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L’Europa ha un problema strutturale con l’estrema destra

Tra diseguaglianze sociali, terrorismo e insofferenza verso la tiepida alternanza destra/sinistra che ha portato tanti volti ma poco rinnovamento, l’Europa sta cambiando le proprie vesti.

26/05/2021

Il centrosinistra europeo è, ormai da anni, protagonista di un notevole ridimensionamento che interessa numerosi stati membri dell’Unione ma, ultimamente, anche i consensi del centrodestra si sono notevolmente ridotti. Le cause scatenanti sono molteplici e radicate nei diversi contesti locali ma, nonostante ciò, è molto probabile che l’ascesa dell’estrema destra abbia giocato un ruolo importante nell’oscurare e alterare gli schieramenti tradizionali  consolidati.

Secondo una ricerca in Studi Elettorali sull’estrema destra europea, negli ultimi quindici anni quest’ultima ha triplicato i suoi consensi, ma la sua storia affonda le radici già al termine della Seconda guerra mondiale e, secondo il politologo Klaus von Beyme, consta sostanzialmente di tre picchi storici.

La prima ondata susseguì la fine della guerra e il crollo dei regimi fascisti, i cui reduci tentarono una nostalgica riformulazione attraverso la creazione di nuovi partiti come, ad esempio, il Movimento Sociale Italiano.
La seconda ondata si sviluppò a partire dalla fine degli anni Cinquanta e fu caratterizzata da una ideologia populista, antipolitica e antifiscale che avvicinò soprattutto piccoli commercianti e agricoltori, mentre negli anni Ottanta il terzo culmine di popolarità del sovranismo europeo catalizzò nuovamente i consensi attraverso una forte retorica nazionalista affiancata a politiche economiche neoliberali, spogliata del classico autoritarismo nostalgico. Il precursore di quest’ultima fase fu Jean-Marie Le Pen con il Front National in Francia, da cui trassero ispirazione tutte le altre destre radicali europee.

Peraltro, il primo partito di estrema destra salito al potere non fu francese bensì austriaco: il Partito della Libertà (FPÖ) guidato da Jörg Haider alle elezioni del 1999. Il leader ottenne lo storico risultato del 27% dei voti, diventando il secondo partito del paese. I centristi accettarono di formare un governo insieme a lui ma all’epoca lo scandalo fu tale che gli altri membri dell’Unione Europea decisero di imporre sanzioni, rifiutando ogni contatto bilaterale con il governo austriaco e minacciando ulteriori ripercussioni se lo spirito democratico fosse stato violato.

Nel 2013 poco più a nord, è nato invece Alternativa per la Germania (AfD), un partito nazional-conservatore, xenofobo ed euroscettico che nelle elezioni del 2017 si è posizionato come il terzo partito più grande del paese, con 94 seggi in parlamento federale. Nonostante i tentativi della cancelliera Merkel di rafforzare la sua posizione sull’immigrazione per convogliarne i consensi, l’AfD ha accresciuto il suo successo e nel 2019 ha superato i Democratici Cristiani della signora Merkel nello stato orientale della Turingia, rappresentando uno shock per l’establishment.

Al contempo, in Spagna il partito di destra radicale Vox, fortemente anti-basco e anti-catalano, ha aumentato rapidamente la propria popolarità ed è entrato per la prima volta in parlamento alle elezioni del 2019 con 24 deputati all’opposizione, raddoppiati dopo le elezioni di novembre dello stesso anno.

Come riportato dalla dettagliata panoramica offerta da BBC, la situazione non è molto diversa nei paesi scandinavi, in Estonia, Polonia e Ungheria. Inoltre, la tendenza del centrodestra europeo sembra essere quella di inseguire le rivendicazioni della destra radicale perdendo di vista il proprio lato moderato, legittimando posizioni fortemente intolleranti e una maggior stretta securitaria in risposta all’esigenza di garantire l’ordine pubblico e rassicurare le società civili.
Ad esempio in Spagna, Ciudadanos, nato come partito liberale e pro-business, ha assunto posizioni sempre più nazionaliste; in Italia il partito di Silvio Berlusconi, che ha dominato la politica italiana per due decenni, non è riuscito a formulare una proposta politica alternativa al passo coi tempi ed è stato superato da Lega e Fratelli d’Italia; in Ungheria, il partito radicale di Orbàn fa teoricamente parte del gruppo moderato di destra europeo (PPE) nonostante le sue posizioni illiberali e intolleranti. 

L’instabilità economica e la crisi migratoria degli ultimi anni, a cui attualmente si aggiunge anche la crisi sanitaria causata dalla pandemia, sono stati un terreno fertile per la proliferazione dei sovranismi e lo spostamento d’asse degli schieramenti tradizionali.
Per quanto complesso, indagare le cause scatenanti di questa nuova ondata autoritaria che attanaglia gli stati europei diventa sempre più necessario affinché questo processo non diventi irreversibile.

