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Libri come saponette

La crisi dell'editoria tra digitale e cartaceo

04/04/2022

Di fronte all’enorme caos costituito dalle novità sempre in ascesa, si dice spesso che l’editoria dovrebbe cambiare. Per alcuni, come per esempio Giulio Perrone (fondatore dell’omonima casa) le novità del digitale sono positive perché spingono il cartaceo al cambiamento e stimolano gli editori verso nuove sperimentazioni e modi per reinventarsi. Non basta puntare sulla maggiore attendibilità dell’editore, poiché questa vale solo per i grandi gruppi e non è nemmeno sempre garantita. Il modo migliore sembra essere la ricerca di strade alternative che si adeguino ai nuovi modi di fare editoria e di promuovere i libri.

 

L’editoria e i libri sui social

Per quanto concerne la promozione, mentre prima il mondo del giornalismo culturale andava per la maggiore, le case editrici stanno sempre più dando spazio ad altri tipi di promotori, come i booktagrammer e i book influencer. Gli uffici stampa contattano tanto le riviste e le testate giornalistiche registrate, quanto determinati profili Instagram per regalare loro copie. I social network si basano sull’immagine e producono pubblicità molto d’impatto, così spesso una foto con una buona estetica e un feed in palette può risultare più utile sul grande pubblico che non una recensione del critico più famoso e altisonante su inserti culturali come Robinson. Allo stesso tempo, sempre dal mondo del web, le case editrici pubblicano libri di personaggi che hanno il solo merito di avere un certo numero di follower: i libri degli influencer sono un colpo sicuro a cui l’editore non vuole rinunciare, come il recente romanzo Per tutto il resto dei miei sbagli di Camihawke o il libro Riparti da te(cna) di Valeria Angione. Generalmente si cerca di ottenere un prodotto di mediocre qualità anche avvalendosi di ghostwriter che aiutano l’influencer, che magari sa attrarre follower ma non ha dimestichezza con la scrittura. 

Gli editori si sono adeguati anche al self-publishing: una grande casa editrice come Feltrinelli del gruppo editoriale EFFE 2005 Spa, uno dei più importanti in Italia, ha cavalcato l’onda con iniziative come ilmiolibro.it. Attraverso questa piattaforma è possibile pubblicare i proprio libri, che sarà dotato di un codice a barre e un codice ISBN, quindi registrato nel catalogo ufficiale dei libri in commercio, e sarà distribuito nelle librerie Feltrinelli, su Amazon e IBS. Tutto ciò a un costo piuttosto esiguo: 79 euro iva esclusa per il primo titolo mentre per tutti i titoli successivi 49. Questa è una forma di pubblicazione particolare proprio perché ibrida: da un lato è promossa da una casa editrice già esistente, ma dall’altro si offre a tutti gli effetti come un servizio di self-publishing, tanto più conveniente per l’autore perché garantisce i vantaggi di avere la propria opera distribuita da un marchio importante come Feltrinelli, il quale però non si impegna nella promozione quanto per i titoli “non self”. Finora comunque l’iniziativa non ha prodotto alcun titolo di successo rilevante. 

 

Il self-publishing e i rancori dei self-made men

Al di là del campo economico che spinge i nuovi autori all’autopubblicazione, si estende il più impervio terreno della credibilità, dell’autorevolezza, dell’ambizione. Il self-publishing è uno spazio ancora nebuloso, pieno di pregiudizi da parte del pubblico. Una ricerca internet sul tema porta a galla centinaia di blog di scrittori che invitano i colleghi all’autopubblicazione e lo fanno con toni che sanno di ribellione — Lorenzo Fabbri, creatore di ilmiolibro.it, sostiene ad esempio che in questo modo “le cose più interessanti emergono grazie alla scelta degli utenti”, sottintendo una meritocrazia nel mondo del self-publishing, assente nei mezzi tradizionali. L’impressione generale (come racconta Vanni Santoni in un articolo su Il Foglio) sembrerebbe essere quella dell’editore come un nemico, una macchina servile del capitalismo, che ambisce a tagliare fuori i talenti dal mondo della carta stampata. Autopubblicarsi non è solo saltare la trafila dell’attesa, della selezione, della trattativa sulle tirature, del margine di guadagno infinitesimale; è anche — e soprattutto, a leggere i suddetti blog — dimostrare che il self-publishing è la scelta consapevole di chi non vuole affidare il proprio prodotto letterario al sistema capitalistico, e non un ripiego o una soluzione al rifiuto di un editore. Ciò che più si sottolinea in queste pagine è la soddisfazione di produrre, pubblicare e curare la diffusione senza l’aiuto dell’esperto. C’è chi rimarca di non aver neppure mai inviato un proprio manoscritto a un editore, chi ammette di aver scelto quest’opzione a seguito di esperienze non proprio felici: impossibilità di conoscere il numero di copie vendute, bassissime percentuali di guadagno e così via. 

