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Le “emergenze immigrazione” sono crisi umanitarie

Periodicamente, per un motivo o per l’altro, il fenomeno dell’immigrazione in Italia torna sulle prime pagine dei giornali e sulla bocca dei principali esponenti del governo e delle opposizioni.

Nelle ultime settimane sono stati vari i casi tenuti d’occhio dai media e spesso bersagliati dall’opinione pubblica. Tra i primi, l’hotspot di Lampedusa, in grado di ospitare 95 tra coloro che sono sbarcati e invece ritrovatosi a ospitare un numero spesso vicino alle mille persone, e quella del focolaio all’interno centro d’accoglienza nell’ex caserma Serena di Casier, dove inizialmente su circa 300 “ospiti” 133 sono risultati positivi al test.

Com’era prevedibile, la vicinanza nei tempi tra le due emergenze è scaturita in appelli, discorsi accalorati in Parlamento e post infuocati sui social riguardo a quella che, prima di tutto, rischia di diventare in Italia un’emergenza umanitaria. E che, invece, viene puntualmente come un’emergenza sociale gestibile solo attraverso la chiusura totale dei confini.

 

Lampedusa non è il punto di arrivo

L’immigrazione, ovviamente, verso Italia è in parte “tenuta a bada” dalla presenza dei famigerati centri di detenzione libici, 11 dei quali sono governativi (che trattengono 2812 persone), e secondo l’Organizzazione Interanazionale delle Migrazioni il numero dei centri “gestiti da scafisti e trafficanti” sarebbe “incalcolabile”. Ma le partenze verso Lampedusa non si fermano, con 5300 persone annegate nel Mediterraneo (4000 nella sola del Mediterraneo centrale) morti dal primo accordo sino a inizio 2019 secondo Oxfam.

Gli sbarchi, nelle ultime settimane, sono sì aumentati, ma ad accogliere chi sbarcava c’è stato un sistema decisamente impreparato e lacunoso, e di qui il problema del sovraffollamento dell’hotspot di Lampedusa. L’isola, di fatto, non costituisce mai il punto di arrivo per chi ha appena attraversato il Mediterraneo, ma l’inizio di un viaggio diverso, e potenzialmente non meno pericoloso: ritrovarsi nell’hotspot di Lampedusa non è una formale scomodità, in tempi di pandemia, è pericoloso. Nonostante i continui spostamenti in altre strutture (da cui più volte decine di persone sono fuggite). E le lacune non sono solo di spazio.

«Gli hotspot hanno generato pericolose zone d’ombra: l’ambiguità giuridica di questi luoghi finisce così per incidere sulla libertà personale degli ospiti, che oltretutto non possono godere di una tutela giurisdizionale». A descrivere la condizione al limite della realtà del primo approdo per moltissimi di coloro che arrivano in Italia è Katia Scannavini, vice-segretaria generale di ActionAid Italia. «Proprio il determinarsi di forme illegittime di trattenimento, in violazione delle garanzie poste dall’articolo 13 della Costituzione a tutela dell’inviolabilità della libertà personale, rappresenta uno degli aspetti più inquietanti reso possibile dalla assenza di base giuridica organica. In un numero rilevante di casi, inoltre, sono emerse ulteriori violazioni quali l’applicazione di prassi arbitrarie di selezione tra richiedenti asilo e cd. migranti economici, molto spesso orientate in ragione della nazionalità dei migranti, il mancato o insufficiente orientamento ai diritti, l’emissione di provvedimenti di espulsione o di respingimento differito e l’attuazione di rimpatri forzati in assenza di una valutazione caso per caso della presenza di eventuali cause di inespellibilità».

