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L’Italia è uno dei Paesi più morosi verso l’Unione Europea

Dal 2007 l'Italia paga 120.000 euro di multa all'UE per i problemi nello smaltimento rifiuti in Campania. È solo una delle 82 procedure di infrazione aperte contro il nostro paese.

25/01/2023

L’Italia è uno dei Paesi che paga più multe all’Unione Europea per mancato rispetto delle direttive comunitarie. Secondo l’ultima relazione annuale della Corte dei conti, tra il 2012 e il 2020, Roma ha pagato 752 milioni di euro di sanzioni per procedure d’infrazione. Nel documento si legge che «la tempestiva e corretta applicazione del diritto dell’UE continua a presentare per il nostro Paese aspetti di criticità, che possono comportare conseguenze anche molto gravose a carico della finanza pubblica».

Le regole del gioco

La Commissione Europea è l’organo deputato a vigilare sulla corretta applicazione delle norme comunitarie. Nel caso di denuncia da parte di un privato cittadino, sulla base di un’interrogazione parlamentare o nel caso in cui la stessa Commissione ravvisi una violazione, quest’ultima ha l’obbligo di avviare una procedura di infrazione. 

È un processo lungo, che si snoda in diverse fasi, per garantire al singolo Stato la possibilità di riconoscere e risolvere l’inadempienza prima di incorrere in una sanzione penale.

La prima fase, detta «precontenziosa», è disciplinata dall’articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. La Commissione Europea, ravvisata la violazione, invia allo Stato interessato una lettera di messa in mora, una comunicazione formale scritta che ha la funzione di rendere pubblicamente nota l’apertura del procedimento di infrazione. A questa lettera lo Stato ha la possibilità di rispondere entro il termine di due mesi aggiungendo proprie osservazioni. Nel caso in cui il commento non viene accolto o presentato alla Commissione, viene emesso un parere motivato, con il quale si intima lo Stato a risolvere le proprie irregolarità entro un termine stabilito. Nel caso in cui lo Stato continui ad essere inadempiente, la Commissione è costretta a far ricorso alla Corte di Giustizia Europea. Quest’ultima, accertata formalmente la situazione, emette una sentenza di condanna che, tuttavia, non comporta ancora il pagamento di una penale a carico dello Stato giudicato colpevole. Le multe, infatti, si applicano nel solo caso in cui la Commissione apra un nuovo procedimento di infrazione e faccia ricorso per una seconda volta alla Corte. Si tratta di un’extrema ratio a cui l’istituto europeo deve fare ricorso nel caso in cui il Paese continui a non rimediare all’infrazione, ignorando la prima sentenza.

Il valore della sanzione non è fisso, ma dipende dalla gravità e da quanto tempo lo Stato impiega a rimediare all’infrazione. In tutti i casi, però, lo Stato dovrà pagare una somma fissa, il cui valore viene stabilito dalla Commissione partendo da un prezzo minimo (per l’italia equivale a 7.038.000 euro) e una multa, giornaliera o semestrale, il cui versamento deve essere effettuato a partire dalla data di pronuncia della sentenza fino alla sua completa esecuzione. Anche in questo caso, la Commissione dovrà stabilire il valore partendo da un prezzo minimo per ciascuno Stato (il prezzo minimo italiano è di 8.505,11 euro). In entrambi casi, per determinare il prezzo di partenza di ciascuno stato, la commissione tiene conto non solo del PIL nazionale, ma anche del numero di seggi in parlamento europeo. 

Infrazioni all'italiana

Dall’ambiente alla giustizia, passando per energia e salute, sono attualmente 15 le materie per cui l’Italia è stata riconosciuta inadempiente, totalizzando 82 casi di infrazione. Di queste, 25 sono le procedure aperte per via dell’incapacità dello Stato di dare esecuzione agli accordi, conclusi con altri stati europei o l’unione stessa, entro i termini stabiliti. Nello specifico, la violazione non dipende interamente dalla volontà dello Stato di violare una norma comunitaria, ma dalla rapidità con cui il legislatore italiano è in grado di adattarla all’ordinamento interno. Si pensi, ad esempio, al parziale trasferimento della norma relativa alla lotta contro gli abusi nei confronti di minori. Nel 2011 l’Unione Europea ha emanato una direttiva con lo scopo di garantire un grado minimo di tutela dei minori, riconosciuta da tutti gli stati membri. All’italia la Commissione ha contestato, in questo caso, l’incapacità di adeguarsi totalmente all’accordo. In particolare, se da un lato è stata in grado di emanare delle norme minime e generali di protezione dei minori, dall’altro le è stato contestato la mancanza di leggi specifiche relative alla prevenzione e assistenza delle vittime. 

In aggiunta a queste infrazioni, l’Italia deve rispondere di 57 procedure avviate per violazione di una norma comunitaria e per mancato rispetto degli obblighi intrapresi. Si pensi, ad esempio, alla rilevazione nel 2017 della violazione del trattato concluso a Prum nel 2011, accordo concluso con lo scopo di rafforzare la cooperazione tra stati in materia di lotta al terrorismo e alla criminalità transfrontaliera. A cinque anni dall’apertura del caso, lo stato di infrazione è rimasto inalterato, tanto che la stessa Commissione in un comunicato stampa rilasciato nel luglio del 2021, accusa il nostro paese di non consentire ancora agli altri Stati membri l’accesso ai propri dati relativi al DNA, alle impronte digitali e all'immatricolazione dei veicoli. 

Tra questi 57 casi, sono attualmente sei i procedimenti di infrazione che hanno comportato il pagamento di una sanzione all’Italia, che possono essere catalogate in due specifiche materie: ambiente e concorrenza. 