 

Ma l’editoria tradizionale si sa reinventare?

Chiaramente, venuto meno il nome-garanzia di un editore, le case accettano il compromesso di mescolare lavori validi a quelli di chi dello scrittore ha la vocazione ma non il talento. Non tutto ciò che i grandi editori sfornano è degno di nota: il piano editoriale — che viene compilato nei primi sei mesi dell’anno precedente a quello in oggetto —  è un documento che deve essere pedissequamente seguito affinché la casa editrice rimanga in attività. E per assicurarsi che i titoli e gli autori del piano editoriale riescano a raggiungere gli obiettivi di guadagno previsti, spesso ci si affida a una scuderia di autori di cui si conoscono con relativa certezza i margini di successo. È il caso di Sellerio, che, dopo il record delle 31 milioni di copie raggiunto con la pubblicazione dei romanzi di Camilleri (Montalbano e non), ha puntato buona parte dei suoi investimenti sul giallo. Autori di sua pubblicazione come Antonio Manzini, creatore di Rocco Schiavone, o Gianrico Carofiglio, che si assesta decisamente più sul genere del thriller legale e che comunque tocca la soglia di 10 milioni di copie, sono effettivamente da anni primi in classifica nelle librerie. Con la conseguenza che rimane poco spazio per la sperimentazione, considerata poco remunerativa.

Il disinvestire sulle novità letterarie non è però pecca della sola Sellerio: dai dati del Libro Bianco sulla lettura e i consumi culturali in Italia 2020-21, emerge un trend positivo dell’aumento dei lettori (+2,3% durante la pandemia) e con essi un incremento del 25% delle stampe di romanzi gialli e thriller (69%) e romanzi rosa. Nelle classifiche delle librerie italiane i nomi che vantano più ristampe restano appunto, oltre alla triade Camilleri-Carofiglio-Manzini, anche Mariolina Venezia, specie a seguito della serie Rai Imma Tataranni e Donato Carrisi, anch’essi scrittori gialli.

Quello che si evidenzia è la tendenza netta a investire sul sicuro e a rendere i libri più un bene di consumo che, per citare Vittorini, mezzo di produzione. C’è da chiedersi se la letteratura sia effettivamente riducibile alla sola ricerca dell’attenzione del lettore svagato che non stacca gli occhi dalla pagina o se invece sia ancora qualcosa di più. Scriveva René Daumal di voler ricercare «la Parola unica e suprema, che non viene mai detta, ma che si nasconde dietro le parole dei poeti, e le sostiene». Una ricerca, dunque, di espressione nuova. E forse, in questo momento, anche di nuovi generi che non siano mero frutto di calcoli a tavolino sulle vendite, di ricerca del trend e della notorietà, che non siano soprattutto incapsulati nelle definizioni.

Emanuele Trevi sembra aver trovato la via con Due Vite (Neri Pozza), vincitore del Premio Strega 2021, al quale la giuria ha imputato di non essere un romanzo. Perché romanzo non è, così come non è saggio o trattato o libro dei ricordi. Un genere spurio ma che spiccava nell’ensemble omogeneo di racconti familiari, di madri e figlie, di padri assenti, di famiglie alla deriva, delle esperienze traumatiche pregresse che, come sottolineato da Parul Sehgal sul New Yorker, è ormai un clichè narrativo. Temi, questi, che insieme alle faccende da studio legale e alle narrazioni tendenzialmente autoreferenziali sembrano attrarre i lettori e gli scrittori degli ultimi anni. E attraggono soprattutto i secondi, proprio per la smania di essere “scrittori a tutti i costi”, anche se spesso scrittori sono proprio quelli che non si sentono tali. Lo stesso Emanuele Trevi si è fatto promotore di un nuovo corso di scrittura creativa, che partirà a ottobre 2022. Il giornalista Franco Mimmi, in Corsi di lettura creativa (2011) diceva ironicamente agli ipotetici frequentanti del corso: «Se invece di sognare futuri trionfi letterari imparaste a leggere le grandi opere altrui, chissà forse avreste una possibilità». Se, quindi, il panorama letterario risulta monocromo e piatto, non è per il proliferare delle pubblicazioni dei dilettanti, ma al contrario, per scarsità di lettori e per abbondanza di scrittori professionisti. Un circolo vizioso che richiama la bifrontalità della letteratura, che si costituisce in un processo che parte dai manoscritti ma che continua nell’editoria, nelle librerie, nel lettore stesso. Alla necessità di rinnovarsi, di parole nuove e di dilettanti, probabilmente la soluzione l’ha già fornita Calvino trent’anni fa: che si leggano i classici.

Articolo di Silvia Argento, Ludovica Russo