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LA MACCHINA DEL FUMO

L’intero processo di produzione di energia ha un impatto ambientale altissimo, soprattutto se gestito male.

Il Texas italiano

In Basilicata, una delle regioni più piccole e povere d’italia con un’economia prevalentemente agricola, si trova la capitale del petrolio italiano, la Val d’Agri. Ormai da anni questa regione fa fronte a problemi di disoccupazione e carenza di investimenti, ma dalla fine degli anni ottanta – a seguito di alcune attività esplorative – si è portato alla luce il più grande giacimento petrolifero in terraferma d’europa, capace da solo di soddisfare il 10% del fabbisogno nazionale di idrocarburi; per questo motivo è sta- to conferito alla regione il titolo di “Texas d’Italia”. La gestione e l’estrazione del petrolio è affidata ad Eni (Ente Nazionale Idrocarburi), multinazionale creata dallo Stato Italiano nel 1953, poi convertita in società per azioni nel 1992. Presente in 73 Paesi con circa 33.000 dipendenti sotto il simbo- lo del cane a sei zampe, l’Eni è attiva nei settori del petrolio, del gas naturale, della chimica, della produzione e commercializzazione di energia elettrica e delle energie rinnovabili. Nel 2018 è l’ottavo gruppo petrolifero mondiale per giro d’affari; la classifica Fortune 500 annovera Eni tra le prime 150 aziende al mondo per fatturato, e solo nel 2016 Eni ha raggiunto i 55,8 miliardi di euro di ricavi, con utili pari a 1,457 miliardi di euro.

In Basilicata la produzione petrolifera vera e propria comincia nel 1997, quando entra in funzione il Centro Olio Monte Alpi ora denominato Centro Olio Val d’Agri, il COVA, nella zona industriale di Viggiano. Ad oggi vengono estratti 80mila barili di greggio al giorno ma l’intenzione è quella di intensificare le attività estrattive e portare l’impianto al massimo della produzione. In gioco c’è un accordo per l’ampliamento del Centro Olio: verranno aggiunte cinque linee di trattamento e 136 chilometri di oleodotto che colleghino l’impianto con la raffineria di Taranto. L’ampliamento consentirà di produrre fino a 104.000 barili ogni giorno. Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, parlando di quest’opera di ampliamento ha assicurato “un investimento di 3 miliardi che porterà all’assunzione di 400 persone in più e sarà realizzato tecnicamente a zero impatto ambientale creando nuovi pozzi in aree già interessate senza occupare nuovi terreni”. La realtà dei fatti è però decisamente diversa da quella professata dagli amministratori. Eni infatti, già coinvolta in scandali e processi a livello internazionale per danni ambientali, tace e nasconde le proprie responsabilità nel devastante impatto ambientale che i continui sversamenti di greggio ed esalazioni tossiche stanno avendo sul territorio e sulla salute dei cittadini lucani.

Il paese più ricco

L’estrazione del petrolio è un mondo strano. Nella Val D’Agri, in particolare a Viggiano (poco meno di 3500 abitanti, ne sanno qualcosa: il piccolo comune è diventato il paese più ricco d’Italia in proporzione grazie alle “royalties” (compensazioni) derivanti dallo sfruttamento del territorio comunale per l’estrazione del greggio. Questi oscillerebbero tra i 14 e 17 milioni di euro annui secondo Luca Manes e Giulia Franchi, del gruppo d’inchiesta Re:Common, che hanno trattato la questione ne “Il Delta del Niger italiano?”, pubblicazione di aprile 2018. Ovviamente, ciò fa più che bene al bilancio del comune, in attivo di circa 5 milioni fino al 2018. Tuttavia queste royalties arrivano proprio in virtù di uno sfruttamento petrolifero mortifero per la zona, e il disastro ambientale che appariva essere dietro l’angolo si è verificato a più riprese, con sversamenti ora oggetto di processo. La situazione della Val d’Agri, un tempo ambigua, perde la maschera il 27 ottobre 2019. Grazie all’attività legislativa del governo Monti (art. 34, comma 19, del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179) le concessioni per l’estrazione vengono rinnovate automaticamente, ma il sistema di compensazioni cade senza un nuovo accordo con il Ministero dello Sviluppo Economico. Il primo governo di destra della Basilicata, guidato da Bardi, tenta di farle ripartire cercando di farlo comunicare con il Ministero dello Sviluppo Economico, senza alcun successo. L’attività estrattiva continua, ma stavolta non “retribuita”. Eppure, la preoccupazione della giunta va alla perdita del ‘malloppo’: “Non è elemosina quella che chiediamo ma il rispetto di un diritto dei cittadini a fronte di un sacrificio cui siamo costretti. Benefici che devono essere usati per creare quello sviluppo che in questi anni non è mai arrivato”. Nel frattempo, ci si dirige verso un processo storico in merito ai danni ambientali in Val d’Agri.

