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La quarantena dei sex worker

Come un settore dimenticato affronta una delle maggiori crisi sociali ed economiche di sempre

di Alessandro Luna e Luca Pagani

"All'inizio, quando a fine febbraio hanno iniziato a parlare di questa cosa, anche io l'avevo presa alla leggera, non ci credevo e pensavo fosse una specie di complotto.

Non pensavo che potesse succedere davvero". A parlare è E., escort di 30 anni, abita a in provincia di Milano e da quando in Lombardia è stata imposta la quarantena ha dovuto, come molte altre professioniste del settore, fare i conti con le restrizioni. "Faccio qualche lavoro sulle webcam, ci si arrangia come si può, ma a parte la situazione economica è anche questione di tenere la mente occupata. La maggior parte delle persone che si buttano in questo lavoro, come lo vogliamo chiamare, lo fa anche perché ha una sorta di depressione. Almeno io non lo faccio solo per i soldi, è un modo per sentirmi più calma."

Per i più temerari le misure di quarantena non rappresentano un ostacolo. "Alcune persone non capiscono ancora la gravità della situazione, qualche cliente si è offerto anche di pagare un sovrapprezzo per vedersi nonostante la quarantena, ma io ho sempre detto di no. Anche qualcuna delle mie colleghe non ha rispettato le norme." La situazione peggiore la vive chi in questo momento non ha a disposizione una casa in cui stare senza spese. "Le persone che affittano camere e stanze alle ragazze stanno approfittando della situazione non abbassando i prezzi, sanno che non hanno un reddito, non ha senso continuare a fargli pagare l'alloggio." Chi come E. lavora nella prostituzione, da un giorno all'altro si è trovato a fronteggiare da solo le norme introdotte per la diffusione della pandemia dei decreti del governo. Se prima, infatti, una prostituta sul ciglio della strada in attesa di clienti poteva non dare più di tanto nell'occhio, oggi operare nel deserto sociale è diventato quasi impossibile ed è facile cadere preda delle forze dell'ordine e delle famose multe per "inottemperanza alle norme".



Chi come E. lavora nella prostituzione, da un giorno all’altro si è trovato a fronteggiare da solo le norme introdotte per la diffusione della pandemia dei decreti del governo.


"Alcune persone non capiscono ancora la gravità della situazione, qualche cliente si è offerto anche di pagare un sovrapprezzo per vedersi nonostante la quarantena, ma io ho sempre detto di no. Anche qualcuna delle mie colleghe non ha rispettato le norme."

- E., 30 anni

Reinventarsi contro il virus

La testimonianza di E. conferma che non ci sia una linea di azione precisa, ognuno sta tentando di reagire come meglio può alla pandemia. La prostituzione virtuale, fatta da ragazze che erano abituate ad attirare clienti non con minigonne e tacchi sui marciapiedi delle vie consolari, ma con annunci elaborati e pittoreschi sui vari siti di escort, ha risposto in tre maniere diverse ai duri impedimenti che l'emergenza del coronavirus ha imposto agli affari. C'è, secondo il sito Escort advisor, chi ha semplicemente smesso di lavorare perché i soldi guadagnati e messi da parte in questi anni di attività, per ora, gli permettono di continuare a vivere in maniera abbastanza serena. Un'altra categoria - di cui E. stessa fa parte - è quella dei sex worker che si è ritirata in smartworking e che ha convertito le proprie prestazioni, non senza un certo sconto ed addolcimento dei prezzi.

La prostituzione virtuale, fatta da ragazze che erano abituate ad attirare clienti non con minigonne e tacchi sui marciapiedi delle vie consolari, ma con annunci pittoreschi sui vari siti di escort, ha risposto in tre maniere diverse all’emergenza coronavirus.

Sempre dallo stesso sito si legge che il 20% delle operatrici che prima vi avrebbero volentieri incontrato nelle loro case oggi invece si è convertita al ruolo inedito di "camgirl" a pagamento.

