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A che punto è la legalizzazione della cannabis in Italia

Con il recente dibattito tra membri della maggioranza sulla legalizzazione della cannabis è bene fare un passo indietro e considerare la situazione dell'Italia rispetto al resto del mondo

La cannabis, la pianta più temuta al mondo, e la sua legalizzazione sono tornate a far parlare di sé. Solamente nel 2020, il settore della cannabis ha generato più di 20 miliardi di dollari a livello mondiale, con un aumento addirittura del 48% rispetto al 2019. Un giro d’affari che continua a espandersi, moltiplicando posti di lavoro e sottraendo una larga fetta di mercato alla criminalità organizzata.

Nei difficili mesi di lockdown, il settore della cannabis ha subito un vero e proprio boom, facilitato anche dalle morbide restrizioni di alcuni Paesi che, considerando la cannabis un prodotto essenziale per superare ansia e stress, hanno garantito le vendite online e le consegne a domicilio. Ma parte di questo successo è dovuto soprattutto al momentum che sta attraversando grazie ai recentissimi avvenimenti.

Per gli Stati più fortunati, infatti, gli anni della guerra alla droga e del proibizionismo più sfrenato sembrano essere soltanto un lontano ricordo. E sono proprio le ultimissime notizie di quest’anno che fanno ben sperare per tutti: dall’ONU agli Stati Uniti, passando per l’Unione Europea, una volta che si accende il dibattito sulla riforma della cannabis diventa impossibile per i proibizionisti poterlo domare, censurare e spegnere.

Ma cosa è successo quest’anno e cosa dovremmo aspettarci in futuro?

 

“Cessate il fuoco”, gli USA alzano bandiera bianca nella guerra alla droga.

Gli Stati Uniti che conosciamo oggi non sono più il Paese che, nel 1937, approvò la Marijuana Tax Act, la legge federale che introduceva per la prima volta sanzioni penali per il possesso, la produzione e la distribuzione di cannabis. Da allora, molte cose sono cambiate fino a mettere in discussione le stesse politiche proibizioniste che hanno fallito nella loro utopica battaglia di sradicare per sempre una pianta dal suolo americano.

Con dei cittadini più informati delle proprie scelte e della loro libertà, la cannabis sta vivendo un nuovo processo di normalizzazione nel contesto sociale americano, indebolendo così la retorica di chi urlava “la droga è morte”. Però, questa maggiore consapevolezza sull’uso e sul commercio della cannabis è scaturita soprattutto dalle ferite che milioni di americani hanno dovuto subire sulla propria pelle a causa di politiche troppo repressive.

Le forze dell’ordine americane effettuano ancora oltre 1 milione di arresti per possesso di droga ogni anno, molti dei quali portano a pene detentive. Questo provoca un sovraffollamento delle prigioni americane, con il 46% della popolazione carceraria che sconta pene relative alle sostanze stupefacenti: quasi un detenuto su due.

Una giustizia, inoltre, che non si è dimostrata equa. Negli USA, il proibizionismo della cannabis ha rivelato problemi non solo giuridici, ma anche e soprattutto discriminatori. Il razzismo sistemico nel mondo giudiziario ha aumentato la probabilità per i membri delle comunità afroamericane e ispaniche di essere arrestati e condannati per reati legati alla droga. Questi arresti, quindi, non solo continuano a fornire gravi precedenti penali ma danneggiano ulteriormente le prospettive di lavoro per delle minoranze numerose e svantaggiate.

Una regolamentarizzazione dell’uso della cannabis negli Stati americani porterebbe ad affrontare formalmente questi pregiudizi giuridici, ponendo le comunità su un piano sostanzialmente di parità con gli altri cittadini. Questa è infatti la via che il neo-Presidente Joe Biden e la vicepresidente Kamala Harris hanno decisione di percorrere insieme: «Con l’amministrazione Biden-Harris, depenalizzeremo l’uso della cannabis e cancelleremo automaticamente tutte le condanne per il suo uso, ponendo fine all’incarcerazione per reati connessi a questa sostanza. Non è il momento per un mezzo passo, dobbiamo occuparci del problema e ci deve essere un cambiamento significativo di tutto il sistema».

Proprio lo scorso dicembre è stato approvato alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti il disegno di legge del deputato democratico Jerry Nadler per la decriminalizzazione della cannabis, il MORE Act (Marijuana Opportunity Reinvestment and Expungement Act). Invece, la versione corrispettiva del Senato è stata presentata contemporaneamente da Kamala Harris, che ricoprirà un ruolo fondamentale per il passaggio alla Camera alta, che presiede. Infatti, in seguito alla vittoria dei senatori democratici ai ballottaggi della Georgia di gennaio, c’è una perfetta parità tra il numero di conservatori e democratici. Questo significherà che, in caso di parità numerica, l’ultima parola spetterà alla vicepresidente Harris e il suo voto potrà rivelarsi decisivo per l’approvazione di questa rivoluzionaria proposta di legge.