 

Gialli lucani

Enrico Trovato, ex responsabile del COVA da settembre 2014 a gennaio 2017, è stato citato a giudizio immediato lo scorso 28 ottobre per il disastro ambientale causato dalla fuoriuscita di 400 tonnellate di greggio che hanno provocato l’inquinamento di acque e sottosuolo in un territorio di 26mila metri quadrati. L’ENI ha confermato la fuoriuscita sminuendone però la gravità parlando di “singolo episodio” contenuto in 6mila metri quadri.
Già nel 2011 però Gianluca Griffa, ai tempi responsabile degli impianti del Centro Olio di Viggiano, denunciava in alcuni suoi memorandum la mala gestione del processi estrattivi di petrolio e le costanti perdite di greg- gio dei serbatoi. La lettera in particolare affrontava il problema della reiniezione di sostanze pericolose nel terreno durante il processo di trattamento del petrolio. Preoccupazione poi confermata dalla magistratura tre anni dopo, portando alla sospensione dei lavori del pozzo di Costa Molina 2, nel comune di Montemurro. Ma soprattutto Griffa scriveva già nel 2013 delle perdite individuate nel fondo dei serbatoi del COVA, con tanto di misura e descrizione dei danni, e di come la sua preoccupazione unita al tentativo di stimolare una reazione immediata da parte dei suoi superiori gli fossero costate ferie forzate, rimozione dall’incarico e una convocazione nella sede di Milano il 22 luglio 2013. Viene citata, nel commento del GIP, “una precisa strategia condivisa dai vertici di Milano per nascondere gravi problemi” nel provvedimento di misure cautelari a carico di Enrico Trovato ed altri tredici indagati per lo sversamento. Parole che Gianluca Griffa non ascolterà mai, essendo stato trovato morto in un bosco al confine tra Cuneo e Torino nell’agosto del 2013, a 38 anni.

“Il suo memoriale”, scrive il gip Ida Iura, “chiude il cerchio della valutazione probatoria perché le considerazioni di Griffa hanno trovato un completo riscontro” nel corso dell’inchiesta. Secondo l’accusa Enrico Trovato sapeva delle perdite dei serbatoi di stoccaggio del greggio, segnalate già dal 2012, e non avrebbe detto né fatto nulla per evitare che la situazione peggiorasse. Allo stesso tempo, il GIP parla di “scelte scellerate per interessi economici” nei riguardi di Eni. “Cosa ne è stato delle 400 tonnellate (dichiarate ufficialmente) di greggio permeate nel ter- reno”, scrive Re:Common, “non è ancora dato esattamente sapere”. Stessa sorte per le vicende che hanno portato al suicidio di Gianluca Griffa. “Quanto accaduto è la conferma di quello che studio e scrivo da tempo su ciò che accade in Val d’Agri” – racconta la professoressa Albina Colella – già nel 2011 avevo riscontrato un’elevata concentrazione di idrocarburi nelle acque del Pertusillo, e successivamente anche nei sedimenti.

