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In Italia sono ancora legali le terapie di conversione

Queste terapie considerano l’omossessualità come una malattia da curare. E sono ancora legali in Italia.

28/12/2022

In Italia esistono ancora degli psicologi e psichiatri che si ostinano a impiegare le cosiddette “terapie riparative” o “terapie di conversione”, volte a modificare la condizione di omosessualità. Il loro approccio considera l’omossessualità come una malattia o comunque come una forma di devianza curabile. Questi terapeuti sono tipicamente sostenuti da gruppi psico-religiosi estremisti, che si fondano su presupposti ideologici per ridurre l’omossesualità al fallimento del processo di identificazione di genere. Esiste da tempo un allarme mondiale su questo tema, eppure l’Italia è tra i pochi Paesi rimasti a non aver creato una legge ad hoc per rendere illegali queste pratiche. 

A partire dagli anni ‘90,  genitori omofobi di minori omosessuali costringevano i loro figli a interventi terapeutici radicali per provare a cambiare il loro orientamento sessuale. Come si legge nello studio Deconstructing Reparative Therapy, nei casi più estemi le terapie includono non solo l’obbligo di castità, ma anche il ricorso a sedute di elettroschock e la prescrizione di emetici per indurre il vomito nel caso di situazioni di eccitazione sessuale per una persona dello stesso sesso. A diffondere a livello internazionale le terapie riparative furono gli scritti dello psichiatra americano Charles Socarides e, a seguire, quelli di Joseph Nicolosi, psicologo americano e cattolico conservatore, il quale organizzò in tutto il mondo “convegni formativi” sull’argomento. Tutto ciò mise in allerta l’American Psychiatric Association (APA) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che avevano già provveduto a derubricare l’omosessualità dalla classificazione delle psicopatologie, rispettivamente nel 1974 e nel 1990

Dagli anni ‘90 a oggi le terapie di conversione hanno sempre continuato ad esistere: secondo una stima della Società Italiana di Andrologia risalente a febbraio 2022, in Italia un giovane LGBTQ+ su dieci è stato sottoposto a terapie riparativeCome ricorda Vincenzo Bochicchio, professore universitario di psicologia dinamica all’Università della Calabria e psicoterapeuta, che si è occupato a lungo di processi psicosociali di stigmatizzazione delle persone LGBTQ+, negli anni ‘80 si distingueva ancora l’omosessualità egodistonica (in cui si è incapaci di accettare il proprio orientamento sessuale) dall’omosessualità egosintonica (in cui non si vivono conflitti con il proprio orientamento). La prima era considerata patologica e eventualmente meritevole di trattamento, come se il disagio verso il proprio orientamento sessuale non venisse determinato dallo stigma sociale e familiare che lo accompagnava.

In seguito la distinzione tra omosessualità egodistonica ed egosintonica fu ritenuta come superficiale e non basata su evidenze scientifiche, ma la formazione dei terapeuti di quel periodo continua ad avere varie conseguenze sulle posizioni terapeutiche attuali. I responsabili delle terapie di conversione, spiega Bochicchio, sono nella maggior parte dei casi professionisti anziani, legati ad organizzazioni religiose, che riescono a presentare queste terapie come una via di fuga ai soggetti più vulnerabili attraverso istigazione alla vergogna, al disprezzo di sé e alla confusione. Tra le note conseguenze di queste pratiche ci sono depressione, isolamento sociale, disfunzioni sessuali e pensieri suicidi

Nonostante siano dunque dannose e senza basi scientifiche, in Italia esistono ancora degli apostolati cattolici che, anche se non esplicitamente, promuovono queste terapie. Uno di questi è Courage Italia. La loro pagina ufficiale oggi rimanda al sito internazionale di Courage. Fino al 2019, invece, Courage Italia aveva un proprio sito. Sulla home page si leggevano annunci di questo tipo: 

«Attraverso il nostro sito potrai avere informazioni circa l’attrazione per lo stesso sesso e la castità. Con lo sviluppo di una vita interiore di castità, una chiamata universale per tutti i cristiani, si può andare oltre i confini dell’identità omosessuale verso una più completa unione in Cristo».