In entrambi i casi, il disegno di legge, oltre a rimuovere la cannabis dalle sostanze sotto controllo, apporterebbe ulteriori modifiche alla legge federale: richiederebbe ai tribunali di eliminare le precedenti condanne legate alla cannabis, porterebbe a tassare i prodotti a base di cannabis per aiutare le comunità più colpite dalla guerra alla droga e finanzierebbe la formazione professionale per i giovani imprenditori che cercano di entrare nell’industria della cannabis.

Nel frattempo, i singoli Stati americani si stanno muovendo autonomamente in questo settore: 16 Stati hanno legalizzato la cannabis per l’uso ricreativo e 35 per scopi terapeutici. Solo nel 2020 quattro nuovi stati si sono aggiunti nel mercato della cannabis legale. Il 3 novembre, in concomitanza delle elezioni presidenziali, i cittadini dell’Arizona, Missisipi, Montana, New Jersey, Oregon, South Dakota, Washington DC hanno espresso la propria volontà nel cambiare le politiche proibizioniste. Seppure i quesiti referendari affrontassero tematiche diverse, dalla legalizzazione della cannabis per uso ricreativo fino al libero consumo e commercio dei funghetti, l’esito è stato un trionfo dell’antiproibizionismo in tutti gli spogli.

È interessante assistere a questo capovolgimento culturale a soli pochi decenni dall’inizio della war on drugs di Nixon. Allora, le sostanze stupefacenti furono accusate di essere il primo nemico pubblico, mentre oggi, nel 2021, sono conquiste per le libertà terapeutiche, civili ma anche importanti entrate fiscali per le casse dello stato.

 

“La cannabis è una medicina”, dichiara l’ONU riconoscendo gli studi scientifici

Una rivoluzione che sembra aver contagiato molti altri Paesi, come ha dimostrato la storica votazione della Commissione delle Nazioni Unite sugli Stupefacenti (CND). Il 3 dicembre del 2020, infatti, i 53 Stati membri della Commissione dell’ONU hanno votato una serie di misure proposte dall’Organizzazione mondiale della sanità sulla riforma internazionale della cannabis.

Delle sei raccomandazioni avanzate, solamente una è stata approvata dalla maggioranza. Ma si è rivelata quella decisiva: la cannabis è riconosciuta ufficialmente come una medicina. Fino al 2020, la cannabis e la resina di cannabis erano incluse, insieme a oppioidi, cocaina e numerose sostanze di sintesi nella Tabella I e nella Tabella IV della Convenzione del 1961 sugli stupefacenti. Le sostanze presenti in entrambi gli elenchi erano categorizzate come sostanze soggette ad abuso e alla produzione di effetti negativi, con un assente uso terapeutico.

Questo voto permetterà alla cannabis di essere prodotta, estratta e studiata per uso medico e scientifico senza incappare nell’architettura di regole internazionali che complicavano lo scambio tra stati.

Nel 2019, il Comitato dell’OMS aveva presentato un documento scientifico per favorire l’esclusione della cannabis e della resina di cannabis dalla Tabella IV, riconoscendo quindi le sue proprietà terapeutiche. Con la maggioranza semplice dei voti favorevoli (26 Sì, 25 No e 1 astenuto), la cannabis è stata infine declassificata. Tra i sì, non sorprendono gli 11 membri dell’Unione Europea dove la cannabis medica è già legale da diversi anni. Invece, hanno creato molto più stupore i voti favorevoli di India, Nepal e Marocco che hanno riconosciuto il ruolo fondamentale della ricerca scientifica sulle proprietà benefiche della cannabis.

I voti contrari provengono dai soliti paesi conservatori, tra cui Ungheria, Russia, Brasile e Cina, che ancora una volta, con il loro negazionismo scientifico, si sono dimostrati impassibili anche davanti agli evidenti risultati medici ottenuti dell’uso della cannabis terapeutica che da anni cura e allevia i dolori di centinaia di migliaia di pazienti in tutto il mondo. Purtroppo, nemmeno di fronte alla sofferenza, i leader di questi Paesi sono riusciti a mettere da parte la propria propaganda.

 

“Il CBD non è un narcotico”, risponde l’Unione europea.