"Non faccio incontri ma faccio tutto online: sex online, spogliarello online. Lavoro con la webcam. Ci sono tanti uomini che mi chiedono di vederci, io ho messo annunci su più siti di varie nazioni. Attualmente ho clienti a Londra, a Napoli, a Barcellona, che mi chiedono di incontrarli ma gli dico di no, faccio solo la camgirl". Questa testimonianza di K., 28 anni di origine argentina, dimostra come il mercato si sia reinventato, superando i decreti messi in atto contro il virus e garantendo alle persone che lavorano di sopravvivere. "Ho sempre lavorato, ovviamente ho qualcosa da parte e non ho richiesto i 600€ all'Inps. Adesso continuo a lavorare, faccio 300€ a giorno e questo mi permette di andare avanti".

Il fenomeno della tratta in Italia

La terza categoria è la più colpita dall'emergenza. Comprende coloro che hanno iniziato da poco, ragazze sfruttate e che vivevano sotto la tirannia di qualche cosiddetto "protettore" che, ben poco interessato alla condizione di lavoratrici facilmente interscambiabili, non garantisce standard di vita tali da evitare loro di doversi rivolgere a strutture assistenziali. "Abbiamo fame e nessuno ci aiuta. Prima per strada lavoravamo, adesso ci finiamo a dormire negli scatoloni. Senza i clienti non possiamo più pagare l'affitto della stanza. Di coronavirus si può morire anche senza prendere la polmonite". Queste le parole che Gloria, arrivata da pochi anni dalla Nigeria, ha rivolto a un giornalista di Repubblica mentre aspettava in fila un piatto caldo alla Caritas di Roma. Si tratta perlopiù di persone che lavorano per strada e che ora si trovano completamente al verde e che dicono di "svegliarsi con i crampi della fame".

In questo campo sono molte le vittime di coercizioni. Diverse persone, infatti, sono le vittime di tratta, un fenomeno con connotazioni molto complesse e che vede nell'Europa un teatro privilegiato.



1 prostituta su 7 in Europa è vittima di tratta, mentre alcuni Stati Membri - non c’è alcuna specificazione su quali siano - hanno stimato che tra il 60% e il 90% del loro mercato della prostituzione sia coinvolto nelle tratte di esseri umani.


Il mondo dei sex worker - ovviamente non soltanto legato al genere femminile, su cui ci siamo soffermati nel corso di questa analisi - e del traffico di esseri umani sono chiaramente settori separati e da affrontare in maniera diversa. Tuttavia, la collocazione dei due fenomeni all'interno dello stesso ambito criminale da parte delle giurisdizioni di numerosi Paesi Europei porta inevitabilmente a una maggiore confusione a riguardo. E soprattutto finisce con l'aumentarne i punti di contatto.

Secondo dati Eurostat che prendono in esame il biennio 2015-2016, nei paesi membri sono state registrate 20.532 vittime di tratta. Sempre secondo questo studio i due maggiori ambiti di interesse per le organizzazioni criminali rimangono lo sfruttamento sessuale (78%) e quello del lavoro (15%). Questi numeri si riferiscono però solamente ai casi accertati dalle autorità giudiziarie o attività non governative. Nello stesso documento viene sottolineato che il numero reale delle vittime sia sensibilmente più alto, in quanto non ci sono dati sul rapporto tra il numero di casi identificati e non. In una ricerca condotta da un organo interno al Parlamento Europeo viene riportato che secondo le statistiche ufficiali particolarmente prudenti suggeriscono che 1 prostituta su 7 in Europa sia vittima di tratta, mentre alcuni Stati Membri - non c'è alcuna specificazione su quali siano - hanno stimato che tra il 60% e il 90% del loro mercato della prostituzione sia coinvolto nelle tratte di esseri umani.

In Italia le vittime accertate, secondo il rapporto di Save The Children, sono ben 1.660.

"Molte persone vittime di tratta se non pagano vengono maltrattate e in questa situazione sono ancora più vulnerabili, perché costrette ad andare in strada a cercare qualche cliente per pagarsi vitto e alloggio", afferma Pia Covre, attivista e rappresentante del Comitato per i diritti civili delle prostitute.

20.532 vittime di tratta nel biennio 2015-2016 nei Paesi Membri dell'UE.

