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La Geopolitica cinese durante il COVID-19

Come il Governo di Pechino sta sfruttando il virus per consolidarsi nel panorama politico internazionale

 

Da sconfitti a primi della classe

Da quando la pandemia di COVID-19 ha colpito il nostro paese, ogni singolo aspetto della vita politica italiana è passato, come è giusto che sia, in secondo piano: tutte le forze politiche del nostro Parlamento e il Governo Conte stanno cercando di arginare in ogni modo la più grave emergenza sanitaria che abbia colpito il nostro paese dai tempi del secondo dopoguerra. Una situazione questa che va ripetendosi in ogni singolo paese del globo, meno che uno, ossia il luogo di origine del Coronavirus: la Cina. Il 19 Marzo le autorità di Pechino hanno annunciato al mondo che, per la prima volta dall’inizio della pandemia, non si segnalano nuovi casi di infetti interni, mentre i nuovi 34 casi risulterebbero essere tutte persone provenienti dall’estero. Pur mantenendo in quarantena la regione dello Hubei, il resto del paese sta lentamente cercando di riprendersi sia a livello sociale che a livello economico; ma chi non ha perso certamente tempo, per cercare di rinsaldare la propria leadership all’interno del panorama geopolitico mondiale, è il presidente cinese Xi Jinping che, non appena si sono abbassati i numeri dei contagi nel paese, ha ricominciato a tessere la sua complessa trama di relazioni internazionali.

La Cina in questo momento deve cercare di far nuovamente partire la propria economia, principalmente le esportazioni visto che la ripresa del suo mercato interno (base fondamentale del PIL cinese) appare assai lenta. Per fare questo, Pechino ha messo in campo tutta la forza dei propri organi di propaganda nel tentativo di rovesciare la narrazione internazionale che si è andata a sviluppare nel corso degli ultimi mesi, che vedeva la Cina come il paese dove è nato il COVID-19 e colpevole della sua diffusione, mostrando invece il governo di Pechino come il primo capace di debellare il virus e di indicare al mondo la via per distruggerlo definitivamente. Nel caso in cui questa nuova linea di narrazione dovesse imporsi, la Cina potrebbe in parte recuperare le ingenti perdite a livello economico causate dal virus, grazie alla ripresa dei commerci, specialmente in ambito sanitario e tecnologico.

L’Italia come banco di prova

Il primo paese dove Pechino ha deciso di testare questa strategia è stato quello nel quale il COVID-19 ha causato più danni, ossia l’Italia. Pechino ha un conto in sospeso con il nostro paese a partire dal Marzo 2019, quando la firma del memorandum fra i due paesi avrebbe dovuto portare ad un rafforzamento dei rapporti commerciali, in vista della costruzione della Belt and Road Initiative: in realtà, i vantaggi economici di questo accordo si sono rivelati totalmente minimi per ambedue i protagonisti. Questo aveva portato ad un forte raffreddamento dei rapporti fra il Governo italiano (che nel frattempo ha cambiato segno e colore, ma non la guida di Giuseppe Conte) e quello cinese, al punto tale che l’Italia è stato il primo paese al mondo a bloccare i voli per e dalla Cina, quando ancora il virus sembrava contenuto all’interno dei suoi confini nazionali.

Il blocco ha rappresentato un colpo durissimo per il progetto politico di Xi Jinping, visto che l’apertura dell’Italia alla “B&R” (primo paese del G7 a riconoscere tale progetto) era stata fondamentale per dare credibilità internazionale alla maxi-operazione economica promossa da Pechino. Nel momento in cui la situazione interna ai due paesi si è totalmente ribaltata, con l’Italia a rischio di default sanitario e la Cina che iniziava a intravedere la possibilità di ripartire per il calo del numero dei contagiati, il governo cinese non ha perso neanche un secondo per cercare di rinsaldare i rapporti con l’Italia, sfruttando la cocente delusione delle nostre istituzioni per l’iniziale immobilismo da parte dell’Unione Europea.

Xi Jinping ha intravisto quindi due grandi possibilità: mantenere saldi i rapporti con uno dei paesi di arrivo della Nuova Via della Seta e, contemporaneamente, cercare di portare avanti l’opera di isolamento dell’Italia dalle istituzioni europee, in maniera tale da potersi imporre sul nostro paese in sede diplomatica, sfruttando la sua totale supremazia economica. Quest’opera di riavvicinamento è stata condotta in primis dal governo cinese, ma è stato decisivo l’ottimo rapporto fra Croce Rossa italiana e cinese per portare ad una nuova partnership fra i due paesi, realizzatasi nell’invio dalla Cina di una equipe medica esperta di COVID-19 e di 31 tonnellate di materiale sanitario. Un gesto dettato unicamente dalla solidarietà, che Pechino ha però voluto tramutare in una potente arma di propaganda, grazie al sostegno inconsapevole del Ministro degli Esteri italiano Luigi di Maio, che ha presentato l’invio di questi materiali come una donazione del Governo Cinese e non, come in realtà, di un’opera di solidarietà portata avanti dalla Croce Rossa Internazionale.