Discariche e aiuti di stato

Nel 2003 la Commissione aveva inviato una lettera di messa in mora all’Italia relativa alla presenza sul territorio nazionale di discariche abusive, non in linea con una direttiva emessa nell’aprile del 1999. Con questo atto la Commissione chiedeva la messa in regola di 200 discariche, dislocate in varie aree della penisola, il cui stato di irregolarità incideva negativamente sulla salute umana e ambientale. Nello specifico, la direttiva è stata approvata con lo scopo di «proteggere la salute umana e l'ambiente dagli effetti negativi della raccolta, del trasporto, della conservazione, del trattamento e dello smaltimento dei rifiuti». 

Nel comunicato stampa rilasciato nell’ottobre del 2012, la Commissione ha giudicato la politica di prevenzione dei rifiuti scarsa o inesistente. Inoltre ha criticato l’Italia per l’assenza di incentivi per migliorare le condizioni delle infrastrutture destinate al riciclaggio, diminuendo, di conseguenza, la quantità di rifiuti in discarica. Secondo un’indagine condotta nell’ottobre dello stesso anno, infatti, il 51% dei rifiuti finiva in discarica e il riciclaggio riguardava soltanto il 21% dei rifiuti urbani. 

Nel 2014, la Corte ha condannato definitivamente l’Italia al pagamento di una somma fissa pari a 40 milioni di euro e una penalità semestrale di 42.800.000 euro. Il valore di quest’ultima varia nel tempo essendo destinata a calare per ogni discarica messa in regola. Infatti, attualmente sono 29 le discariche ancora irregolari.

Tuttavia lo scorretto smaltimento dei rifiuti è un problema ricorrente per il paese. Nel 2007, infatti, la Commissione ha emanato una lettera di messa in mora contestando la gestione dei rifiuti adottata dalla Regione Campania. Sul territorio, infatti, sono assenti impianti di smaltimento adeguati e un efficiente sistema di raccolta, mancanza che ha comportato un accumulo di tonnellate di rifiuti per le strade napoletane e di altri comuni campani. Ancora una volta, dunque, la Commissione contesta la mancata adozione di misure necessarie per assicurare un corretto smaltimento dei rifiuti. Per questa violazione, l’Italia è stata costretta a pagare 20 milioni di euro e tutt’ora una multa giornaliera dal valore di 120.000 euro fino all’adeguamento alla direttiva.

Infine, sempre in materia ambientale, la Commissione ha aperto la procedura per la mancanza strutturale di impianti fognari e di depurazioni delle acque reflue in numerosi centri urbani italiani. Nel 2018 l’Italia è stata condannata al pagamento di 25 milioni di euro ed una penalità di 30.112.500 euro per ciascun semestre di ritardo nell’attuazione delle misure necessarie ad ottemperare la sentenza. 

Un altro settore su cui si è espressa la Corte di Giustizia Europea è la concorrenza. La Commissione in questa categoria ha annoverato una serie di interventi illeciti dell’autorità pubblica locale a sostegno di specifiche imprese. Negli atti si fa riferimento agli aiuti di stato, cioè sgravi fiscali o veri e propri investimenti, concessi a imprese e società operanti sul territorio. L’adozione di questi atti, se non supportata da specifiche cause di giustificazione o obiettivi di interesse generale, è vietata dalla Comunità Europea in quanto incide negativamente sul mercato, non garantendo una leale concorrenza tra imprese. 

Tra il 1995 e il 1997 la Commissione aveva rilevato nei territori di Venezia e Chioggia specifiche imprese che avevano beneficiato di riduzioni o esenzioni dal versamento di oneri fiscali per la creazione e mantenimento dei posti di lavoro. Nel 1999 la Commissione aveva mandato una lettera di messa in mora, ritenendo che alcuni di questi sgravi fossero stati concessi a grandi imprese che non rientravano nei parametri stabiliti. La Corte, allora, ha condannato l’Italia al versamento di una somma fissa pari a 30 milioni e una penalità semestrale di 12 milioni euro fino alla piena esecuzione della condanna.

Analoga situazione è stata riscontrata in Sardegna, dove la Commissione ha condannato l'Italia al pagamento di una somma forfettaria pari a 7.5 milioni e ammenda giornaliera di 80.000 euro per il mancato recupero degli aiuti di stato. Nel 2008 la stessa Commissione aveva, infatti, riscontrato che la regione aveva concesso illecitamente 15.000.000 euro a delle società senza giustificare la transizione. 

L’ultima condanna riguarda, infine, l’erogazione illecita di fondi europei concessi per favorire l'occupazione a livello nazionale. Nel maggio del 1999 la Commissione aveva adottato una decisione con cui concedeva allo Stato degli incentivi economici con lo scopo di favorire alle imprese la stipulazione di contratti di formazione e lavoro, nonché agevolare la trasformazione di contratti a tempo determinato a indeterminato. La Corte ha condannato il Paese al pagamento di una penalità dal valore di 30 milioni.

Ciò che colpisce è la quantità di procedure di infrazione a tema ambientale che sono tuttora aperte nei confronti dell’Italia. Con 18 casi su 82 totali, è la categoria per cui il Paese presenta più irregolarità. Non basta inserire la «tutela ambientale» tra i primi articoli inderogabili della costituzione per proporsi come uno Stato sensibile al tema della sostenibilità ambientale. Queste scelte non devono rimanere sulla carta come principi fondanti, ma è necessario che il Paese adotti nella prassi una politica attenta, che miri al rispetto del territorio, anche in relazione all’impatto che quest’ultimo ha sulla salute umana dei cittadini. Come ci dimostrano le procedure attualmente aperte in materia, l’Italia è ancora assai distante dall’obiettivo.

Articolo di Idarah Umana