3,9 miliardi di euro il valore del mercato della prostituzione

12% lavoratrici del settore che si sono rivolte all'Inps

Le associazioni

La rilevanza del fenomeno della tratta di esseri umani si riflette anche su una risposta per proporre percorsi di assistenza di vario genere. In Italia moltissimi si adoperano per fornire un supporto alle vittime del fenomeno della tratta. Su tutto il territorio italiano sin dagli anni 80 si sono diffuse varie associazioni di assistenza, che operano sulle località di appartenenza portando sostegno sociale, economico e, nei casi in cui è disponibile un ambulatorio, anche sanitario.

"Ci sono dei comuni che mettono a disposizione dei residenti gli aiuti messi in campo dal governo - spiega la Covre - Per le persone che invece abitano nella cittadina ma non sono residenti, come nel caso della maggioranza delle sex workers, questo è un problema.

Le associazioni: L'esistenza dei servizi di assistenza ufficiali, e allo stesso tempo la mancanza di una regolamentazione del settore dimostra un atteggiamento istituzionale schizofrenico, o quantomeno timoroso, nel cercare di affrontare il problema.

A fronte di questa difficoltà ci sono le associazioni che, per come possono, si adoperano per aiutare chiunque sia in difficoltà". Pia Covre prosegue poi citando l'operato del Consultorio Transgenere di Torre del Lago Puccini che, oltre ad offrire diversi servizi come quello di supporto psicologico e endocrinologico, a fronte dell'emergenza che la comunità sta vivendo, si è adoperato per la distribuzione di alimenti per le persone in difficoltà, anche grazie al sostegno della Protezione Civile. La catena di solidarietà messa in moto da queste associazioni comprende però anche i cittadini, che sono invitati a dare il loro contributo attraverso una campagna di raccolta fondi creata dal Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute.

Oltre a questi veri e propri programmi di emersione, esiste anche una risposta istituzionale. Il Ministero dell'Interno ha creato un Numero Verde volto a fornire informazioni sui servizi che lo stato garantisce alle vittime di tratta, per indirizzarle verso i servizi socio sanitari più adatti.

Dal 2000 al 2012 stando a dati del Dipartimento per le Pari Opportunità oltre 68.000 persone hanno usufruito dei servizi offerti dalle associazioni o dallo Stato, di questi, 22.000 hanno partecipato a programmi di reinserimento e integrazione sociale. L'esistenza dei servizi di assistenza ufficiali, e allo stesso tempo la mancanza di una regolamentazione del settore - che, come si è detto, è il maggior contenitore del fenomeno della vittima di tratta - dimostra un atteggiamento istituzionale schizofrenico, o quantomeno timoroso, nel cercare di affrontare il problema. Ciò diventa particolarmente evidente analizzando il quadro legislativo in cui si muovono i sex worker.

Limbo

Da un lato infatti la legge italiana cerca di combattere il traffico di esseri umani. Nel 1998, l'articolo 18 del testo unico D.Lgs. 286/98 per le disposizioni in materia di disciplina dell'immigrazione, dedicato al soggiorno per motivi di protezione sociale, sancisce che il permesso di soggiorno venga rilasciato alla vittima nel caso in cui decida sia di sporgere una denuncia, sia nel caso in cui non possa o voglia rivolgersi alle autorità. Dall'altro lato la legge italiana non permette di trovare una soluzione in merito alla situazione che i sex worker vivono ogni giorno. Anzi.

In relazione della legge Merlin del 1958, che tutt'ora regolamenta la prostituzione, le professioniste del settore sono costrette in un confuso limbo legislativo che né le criminalizza, né le disciplina. Nonostante si tratti di un mercato che ogni anno fattura almeno 3,9 miliardi di euro, secondo le stime diffuse da Codacons a seguito di un'analisi del settore nel gennaio del 2018. "Quasi tutte coloro che in Italia svolgono lavori sessuali non sono in regola" spiega Pia Covre, che mette l'accento sul problema della legittimazione. "Non c'è riconoscimento del lavoro, in poche hanno deciso di aprire la Partita IVA come massaggiatrici rientrando negli aiuti previsti dal decreto "Cura Italia". Ma sono comunque pochissime".