“La situazione, che all’epoca avevo fotografato, ha poi trovato riscontro nelle parole dell’ingegnere Griffa, che aveva capito tutto”. La Colella, docente di Geologia all’Università di Potenza, nel 2015 era stata denunciata da Eni per diffamazione, danni morali e patrimoniali, dopo alcune dichiarazioni rese in tv sulle acque contaminate. All’epoca dei fatti a capo del Cova c’era sempre Enrico Trovato e alla professoressa venne chiesto un risarcimento di 5 milioni di euro, poi rigettato. Stando ai racconti della professoressa Colella, “in Basilicata c’è grande preoccupazione per la situazione ambientale ma anche tanta paura di esporsi”.

L’impatto c’è e si vede

Cinquant’anni di estrazione petrolifera lasciano il segno. Tra fuoriuscite naturali e corposissimi sversamenti artificiali, nella Val d’Agri negli ultimi anni sono stati rilevati danni di portata inquietante, sia negli impianti più antichi che in quelli ampiamente attivi. I primi sono in parte, oggi, in fase di decommissioning, come la centrale a gas di Ferrandina, tra le prime ‘impronte’ di Eni nella regione. Tra le fasi della dismissione proprio di questa centrale c’è la “messa in sicurezza delle acque di falda mediante impianto pump and treat”, ove le falde acquifere potevano essere affette. Non lontano, in Valbasento, il Tecnoparco altro non fa che smaltire acque reflue e rifiuti pericolosi: ogni anno tratta oltre 1 milione di mc di reflui, compresi quelli derivanti dalle attività estrattive di idrocarburi. Attualmente i suoi vertici sono stati rinviati a giudizio per “smaltimento senza autorizzazione di 31mila metri cubi di rifiuti speciali liquidi scaricati nel fiume Basento”. Di Eni abbiamo già citato la responsabilità nello sversamento di 400 tonnellate di petrolio: se dapprima l’a.d. Descalzi si era affrettato a sminuire la portata dell’incidente in Senato, il Ministero dell’ambiente l’aveva descritto come “rilevante”. E rilevante sarà, portando alla “contaminazione e compromissione di 26mila metri quadrati di suolo e sottosuolo dell’area industriale di Viggiano e del reticolo idrografico a valle dell’impianto” (sempre secondo il ministero), smentendo quindi le dichiarazioni dell’assessore Pietrantuono che aveva subito smentito la correlazione tra la “dichiarazione di incidente rilevante e il danno ambientale”. Come nella maggior parte dei casi, l’impatto ambientale registrato è stato accompagnato da un impatto sanitario particolarmente rilevante.
Ma quando nell’aprile 2011 una ventina di operai della Elbe sud furono ricoverati dopo essere stati investiti da una nube proveniente dallo Centro oli (probabilmente di idrogeno solforato) la risposta di Eni non si fece attendere: si legge nel successivo comunicato stampa che “dalle verifiche effettuate escludiamo nella maniera più assoluta che si sia verificato un qualsivoglia evento (incidente, problema od anomalia) che abbia comportato un rilascio di idrogeno sol- forato in atmosfera”. La lotta per far sì che il curriculum di Eni non si sporcasse troppo è stata dura, e ha coinvolto in maniera decisiva anche l’ambito accademico. Nel settembre 2017 vengono presentati i risultati della Valutazione di impatto sanitario realizzata dal gruppo di lavoro Ifc-Cnr, Università di Bari, Ise-Cnr, Isac-Cnr e Dep. Lazio, e il quadro è tragico per la Val d’Agri. Qualche dato:

per le malattie ischemiche nelle donne, un rischio dell’80% in più nella classe di maggiore esposizione rispetto a quella di minore esposizione;

● per le malattie respiratorie croniche negli uomini, un rischio del 104% in più nella classe di maggiore esposizione rispetto a quella di minore esposizione, +202% per le donne;

● dalle analisi di mortalità si osserva un eccesso statisticamente significativo per le malattie del sistema circolatorio, sia nelle donne (63%) sia nel dato cumulativo uomini+donne (41%)