È negli hotspot che chi è sbarcato riceve la prima informativa legata, veicolata in maniera rapida e collettiva, a seguito del quale viene consegnato un foglio notizie. Come spiega nel dettaglio il primo podcast sulla “filiera dell’accoglienza” pubblicati recentemente da ActionAid Italia, è qui che si verifica la prima “scrematura” tra coloro che continueranno questo percorso a ostacoli e coloro che invece devono essere immediatamente espulsi. E quindi essere riportati nel proprio Paese d’origine, rinchiusi in un CPR – strutture a cui Scomodo ha dedicato un lungo approfondimento sul proprio numero 32 – o ricevere un ordine di allontanamento da eseguire autonomamente entro 15 giorni. «I centri hotspot sono pensati anche come luoghi di prima accoglienza: la dicitura utilizzata è infatti quella di CPSA, ovvero centro di primo soccorso e accoglienza/hotspot», continua Scannavini. «Il sovrapporsi e mescolarsi di pratiche umanitarie (soccorso, accoglienza e ristoro) e di pratiche di polizia (identificazione, avvio delle procedure per la definizione degli status, respingimenti e rimpatri) crea un’ambiguità di fondo su cui è necessario aprire una riflessione. Tale ambiguità infatti inquina le delicate dinamiche che si sviluppano nella relazione di aiuto, già intrinsecamente caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi dà e chi riceve».

 

I centri d’accoglienza sono cruciali, ma nessuno li vuole

«Oggi c’è una scarsa trasparenza del sistema di accoglienza straordinario per richiedenti asilo e rifugiati, mancata coerenza nelle procedure di assegnazione dei bandi di gestione sul territorio nazionale, disomogeneità delle stime e delle voci di spesa, difficoltà di accesso ai dati». A sommarsi a questa poca trasparenza, aggiunge Scannavino, c’è stato l’intervento del primo decreto Salvini, che ha tagliato uno dei pilastri su cui si poggiava la gestione dell’immigrazione regolare in Italia. «Con il sistema SPRAR, l’affido di risorse economiche poggiava sull’idea dei progetti e non sul numero delle persone, questione oggi centrale nell’assegnazione dei fondi. Un cambiamento forte e significativo, che ha – tra le altre questioni – azzera un prezioso lavoro, capace di mettere in campo professionalità e potenzialità cruciali. È stato minato un intero settore di lavoro e dall’entrata in vigore dei cosiddetti Decreti Sicurezza sono a rischio 18mila posti di lavoro. Si calcoli, poi, che il mancato riconoscimento di un numero crescente di richieste di protezione internazionale – oltre a ribadire una rischiosa deriva culturale e di diritto – avrà appunto un riflesso anche in termini economici».

Il secondo dei “temi caldi” ha come scenario in un non meglio qualificato centro d’accoglienza nel trevigiano, gestito dalla locale cooperativa Nova Facility. Che, guarda caso, gestisce anche l’hotspot di Lampedusa. Il presidente Gianlorenzo Marinese con tutta tranquillità il 29 luglio sosteneva in un’intervista al Gazzettino che la situazione fosse sotto controllo, grazie al “modello trevigiano” portato nell’hotspot di Lampedusa: «Siamo molto fortunati, possiamo contare su un gruppo di ragazzi giovani provenienti da Treviso, Oderzo, Pordenone, Udine, cresciuti nelle nostre strutture. Portiamo tanta umanità, stiamo attenti alla gestione del rischio biologico». Questo pochi giorni dopo le parole del sindaco Martello («Se il governo non proclamerà lo Stato di emergenza per Lampedusa lo farò io») e a proposito di un hotspot da cui nel giro di meno di un mese erano transitate oltre 4000 persone, a fronte la capacità limitata di cui sopra, e aggiungendo che uno o più trasferimenti verso altre regioni «non mi sembra proprio possibile […] ma non mi vengono comunicate le destinazioni dei ragazzi che rimangono qui solo due-tre giorni e poi se ne vanno». Soprattutto, pochi giorni prima del rilevamento di 133 casi nell’ex caserma Serena di Casier, gestita dalla sua Nova Facility, e che il presidente della Regione Veneto Zaia che «resta inteso che strutture come queste vanno dismesse, questo sistema di ospitalità è fallimentare in tutti i sensi (la struttura non ospita chiaramente nessuno di coloro che sono sbarcati nell’ultimo mese, ndr)».

Su tali strutture, quindi, c’è una gran confusione, tanto sui criteri con cui vengono assegnate e gestite quanto sulla politica che le riguarda. Gli hotspot, sovraccarichi, sono l’unico tipo di prima accoglienza prevista, ma comunque quello di Lampedusa sarebbe “inutile e dannoso”, secondo le parole dello stesso sindaco nel 2017. Al contempo, la gestione dei centri d’accoglienza nelle declinazioni attuali, privata del sistema SPRAR, continua a subire mutilazioni e attacchi (come descritto nel secondo dei podcast sul tema di ActionAid Italia) come se fosse un obiettivo dichiarato quello di rendere possibile solo l’immigrazione irregolare in Italia.

