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Le rivendicazioni territoriali al confine tra India e Cina

16/08/2020

La notte del 15 giugno, lungo il confine tra Cina e India, tre soldati indiani sono stati uccisi in uno scontro con dei militari cinesi. Altri diciassette sono morti nei giorni successivi a causa delle ferite riportate nello scontro, portando il conto dei morti a venti. Oltre al numero di vittime, l’India ha anche denunciato la scomparsa di diversi loro militari e la morte di alcuni militari cinesi – trentacinque secondo i servizi segreti statunitensi – su cui, però, il governo di Pechino non ha rilasciato alcuna dichiarazione. Entrambe le parti hanno confermato come non si sia trattato di uno scontro a fuoco, ma che sono stati usati solamente pietre e bastoni. Ciò nonostante, si è trattato di una delle tensioni più gravi lungo il confine tra le due potenze asiatiche dal 1975.

 

Un confine con una storia difficile 

 

Lo scontro è avvenuto sul confine nella regione del Ladakh, tra le catene del Karakorum e dell’Himalaya, lungo quella che è stata chiamata la Linea Attuale di Controllo (LAC), nella valle di Galwan, che era stata al centro di un accordo raggiunto a maggio tra le due potenze. Nelle settimane successive all’accordo, le tensioni lungo la linea erano cresciute ed entrambe le potenze avevano aumentato il dispiegamento delle proprie forze lungo il confine. In particolare, la Cina aveva aumentato la presenza sia di forze armate che di mezzi militari. La crescente tensione è sfociata nello scontro del 15 giugno. 

 

Il confine tra India e Cina è un altro dei complicati lasciti della colonizzazione britannica. La divisione presente era stata tracciata dagli Inglesi nell’Ottocento, me nessuno dei due Paesi l’ha mai riconosciuta. Dopo l’indipendenza dell’India nel 1947, il nuovo governo aveva cercato di reclamare alcuni territori che i Cinesi non avevano mai abbandonato, tra cui anche la valle del Galwan, ma il governo di Pechino si era rifiutato di cederli. Fu solo nel 1962 che i due Paesi riuscirono a stabilire un confine semi-ufficiale, la Linea Attuale di Controllo, e da allora si incontrano periodicamente per discutere la questione delle frontiere e della costruzione di infrastrutture le quali potrebbero, potenzialmente, facilitare l’invio di rinforzi durante un possibile conflitto. 

 

Fino ad oggi, era nell’interesse delle due potenze mantenere un clima disteso per facilitare la crescita economica. Le due potenze asiatiche erano sempre state pari nel panorama mondiale, con un PIL più o meno simile e una spesa militare quasi identica: non era nell’interesse di nessuno entrare in un conflitto che non solo avrebbe potuto frenare l’economia ma non avrebbe neanche avuto nessun possibile chiaro vincitore. 

 

Oltre le motivazioni territoriali 

 

Ora, però, la situazione è cambiata. India e Cina non sono più due pari potenze nel sistema internazionale: con un PIL di 136 miliardi di dollari nel 2018, la Cina può vantare una ricchezza economica pari a cinque volte quella dell’India, il cui PIL è di 27 miliardi di dollari. La disparità è cresciuta anche nell’ambito della spesa militare, settore in cui nel 2019 la Cina ha speso 261 miliardi di dollari mentre l’India 71 miliardi. L’India non si trova in svantaggio rispetto alla Cina solo riguardo ricchezza interna e spesa militare; un altro importante ostacolo è rappresentato dalla dipendenza commerciale della stessa India nei confronti della Cina, la quale ha assunto un ruolo chiave nelle catene di approvvigionamento e nella creazione di legami commerciali con l’India. La leva della Cina sul mercato indiano copre aree critiche di dipendenza e l’India non può permettersi di punire la Cina senza causare una possibile ritorsione in un momento in cui la sua economia è particolarmente vulnerabile. 