In tutta risposta a questo quadro apocalittico arrivano le controdeduzioni dell’Eni, grazie ad uno studio portato avanti da un “collegio di esperti composto da illustri docenti dell’Università La Sapienza e Tor Vergata di Roma e ricercatori dell’Istituto superiore di Sanità”, in cui si afferma con forza che “non esiste alcuna emergenza sanitaria”, mettendo in dubbio la metodologia di raccolta dati e la mancanza di prove sul rapporto causa-effetto. L’attenzione “accademica” di Eni in Basilicata è una bestia del tutto particolare. Il 24 marzo 2019, “alla presenza del Presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte, del Ministro per il sud Barbara Lezzi e del Presidente della regione Puglia Michele Emiliano”, Eni e Cnr hanno raggiungo un “Joint research agreement per l’istituzione di quattro centri di ricerca congiunti localizzati nel mezzogiorno”. Uno di essi si svilupperà proprio in Basilicata, concentrandosi sulla “gestione sostenibile e innovativa del ciclo dell’acqua”.

Carbone contro Ossigeno

Lo sfondo è Valdo Ligure, comune di poco più di 8000 abitanti in provincia di Savona: è nel pieno di questo centro abitato che, dal 1970 al 2014, è stata attiva la centrale a carbone italo-francese di Tirreno Power, oggi sotto processo per disastro ambientale e sanitario colposo. L’11 marzo 2014 il sequestro e nel giugno 2016 la chiusura definitiva: ad oggi sono ventisei i manager sotto accusa, mentre si sono costituiti parte civile numerose associazioni ambientaliste tra cui Greenpeace, Wwf, Uniti per la Salute, Legambiente e Medicina Democratica. “Tirreno Power”, cogestita dalla multinazionale italiana Sorgenia e da quella francese Engie, ha dovuto chiudere i battenti dopo che per anni cittadini, associazioni ambientaliste e Ordine dei medici locali hanno denunciato il disastroso impatto ambientale nonché i casi – sempre più frequenti – di malattie e decessi nelle aree limitrofe alla centrale. Ad essere imputato a Tirreno Power è stato innanzitutto il mancato ammodernamento e la messa in regola degli impianti, ma si è aggiunta alle accuse l’assenza pressoché totale, da parte dell’azienda, degli accorgimenti atti a limitare le emissioni nocive per l’ambiente e per l’uomo. Come riporta un’inchiesta condotta da La Repubblica, secondo le ispezioni Arpal (Agenzia regionale per la protezione ambientale della regione Lazio) e Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), la centrale a carbone avrebbe superato massicciamente diversi parametri,  dall’eccessivo scarico in mare all’emissione di fumi e polveri sottili nell’atmosfera, e ritenuta dunque non più a norma. Inoltre, secondo quanto emerge dalla stessa inchiesta, la centrale savonese sarebbe stata incapace di monitorare la gestione di rifiuti e scorie e avrebbe utilizzato «olio combustibile con percentuali di zolfo superiore a quelle prescritte, con emissione di anidride solforosa». Un vero e proprio attentato ambientale consumatosi ai danni di acque, aria e non solo. Oltre l’ambiente, infatti, anche l’uomo ne ha risentito gravemente; secondo gli studi condotti dall’istituto di fisiologia clinica del Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa, l’aumento del tasso di mortalità tra 2001 e il 2013 è salito al 49% nell’area della centrale. Inoltre, è stato riscontrato un eccessivo aumento del tasso di malattie del sistema circolatorio, dell’apparato respiratorio, del sistema nervoso e una notevole incidenza di tumore ai polmoni: la procura ha indagato su circa 430 morti definite anomale e su oltre 2000 ricoveri di adulti e 600 ricoveri di bambini. Gianfranco Gervino di “Uniti per la salute” ha spiegato come la centrale di Vado Ligure producesse e consumasse mediamente 4000 tonnellate al giorno di carbone, pari a ben quattro volte le tonnellate che mediamente vengono bruciate dai treni merci ogni giorno: numeri spaventosi se si pensa, prima di tutto, che il disastro si è consumato tra le strade, le case, le scuole di una piccola città ligure, danneggiata ormai irrimediabilmente.

Articolo di Ettore Iorio, Pietro Forti, Francesca Asia Cinone e Leonardo João Trento

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