 Anche in Europa sono state ottenute delle piccole conquiste: nel novembre 2020 la Corte di Giustizia europea ha pubblicato una sentenza in cui afferma che il cannabidiolo (CBD), estratto dalla pianta di cannabis, non può essere considerato una droga ai sensi della Convenzione unica delle Nazioni Unite sugli stupefacenti. Infatti, secondo la recente revisione del Comitato di esperti sulla dipendenza dalle droghe dell’OMS, il CBD non ha alcun effetto psicotropo, nessun effetto dannoso sulla salute umana e non crea forme di dipendenza.

In seguito, anche la Commissione europea ha annullato la sua valutazione preliminare sul CBD e ha affermato che la sostanza non è un narcotico, seguendo la linea adottata nella sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea. Il CBD non può essere considerato narcotico e quindi i prodotti con CBD dovranno godere della stessa libera circolazione di merci tra gli Stati membri come tutti gli altri prodotti legali, senza subire ulteriori misure e controlli. 

La decisione della Commissione Europea giunge come un sollievo per l’industria europea della canapa, rassicurando imprenditori e produttori che i loro prodotti al CBD non saranno banditi dal mercato dell’UE.

 

Resta ancora in silenzio l’Italia.

In Italia sono 6 milioni (10% della popolazione) i cittadini che fanno uso di cannabis ogni anno. Dato che, puntualmente, viene ignorato dalle istituzioni portando i consumatori a rivolgersi nelle piazze di spaccio, appaltando così un intero mercato alla criminalità organizzata. L’assenza di regole provoca un vuoto legislativo che cerca di essere colmato a colpi di sentenze, come nel caso della recente decisione della Corte Costituzionale (n. 12348/2020) che ha giudicato non punibile la coltivazione domestica per uso personale.

E dove non arriva la politica, si fanno avanti i cittadini. Per questo motivo, il 20 aprile del 2020, in pieno lockdown, oltre 2500 italiani hanno aderito a #IoColtivo, la campagna di disobbedienza civile organizzata da Meglio Legale che da oltre un anno si pone come ponte tra istituzioni e cittadini per aprire un dibattito e discutere i temi riguardanti la legalizzazione della cannabis. I partecipanti, stanchi di affidarsi alle mafie, hanno deciso di autodenunciarsi attraverso i propri social postando una foto della pianta di cannabis coltivata sul proprio balcone. Tra questi trasgressori, ci sono anche 17 parlamentari che dentro e fuori Montecitorio provano a portare un po’ di legalità. Una disobbedienza che per alcuni può rivelarsi una protesta sterile, ma che per altri è una lotta per il diritto alla cura. Infatti, in Italia, a causa dell’insufficienza di produzione di cannabis terapeutica, molti pazienti soffrono dolori atroci non potendo seguire correttamente le loro terapie e sono pronti a rischiare fino a 20 anni di carcere per coltivare la propria medicina.

Ad ogni legislatura vengono presentate in Parlamento decine di nuovi disegni di legge sulle sostanze stupefacenti ma raramente vengono discussi. Al momento, però, è depositata una proposta che decriminalizzerebbe l’autocoltivazione per l’uso personale e ridurrebbe le pene per fatti di lieve entità. Modificando solamente l’articolo 73 del Testo Unico sugli Stupefacenti, lo Stato italiano potrebbe risparmiare fino a 600 milioni di euro l’anno in spese legate alle forze dell’ordine, alla magistratura e al sistema carcerario. Risorse che in questo periodo di crisi dovrebbero essere impiegate per servizi strettamente necessari piuttosto che all’inseguimento di piccoli consumatori.

Non è un caso che si torni a parlare di cannabis proprio durante una fase emergenziale. Anche l’ex Presidente del Consiglio Mario Monti avviò un rapporto per valutare i benefici della legalizzazione delle sostanze stupefacenti dopo la crisi finanziaria: in cinque decenni si sarebbe potuto cancellare l’intero debito italiano (pari ad oltre 2.500 miliardi di euro). Un’opportunità che in quel periodo avrebbe evitato, almeno in parte, misure drastiche e permesso la creazione di un nuovo mercato di lavoratori e di imprese. 

Per questo motivo, a chi si domanda se è davvero questo il momento adatto per parlare di cannabis, bisognerà rispondere di sì. Sì, perché l’esperienza degli Stati Uniti con la loro guerra ai mulini al vento ci faccia da lezione. Sì, perché come spiegato dall’ONU, la cannabis è una medicina e anche i nostri pazienti ne hanno bisogno. Sì, perché oggi la cannabis è libera ma solamente nelle mani delle mafie. Sarebbe davvero ora che si accendesse un dibattito serio anche in Italia e per poter spiegare perché la cannabis è Meglio Legale.

 

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Articolo di Pierluigi Gagliardi di Meglio Legale