In relazione della legge Merlin del 1958, che tutt'ora regolamenta la prostituzione, le professioniste del settore sono costrette in un confuso limbo legislativo che né le criminalizza, né le disciplina.


Aprire questo tipo di Partita IVA è infatti uno dei complessi sistemi che permette, alle professioniste che se ne adoperano, di avere accesso ad ammortizzatori sociali o a eventuali aiuti economici, ma le persone che riescono ad ottenerla sono pochissime. Da quanto si evince dai dati, che non possono mai dare un quadro pieno della situazione, sembra che solo il 12% delle lavoratrici del settore, quasi 2 milioni di ragazze, si siano rivolte al sito dell'Inps per accedere al bonus di 600 euro previsto per i lavoratori autonomi.

L'associazione per i diritti civili Certi Diritti ha presentato un appello, sottoscritto da varie associazioni, al Parlamento. Nel quale viene richiesto un impegno concreto da parte delle istituzioni sulla gestione dell'emergenza Covid-19 per il mondo sommerso della prostituzione. Gli obiettivi sono di estendere le misure economiche anche alle persone che svolgono questi lavori, intervenire anche nei casi in cui si tratta di immigrati irregolari e creare le condizioni per le associazioni che lavorano in questo campo di operare al meglio.

"L'emergenza in questo momento fa emergere il fallimento di una gestione emergenziale che non ascolta le rivendicazioni della società civile" è quanto afferma Leonardo Monaco, segretario e presidente dell'associazione Certi Diritti. "Ora come non mai serve che il Parlamento si riunisca estendendo il dibattito e non solo votando le fiducie. Noi con il nostro appello vogliamo ricordare che esistono categorie che sono rimaste totalmente fuori da questo dibattito".

Dove la legge non arriva

"Io ho vissuto in una casa di accoglienza, so come funziona, sono la prima che dice che bisogna legalizzare la professione. Si guadagnerebbe di più, molta della concorrenza se ne andrebbe, ognuno pagherebbe le tasse e si eviterebbe lo sfruttamento." Le sex workers come E. sono le prime a chiedere una legalizzazione della prostituzione e lo fanno tenendo a mente tutte quelle tutele e protezioni che avere un lavoro regolare e riconosciuto comporta ed assicura. "Ci sarebbero molte più tutele per la nostra categoria, dovremmo adottare un modello come quello olandese, così anche noi saremmo tutelate anche nel caso in cui qualcuno ci molestasse. Attualmente se siamo vittime di molestie non possiamo fare nulla". Secondo una ricerca condotta dalla London School of Hygiene & Tropical Medicine, la criminalizzazione del settore dei sex worker porta ad un aumento di tre volte della probabilità di subire violenze e un rischio due volte maggiore maggiore di contrarre l’HIV.



La criminalizzazione del settore dei sex worker porta ad un aumento di tre volte della probabilità di subire violenze e un rischio due volte maggiore di contrarre l'HIV.


Se il sistema della prostituzione fosse legale, forse oggi gli ingressi delle Caritas sarebbero meno pieni e le ragazze che invece li affollano potrebbero aver goduto in maniera indipendente dei propri guadagni, senza doverli dividere con un protettore. Figura, quello del "pappone", che è un chiaro derivato della situazione di non legalità della prostituzione.

In un regime legale una ragazza, se il cliente non vuole pagare, può chiamare la polizia invece del suo sfruttatore, senza temere di essere arrestata. Avremmo forse donne più protette, mentre chi oggi ne sfrutta le sofferenze potrebbe essere adeguatamente punito.

Come afferma Pia Covre: "Bisogna riconsiderare la possibilità di riconoscere questo lavoro, in modo che ci siano garanzie e tutele legali come dovrebbero esserci per ogni mestiere".

"Bisogna riconsiderare la possibilità di riconoscere questo lavoro, in modo che ci siano garanzie e tutele legali come dovrebbero esserci per ogni mestiere".

- Pia Covre

Illustrazioni di Gionatella