 

I veicoli di propaganda e i sintomi del sovranismo

Nel 2015 Virginie Despentes, acclamata autrice francese che ha spesso indagato la vita alle periferie della propria città, rifletteva sulla situazione politica del proprio paese e sulla morbosa fascinazione suscitata dai gruppi radicali sostenendo che «non esiste una chiara adesione ai partiti di estrema destra, ma sia la mancanza di un’opposizione di sinistra compatta e carismatica, sia un’esposizione mediatica spropositata hanno funzionato come una perfetta propaganda». Più in generale, secondo l’autrice l’avanzata dell’estrema destra sarebbe il segno di una profonda depressione e psicosi, senza le quali nessuna società «si dirigerebbe volontariamente verso la catastrofe».

Dunque, le radici del consenso ai gruppi di estrema destra sono sparse in maniera variabile nelle diverse società europee. Esse si ramificano attraverso la comunicazione mediatica con testi e immagini che mirano ad accrescere sentimenti intolleranti e normalizzare gli atteggiamenti radicali, scettici e violenti.

Su Telegram si diffondono messaggi criptati difficilmente identificabili dalle autorità competenti, mentre su Facebook e YouTube vengono condivisi e rilanciati contenuti di incitamento all’odio, allo scopo di creare comunità aventi uno stesso nemico. La presenza crescente di leader dei partiti di destra nelle trasmissioni televisive serali di dibattito politico e attualità, talvolta senza un contraddittorio adeguato, permette di colmare i pochi vuoti dati da quegli individui che non usano i social, chiudendo il cerchio della propaganda. 

La politica migratoria è un altro tassello che ha significativamente contribuito ad accrescere il consenso verso i partiti di destra. In una ricerca del 2017, il Leibniz Institute for Economic Reasearch dell’Università di Monaco identifica due ipotesi per spiegare la relazione tra la quota di popolazione straniera presente in un paese e la tendenza degli elettori ad affidarsi a un partito di destra. La prima è che la risposta politica all’immigrazione dipende dalle condizioni macroeconomiche del paese, quindi in una situazione economica instabile tra i nativi emerge un pericoloso senso di competizione nei confronti dei migranti per le già scarse risorse pubbliche e opportunità lavorative. La seconda tesi è che votare partiti di destra sia strettamente correlato a determinati approcci culturali: in società individualiste le persone tendono ad avere legami blandi con la comunità locale, quindi sono molto meno sensibili alle potenziali minacce che l’immigrazione potrebbe portare e più propensi a giudicare gli stranieri come individui anziché membri di gruppi estesi, evitando dunque un approccio di ideologia etnica e nazionalistica. Per le società al loro interno maggiormente interconnesse, invece, la cultura nazionale gioca un ruolo decisamente fondamentale nel rapporto tra il fenomeno migratorio e il consenso alle destre.

Un’altra importante caratteristica tipica di schieramenti di destra radicale, ma anche dei governi di centrodestra che rischiano di perdere di vista la propria moderazione, è l’esigenza di garantire l’ordine pubblico attraverso un forte atteggiamento securitario.

Emblematico è il caso della Francia in cui la parentesi degli attentati terroristici, insieme alle proteste contro la Loi travail, alla riforma delle pensioni, al movimento dei gilet jaunes e alle proteste contro l’islamofobia hanno portato a una svolta progressivamente autoritaria, cominciata con lo stato d’emergenza nel 2015 e culminata nell’inverno 2020 con l’approvazione della Loi Sécurité Globale. La legge, che tra le altre cose attribuisce agli agenti di polizia la possibilità di mettere in stato di fermo chi filma le loro azioni sul campo, pretende di reintrodurre una gerarchia tra il sorvegliante e il sorvegliato, cercando di dissuadere la stampa dal documentare le azioni dure e repressive della polizia per garantire l’ordine e il rispetto dei valori della Repubblica. Il Consiglio Costituzionale tuttavia,ha recentemente censurato sette articoli e cinque disposizioni.

Democrazia in bilico tra violenza e disincanto

La maggiore frequenza di atti terroristici da parte delle destre radicali è strettamente correlata a questo clima di sorveglianza e intolleranza. Infatti, secondo la rivista PRISM dell’Università di Difesa Nazionale sugli studi in materia di sicurezza, negli ultimi anni l’Europa ha assistito ad un’ondata di violenze e aggressioni anti-immigrazione, islamofobiche e omofobiche di cui solo una parte ha ricevuto la dovuta copertura mediatica internazionale. Probabilmente questo è dovuto anche dal fatto che la stragrande maggioranza dei crimini violenti commessi da individui o gruppi motivati da un’agenda di estrema destra non siano classificati come atti di terrorismo da Europol (Ufficio Europeo di Polizia) e che, più in generale,  i criteri di selezione varino in modo significativo in base all’ente statistico.