Di Maio e di conseguenza tutta la stampa italiana, che da giorni parla degli aiuti cinesi, stanno facendo involontariamente il gioco di Pechino, che sta sfruttando questa nuova popolarità all’interno del nostro paese per cercare di ottenere dei forti vantaggi a livello economico, specialmente nel settore tecnologico. Con questo, ci si vuole riferire principalmente ai casi di Huawei e ZTE, le cui donazioni in ambito sanitario nascondono la volontà delle due aziende di aumentare ancor di più la propria presenza nel nostro paese per cercare di sviluppare la rete 5G, possibilità che, in buona parte del mondo occidentale, è bloccata dai pessimi rapporti fra le compagnie tecnologiche cinesi e il governo degli Stati Uniti. L’espandersi della pandemia rappresenta l’occasione perfetta, per Huawei, di by-passare il ban imposto dalle autorità americane e cercare di imporsi, anche all’esterno dei confini nazionali cinesi, come l’azienda di punta per lo sviluppo della rete 5G, la “next big thing” a livello tecnologico per il mondo intero.

Un modello replicabile

Nel caso in cui questo esperimento di “geopolitica solidale” dovesse funzionare in Italia, nulla ci vieta di pensare che questo modello possa essere riproposto, specialmente nei paesi che già orbitano all’interno della sfera d’influenza geopolitica di Pechino. L’esempio più importante è certamente il continente africano, al centro delle attenzioni politiche cinesi da molto tempo, che, a causa del possibile disastro umanitario che rischia di scatenarsi per le pessime condizioni igienico-sanitarie presenti all’interno di ogni singolo paese, fa affidamento sugli aiuti medici cinesi per riuscire a superare questa pandemia con il minor numero di morti possibili. Sarebbe quindi lo scenario perfetto per Pechino per poter consolidare la propria posizione all’interno del continente, tenendo a debita distanza gli Stati Uniti, al momento il paese che rischia di subire il maggior numero di danni a livello geopolitico, a causa della pessima gestione, nella prima fase di contagio interno del COVID-19, e per i dubbi sulla capacità di risposta del suo sistema sanitario.

Una strada non priva di ostacoli

La strategia di Pechino appare inarrestabile, ma con il passare dei giorni nuovi ostacoli si presentano sulla via percorsa dal governo della Repubblica Popolare. Il primo è la ricomparsa di nuovi focolai lungo tutto il territorio asiatico (al momento il caso più importante è certamente quello di Hong Kong): nel caso dello scoppio di un nuovo focolaio all’interno dei confini nazionali cinesi, Xi Jinping sarebbe nuovamente costretto a porre in stallo ogni manovra politica non indirizzata alla repressione immediata delle aree nuovamente contagiate. L’altro aspetto, ancor più fondamentale, è che la strategia di Pechino si fonda sulla fiducia incondizionata degli altri paesi, dovuta alla capacità della Cina di uscire dalla prima fase dell’epidemia con un numero di morti e contagiati così contenuti rispetto alle altre parti del mondo: numeri che allo stesso tempo hanno scatenato lo scetticismo di molti a livello globale, specialmente il numero delle morti.

Nel caso in cui dovesse essere dimostrato che la Cina abbia falsificato questi dati, Pechino perderebbe immediatamente tutta la credibilità guadagnata a livello internazionale. All’interno della stessa Repubblica Popolare, molte voci muovono verso questa possibilità, specialmente il giornale Caixin (la maggiore testata finanziaria privata del paese), la cui inchiesta sul numero di decessi per COVID-19 a Wuhan, ha scoperto l’acquisto di ben 40000 consegnate all’obitorio cittadino, a fronte di soli 2535 decessi registrati. Se questa notizia dovesse essere confermata, gli sforzi di Xi Jinping si rivelerebbero vani e la Cina rischierebbe di risentirne molto, come già è successo quando venne scoperto che Pechino aveva ritardato nel comunicare all’OMS i dati sull’epidemia di SARS che si era sviluppata nel paese.

Articolo di Luca Bagnariol

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