Se è vero che l’India è cresciuta stabilmente nel corso degli ultimi decenni, non può più considerarsi pari alla Cina come potenza regionale e mondiale. Uno sviluppo che nessuno dei due Paesi può ignorare. Tenendo in considerazione questo cambiamento di equilibri, sarebbe forse un errore interpretare questo scontro come una anomalia, nonostante il carattere senza precedenti a causa della presenza di vittime, mentre sarebbe invece più corretto inserirlo ed analizzarlo all’interno della politica espansionistica della Cina. 

 

L’analisi dello scontro tra le due potenze, inoltre, non può essere limitata a un desiderio di espansione territoriale lungo un confine mai risolto, ma deve essere considerare anche il sistema di alleanze politiche e, specialmente, economiche sia con altri Paesi della regione che con altre grandi potenze del sistema internazionale. Per esempio, riguardo le alleanze politiche, entra in gioco la questione del Tibet: decine di migliaia di cittadini, il governo tibetano e perfino il Dalai Lama hanno trovato rifugio in India. Ma anche, parlando invece di questioni economiche, l’alleanza commerciale tra Cina e Pakistan e il progressivo spostamento di Nepal e Sri Lanka, un tempo chiari alleati dell’India, nell’area commerciale cinese. In particolare, l’alleanza con il Pakistan è legata al progetto della Nuova Via della Seta che prevede anche di creare un corridoio economico tra Cina e Pakistan e assicurarsi, quindi, uno sbocco sul Mare arabico. Per assicurarsi questo corridoio, la Cina ha fornito un sostegno sia economico che politico al Pakistan perché si assicurasse il controllo della regione dell’Himalaya, regione contesa anche dall’India. Per quanto riguarda invece i rapporti con altre grandi potenze internazionali è evidente che queste tensioni preoccupano principalmente Russia e Stati Uniti. 

 

Le preoccupazioni di Russia e U.S.A. 

 

Le tensioni sul confine tra India e Cina pongono anche la Russia in una situazione difficile. Mosca ha legami con entrambi i paesi. A seguito delle sanzioni economiche dell’Occidente, la Russia si è spostata verso la Cina, che offre importanti opportunità economiche e un sostegno diplomatico costante su diverse questioni di politica estera, come ad esempio quelle dell’Iran, in cui hanno sfidato assieme le sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti sul Paese. Questo loro rapporto, tuttavia, è guidato principalmente dalle rispettive politiche antagoniste verso Washington e, se è vero che hanno trovato un terreno comune su numerose questioni di politica internazionale, è anche vero che, altre volte, i loro interessi divergono. Innanzitutto, la Russia teme l’ascesa della Cina tanto quanto gli altri Paesi della regione. La Russia condivide un confine di 4.300 chilometri con la Cina, e, similmente all’India, hanno una storia di scontri e tensioni iniziata già negli anni ’60. In secondo luogo, la Russia teme una migrazione cinese di massa, in un futuro più o meno prossimo, nella vasta e scarsamente popolata regione dell’Estremo Oriente della Russia, appunto al confine con la Cina. Infine, la Russia teme la crescente influenza economica della Cina in Asia centrale. Dati quindi questi rapporti e, in particolare, la necessità della Russia di mantenere un certo equilibrio nella regione e contrastare il predominio cinese, non sarebbe sorprendente se Mosca si impegnasse per convincere i due Paesi a risolvere pacificamente il conflitto. In particolare, sono due le motivazioni che spingono la Russia a spingere perché venga evitato un possibile conflitto tra le due potenze asiatiche, entrambi relativi ai rapporti internazionali del Paese. Il conflitto metterebbe in crisi la crescente cooperazione multilaterale tra gli stati BRICS, gli stati con nuove economie emergenti a partire dall’inizio del millennio che comprendono Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. La Russia ha investito notevoli risorse diplomatiche e materiali nei BRICS e il disfacimento di questa cooperazione diplomatica e commerciale, causata da un conflitto tra due dei suoi più importanti membri, significherebbe una perdita significativa per il governo di Mosca. In secondo luogo, c’è la reale possibilità che questo conflitto spinga l’India più vicino agli Stati Uniti e la renda sempre più dipendente da Washington per quanto riguarda gli acquisti militari e la sicurezza. La Russia ha già subito le conseguenze dei crescenti legami di difesa insieme alle esercitazioni militari congiunte dell’India con gli Stati Uniti.