 

 

Secondo i dati dell’RTV Dataset di Jacob Ravndal, la frequenza degli attacchi terroristici radicali di destra è aumentata nel tempo e tra i paesi più colpiti negli ultimi anni spiccano Germania, Grecia, Italia, Svezia e Regno Unito. Inoltre, in un report riservato di Europol i cui contenuti sono stati resi pubblici dai media tedeschi, si legge di un preoccupante aumento delle infiltrazioni di esponenti estremisti all’interno dei corpi di polizia europei e di investimenti per l’acquisto di armi e la fabbricazione di esplosivi. In particolare, nel corso del 2020, le indagini del servizio militare tedesco di controspionaggio (MAD)  hanno fatto luce sull’infiltrazione sistemica di questi esponenti nei ranghi dell’esercito tedesco che hanno, nel tempo, formato una vera e propria catena di comando indipendente. Anche in Francia uno studio di CEVIPOF evidenzia una crescente adesione degli agenti di polizia a Rassemblement National di Marine Le Pen, per cui circa il 50% di loro ha dichiarato di aver votato nel 2017. 

 

 

L’escalation di violenza da parte della destra potrebbe essere interpretata come un fenomeno isolato e a sé stante oppure, al contrario, sintomatico di un malessere generalizzato all’interno delle società civili europee. A riguardo, un recente rapporto del Centro per il Futuro della Democrazia dell’Università di Cambridge ha raccolto dati in 154 paesi e ha verificato che la fiducia dell’opinione pubblica nella democrazia sia attualmente al punto più basso mai registrato negli Stati Uniti e nelle principali democrazie dell’Europa occidentale, dell’Africa subsahariana e dell’America Latina. In particolare, il calo della soddisfazione democratica sembra essere particolarmente pronunciato in quei paesi che vengono visti dalla comunità internazionali come più stabili, sviluppati e ad alto reddito. Ma questa insoddisfazione non è distribuita in modo uniforme poiché, mentre i cittadini di molte piccole democrazie – come la Svizzera e il Lussemburgo – sono diventati più soddisfatti del loro sistema politico, le democrazie più popolose, tra cui Francia, Giappone e Regno Unito, si sono mosse nella direzione opposta.
Inoltre, è facilmente intuibile che lo stato di eccezione causato dalla pandemia abbia consentito ai governi centrali di rafforzare il controllo sulle società civili e sospendere alcuni diritti a favore di una maggiore sicurezza pubblica.
Ciò ha portato i movimenti di destra a canalizzare le insoddisfazioni e a speculare sulla malagestione economico-sanitaria della pandemia, che si è presentata come il primo vero nuovo banco di prova con il quale misurarsi dopo le ondate migratorie del 2017. 

Ad esempio in Italia, secondo la ricostruzione del quotidiano Domani, le recenti manifestazioni dei ristoratori relative all’iniziativa “#ioapro” sarebbero state organizzate in maniera premeditata da un gruppo di grandi imprenditori sostenuti dalla Lega, in opposizione alle misure adottate dal governo Conte. In questo caso lo scopo della destra radicale sembra esser stato quello di causare una frattura tra il settore pubblico e i privati liberi professionisti, costruendo una retorica per settore produttivo e non per classe che desse risonanza all’insoddisfazione del comparto imprenditoriale.
Come sottolineato in uno studio dell’Università di Cambridge, nel corso della pandemia i partiti di destra europei hanno seguito in linea generale tutti la stessa traiettoria. Inizialmente hanno identificato il virus come una “minaccia straniera” per convogliare l’intolleranza dell’opinione pubblica verso un nemico universalmente riconosciuto, stavolta proveniente dalla Cina. Nel pieno della crisi sanitaria hanno principalmente fatto leva sul sentimento collettivo di pandemic fatigue , su una cattiva gestione della crisi sanitaria e sulla poca trasparenza delle amministrazioni statali. 

Tuttavia è bene sottolineare -come fa anche Virginie Despentes in un’intervista per Internazionale – che l’insoddisfazione nei confronti della democrazia e del suo funzionamento non abbia nulla a che vedere con le amministrazioni o le personalità politiche, la cui popolarità può essere variabile. 

Il disincanto verso le istituzioni democratiche ha mosso gli elettori verso politici estremisti che promettono una rottura completa con il passato. 

La violenza associata ai gruppi di estrema destra si presenta dunque non come un fenomeno disgraziatamente isolato, ma come sintomo di un malessere endemico e generalizzato tra le società europee che sembra destinato ad avere lunga vita. 

Articolo di Federica Scannavacca, Ludovica Vannini