 

Chi migra è sistematicamente vittima di razzializzazione

E in effetti, il percorso di razzializzazione dell’immigrato passa anche per questo presupposto. «Se il razzismo scientifico si basava sulla differenza biologica, oggi l’accento è posto sulle differenze culturali e di una presunta identità. In questo modo le pratiche razziste si esprimono attraverso l’esclusione: l’escludere gli altri, quelli diversi, quelli che quindi sono un pericolo, dalla propria comunità», commenta Scannavini. «Certo, attenzione, non si pensi che un tipo di razzismo escluda l’altro e che quindi il cosiddetto razzismo biologico non esista più. Sarebbe una fuorviante illusione. Le due questioni spesso si incrociano, ma se appunto è più semplice escludere espressioni di palese razzismo biologico in certe scelte politiche, credo che diventi più complesso dimostrare che alcune prese di decisione non si poggino sull’idea di esclusione, sull’idea di tenere fuori da alcuni confini persone che devono essere controllate, che di per sé rappresentano appunto un pericolo solo in quanto non appartenenti a una presunta comunità coesa». E non è un caso che in questa direzione vadano le dichiarazioni dei principali esponenti della destra contro l’immigrazione. Basta guardare alle parole di Zaia: «Sottolineiamo che il Veneto non è disponibile ad accogliere a meno che non siano persone che scappano da guerre e morte, da salvare senza se e senza ma. Assistere ad arrivi di imbarcazioni piene di migranti che vengono da Paesi dove non ci sono situazioni di pericolo, ma che hanno deciso semplicemente di venire in Italia, non è assolutamente accettabile».

Ma i “migranti che hanno deciso semplicemente di venire in Italia” chi sono? «Chiediamoci perché nel mondo persone rischiano la propria vita per emigrare. Alcuni diranno perché ci sono le ONG in mare, purtroppo se risponderanno così incapperanno in un errore, perché le ONG in mare (come del resto sono presenti alcune istituzioni preposte) sono in mare come conseguenza del fenomeno migratorio», commenta la vice-segretaria. «Le cause si annidano nella storia, ma ancora di più nel potere della finanza e dell’economia mondiale. Vogliamo, ad esempio, parlare del fenomeno del land grabbing? Ci sono grandi soggetti finanziari che espropriano piccoli proprietari terrieri e nella maggior parte dei casi chi è spogliato della propria terra si riversa nelle aree suburbane moltiplicando fame, miseria e povertà e provocando a loro volta spinte di sopravvivenza verso altri luoghi. Non dimentichiamoci poi che le terre espropriate saranno coltivate in modo intensivo erodendo i suoli, generando un impatto ambientale e climatico devastante, che a sua volta altera i luoghi e le condizioni di vita. Potremmo però parlare delle politiche promosse, anzi imposte, da soggetti come il FMI e dalla Banca Mondiale. Potremmo affrontare l’analisi della decadenza degli Stati; le conseguenze della colonizzazione e della post-colonizzazione. Già, tutto molto complesso: richiede analisi, sapere, capacità di leggere fenomeni complessi in chiave sistemica».

Come se non bastasse, «la crisi da Covid avrà conseguenze incalcolabili su economie già in difficoltà e le migrazioni anche interne al continente stanno cambiando», dice Federico Soda, capo missione in Libia per l’OIM, al Corriere della Sera. E molti sono vicini: «In Tunisia ad esempio tutte le attività turistiche sono chiuse e chi viveva di quello rientra nei nuovi flussi di migranti visti in questi giorni».

 

Le cause per cui si emigra sono già moltissime, e vanno moltiplicandosi, non solo a causa del COVID-19. E tanto il sistema d’accoglienza quanto il sistema politico italiano stanno dimostrando di non essere assolutamente pronti ad essere messi di fronte alle proprie lacune e alle proprie colpe.

 

Articolo di Pietro Forti