Courage ha diffuso nel 2018 un comunicato stampa in cui sosteneva di non fornire e non approvare terapie riparative. Eppure la loro pagina suggeriva, oltre al percorso religioso, di rivolgersi all’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (Aippc) e all’Associazione Terapisti Cattolici (Atc) «per contattare un professionista che comprenda e sostenga l’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità». Erano anche pubblicati dei passaggi del Catechismo della Chiesa Cattolica in cui si descrive l’omosessualità come devianza: «Un numero non trascurabile di uomini e donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza». Esplicitano anche che disordinato è «un termine filosofico usato per descrivere omosessuali perché tali attrazioni non possono mai portare a un atto sessuale moralmente buono». Courage Italia non ha risposto alle nostre richieste di commento.

Le pratiche delle terapie riparative, essendo contrarie ai principi del codice deontologico degli psicologi, sono vietate dal Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi e dalla Società italiana di psicologia. Senza una legge specifica, però, è sicuramente più difficile impedire l’esercizio delle terapie riparative all’interno del nostro Paese. 

Durante le ultime elezioni, svoltesi a settembre scorso, l’alleanza Europa Verde – Sinistra Italiana è stata l’unica a proporre nel programma l’introduzione di una legge per porre fine alle terapie di conversione. Durante la scorsa legislatura, l’unico tentativo di portare la discussione delle terapie di conversioni al Parlamento fu ad opera di Sergio Lo Giudice, ex senatore Pd ed ex presidente di Arcigay, il quale il 17 maggio 2016 presentò un disegno di legge sul tema dal titolo «Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori», co-firmato da parlamentari di PD, M5S e gruppo misto. Il disegno di legge prevedeva il carcere fino a due anni e multe dai 10.000 euro ai 50.000 euro. Sebbene fosse stato assegnato alla Commissione di Giustizia il 26 luglio 2016, i lavori non sono andati più avanti. Era stato presentato in un periodo durante il quale la legislatura italiana stava approvando la legge sulle unioni civili e dopo sei mesi ci fu il passaggio dal governo Renzi al governo Gentiloni, quindi il disegno di legge non fu considerato una priorità.

Sul piano internazionale la situazione è un po’ diversa. Un report del 2020 di Victor Madrigal-Borloz, esperto di diritti umani sulla protezione contro la violenza e le discriminazioni dovute all’orientamento sessuale e all’identità di genere delle Nazioni Unite, evidenzia che ancora 68 Paesi (tra cui Cina, Corea e Africa) praticano queste terapie. Il report raccomanda che ogni stato bandisca le terapie di conversione e che i fondi nazionali non vengano usati per supportare queste pratiche, inoltre non dovrebbero essere promossi nel settore della salute, a scuola o in ambito religioso. L’Unione Europea condanna qualsiasi tipo di discriminazione nei confronti delle persone della comunità LGBTIQ+ ma non esiste una legge effettiva che condanni le terapie di conversione a livello europeo. L’UE ha adottato i principi di Yogyakarta, una serie di regole riguardo l’orientamento sessuale e l’identità di genere dove si parla esplicitamente delle terapie di conversione, sottolineando che ogni Paese dovrebbe avere delle leggi per vietarle. L’instaurazione di leggi di questo tipo, tuttavia, viene lasciata ai singoli membri. Malta è stato il primo Paese europeo a bandire le terapie di conversione nel 2016, seguita poi dalla Francia nel 2021. Negli ultimi due anni, invece, Grecia e Germania le hanno vietate solo per i minorenni. 

Proprio sul divieto per i minorenni si concentra la proposta di legge del deputato Alessandro Zan, presentata il 19 ottobre 2022 alla Camera, dal titolo «Divieto dell’esecuzione di terapie volte alla conversione dell’orientamento sessuale su soggetti minorenni». Ancora non è stata assegnata in commissione.

Articolo di Sara Innamorati e Gaia Russo