che un’opera tale può avere a livello ambientale, economico e sociale è quella di ricorrere a un intervento legale che permetta un’“eccezione alla regola”. L’attuale giunta 5 stelle dello sfortunato omonimo Pizzarotti, seppur da sempre contrarissima alla realizzazione del ponte, vede come positiva l’autorizzazione concessa per rendere agibile il Ponte Nord in tutte le sue potenziali funzioni, poiché si accrescerebbe il valore e l’utilità dell’opera, finora nulli, dando un senso al cospicuo investimento economico. D’altra parte però, come sostiene fermamente Legambiente in una sua lettera alla segreteria di Parma, ci si interroga anche su quel che sarà il Ponte Nord e, se la sua messa in funzione, si rivelerà davvero utile o finirà per essere ancora più nociva di quanto non lo sia già stato. Quanto è auspicabile investire ancora su un’infrastruttura che sta dove per legge non dovrebbe stare, che è dannosa per l’ecosistema circostante e che seppur moderna e dotata di tecnologie di ultima generazione non è minimamente ecosostenibile tramite fonti rinnovabili nelle proprie emissioni, piuttosto che iniziare a calcolare i costi di smantellamento della struttura, per puntare su qualcosa di più avvalorabile?

CONCLUSIONI

Le nuove normative europee legate all’accordo di Parigi e all’“Energy performance of buildings directive” stanno sicuramente contenendo gli effetti delle emissioni e contribuendo allo sviluppo di un’edilizia sostenibile anche in Italia. Ma l’impatto proprio del consumo di suolo, e le sue ricadute sui cambiamenti climatici, sulla degradazione del terreno, nonché sulla stessa funzionalità e vivibilità dei poli urbani diventa un problema sempre più urgente, specialmente nelle aree di maggiore appetibilità logistica per gli investitori, come le periferie e le zone periurbane. I dati sul consumo di suolo del rapporto ISPRA sono inequivocabili in questo senso: tra il 2012 e il 2018 in Italia sono stati consumati 31.498 ettari di suolo e il fenomeno non procede di pari passo con la crescita demografica: ogni abitante italiano ha in “carico” oltre 380 m2 di superfici occupate da cemento, asfalto o altri materiali artificiali.

Un valore che cresce di quasi 2 metri quadrati ogni anno, con la popolazione che, al contrario, diminuisce sempre di più. È come se, nell’ultimo anno, avessimo costruito 456 m2 per ogni abitante in meno. Negli ultimi sei anni secondo le prime stime l’Italia ha perso superfici che erano in grado di produrre tre milioni di quintali di prodotti agricoli e ventimila quintali di prodotti legnosi, nonché di assicurare lo stoccaggio di due milioni di tonnellate di carbonio e l’infiltrazione di oltre 250 milioni di metri cubi di acqua di pioggia che ora, scorrendo in superficie, non sono più disponibili per la ricarica delle falde aggravando la pericolosità idraulica dei nostri territori. Il recente consumo di suolo produce anche un danno economico potenziale compreso tra i 2 e i 3 miliardi di euro all’anno dovuti alla perdita dei servizi ecosistemici del suolo.

 

Articolo di Alessandro Luna, Lorenzo Mollicone, Francesco Paolo Savattieri e Susanna Rugghia

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