 

Anche gli Stati Uniti si sono dichiarati a favore di una soluzione pacifica, tanto che lo stesso presidente Trump si è offerto come mediatore tra le due parti, un’offerta che New Delhi ha declinato. Le motivazioni degli Stati Uniti sono, però, differenti da quelle russe: se da una parte la Russia ha bisogno di mantenere un equilibrio tra le due potenze, gli Stati Uniti temono che un conflitto armato possa avere come effetto l’aumento dell’influenza cinese in India. Gli Stati Uniti hanno cominciato a investire nei rapporti con l’India dall’amministrazione Clinton, tra la fine degli anni ‘90 e gli inizi degli anni 2000, e questi rapporti avevano portato, nel 2005, sotto l’amministrazione Bush, alla firma dell’Iniziativa di Cooperazione Nucleare Civile: in base a questo accordo, l’India ha accettato di separare le sue strutture nucleari civili e militari e, in cambio, gli Stati Uniti hanno concordato di lavorare per una completa cooperazione nucleare civile con l’India. La relazione tra Stati Uniti e India non si è fermata però alla questione nucleare e i due Paesi sono diventati, nel corso degli ultimi venti anni, due importantissimi partner commerciali. L’India avrebbe comprato articoli per la difesa del valore di 18 miliardi di dollari dagli Stati Uniti entro la fine del 2019 e i due paesi ora conducono più commerci bilaterali tra loro che con qualsiasi altro Paese. Gli Stati Uniti sono anche il principale partner commerciale dell’India in beni e servizi in combinazione con un commercio bilaterale complessivo di 142 miliardi di dollari nel 2018. Nonostante sotto l’amministrazione Trump le tensioni commerciali siano aumentate, i rapporti tra i due Paesi non sono mai sembrati più stretti, in particolare osservando il comportamento del presidente Trump e del primo ministro Modi che non hanno perso occasione per ostentare non solo l’alleanza tra i due Paesi, ma anche la loro personale amicizia e stima. In particolare, però, così come per la Russia, l’alleanza con l’India serve agli Stati Uniti per ostacolare l’espansione economica e di influenza della Cina. 

 

Sia India che Cina stanno attraversando un periodo di forte nazionalismo con due leader che hanno promesso di imporre i rispettivi Paesi come i principali attori politici ed economici sia nella regione asiatica che nel mondo. In un clima di questo genere la possibilità di un conflitto armato non sarebbe completamente fuori discussione, ma la realtà è che non converrebbe a nessuno dei due Paesi. Prima di tutto perché si tratta delle uniche due economie asiatiche che, secondo le previsioni, chiuderanno l’anno in positivo, e una guerra ostacolerebbe la loro crescita già segnata dalla pandemia. Pechino, inoltre, si trova a dover gestire un nuovo focolaio di Coronavirus nella capitale, le proteste a Hong Kong e le rinate tensioni nella Corea del Nord. Mentre New Delhi deve tenere in considerazione il fatto che la Cina rappresenta ancora uno dei suoi più importanti partner commerciali insieme agli Stati Uniti oltre al fatto che manca delle risorse per un conflitto armato contro la Cina. 

La mancanza di una volontà bellica da parte di entrambi i Paesi non significa però che la risoluzione delle tensioni sul confine sia a portata di mano. Sia il primo ministro Narendra Modi che il presidente Xi Jinping hanno sfruttato nazionalismo e rivendicazioni territoriali per prendere il potere e non possono rinunciarvi facilmente senza perdere parte della loro credibilità. 

Articolo di Elisa Pagni