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Llaika: un viaggio post covid tra i luoghi della cultura indipendente – prima tappa

14/09/2020

 

Che Ci Fanno Tanto Divertire è il primo progetto del collettivo Llaika.

Esther, aspirante antropologa e cartomante di fiducia. Katerina, pianista e celiaca, in entrambi i casi, presunta. Barbara, apprendista strega e cultrice degli insetti. All’attivo, solo inesperienza punk e fanatismo astrologico. Questo è Llaika. 

Per la sezione online di Scomodo, Llaika scriverà una serie di racconti a sei mani che riporteranno, oltre alle parole degli intervistati, le impressioni, gli stimoli e gli imprevisti di un viaggio improvvisato, nato dal desiderio di testimoniare le possibilità della cultura come pubblica risorsa fuori dal mercato dell’intrattenimento. Un’indagine territoriale sugli adeguamenti attuati dalle lavoratrici e dai lavoratori della cultura e dello spettacolo durante l’emergenza Covid19 che assume la forma di un viaggio in automobile a tappe iniziato da Venezia e terminato a Catania, alla ricerca di librerie, spazi espositivi, realtà musicali, performative e luoghi di produzione artistica.

Due erano le cose chiare: la durata massima del viaggio doveva essere di trenta giorni, il documentario e i racconti scaturiti dal viaggio avrebbero dovuto seguire un percorso non geografico ma tematico. E’ secondo questo principio che spazio per spazio abbiamo disegnato la nostra traiettoria.

Prima tappa: le librerie 

“Nessun uomo è un’isola, ogni libro è un mondo” e ogni libreria indipendente è un satellite, una micro narrazione all’interno del panorama editoriale italiano. Da Venezia fino a Catania, siamo passate per Bologna, Pitigliano, Roma e Napoli, tracciando una linea che unisse questi satelliti. È così che abbiamo realizzato il nostro viaggio.

Raggiungiamo la Libreria Marco Polo a Venezia in uno scrosciante e uggioso pomeriggio di inizio giugno. La pioggia che caratterizza le estati lagunari mette alla prova la nostra attrezzatura, ma fortunatamente, a piedi, da casa di Katerina che sta a Dorsoduro, non sono neanche venti minuti. Nonostante tutto ci laviamo dalla testa ai piedi. 

Fra le due porte d’ingresso della libreria scorre un’aria frizzantina poco apprezzata da Olympia, grazioso bassotto tedesco, nonché mezza libraia, che si ripara sulla panca rossa dietro alle distintive borse “don’t look for love – look for books”.

I librai, Claudio Sabina e Flavio hanno aperto l’attività nel 2015, hanno lavorato parecchio negli ultimi tre mesi affinché la libreria rimanesse aperta. Hanno incominciato con le consegne a domicilio: non potendo più usare il loro spazio per accogliere lettori, hanno deciso di accompagnare i libri nelle loro case, con un rapporto a distanza di semplici sorrisi e saluti dalle finestre o sulle rampe delle scale, cosa che gli ha permesso di creare una sorta di mappa del lettorato veneziano. 

Successivamente si sono dedicati alla creazione di un indice, assolutamente non alfabetico, che ha mantenuto la caoticità della libreria stessa, e alla stesura di un catalogo on-line, “che prima pensavamo inutile”, ma che ha aiutato a far conoscere i loro libri ed a spedire in tutta Italia. Il 14 aprile, al momento della riapertura, fin da subito hanno pensato di far entrare le persone senza guanti ma con le mani pulite, per poter toccare a nudo i libri.

In libreria era anche possibile prenotare gli ambienti per un massimo di quattro persone, il che ha concesso ad amici di incontrarsi per la prima volta dopo oltre un mese di separazione. Claudio e Sabina hanno rinunciato alle presentazioni di libri online, quello che a loro manca di più sono i post-presentazione, i momenti di convivialità dove condividere un bicchiere di vino e qualche tarallo. Olympia starnutisce e si lecca le labbra, probabilmente anche lei sente la mancanza dei pezzettini di taralli che i lettori erano soliti darle di nascosto.

 

Le condizioni metereologiche sfavorevoli ci perseguitano fino a Bologna, in via Mascarella, è venerdì sera e piove nei nostri spritz mentre teniamo d’occhio la Modo Infoshop. Mezz’ora dopo essere entrate, la diffidenza iniziale di Andrea, il libraio con cui attacchiamo bottone, si è sciolta in simpatia. Fissiamo l’intervista. Voilà.

Nei mesi del lockdown, in risposta alla precarietà e all’improvvisa mancanza di servizi causate dalla chiusura totale delle attività, molti settori lavorativi si sono auto organizzati in reti di solidarietà e mutuo appoggio. Ce lo racconta Andrea mentre sediamo nel retrobottega di Modo infoshop, fra pile di libri e macchinari per la stampa editoriale. Anche lui e gli altri soci della libreria, Marta, Beppe e Fabio, hanno aderito ad alcune proposte di autosostegno delle librerie indipendenti. Per esempio la consegna di libri a domicilio, che li ha visti muoversi in prima persona per consegnare in bicicletta gli ordini a clienti e amici. O ancora l’iniziativa ‘Adotta una libreria’ della casa editrice torinese Eris, che in determinati giorni devolveva ad una libreria affiliata una percentuale delle sue vendite online pari all’incasso giornaliero che la libreria avrebbe guadagnato se fosse stata aperta. Questa proposta, a cui Modo Infoshop ha aderito in qualità di casa editrice, sostenendo a sua volta altre librerie, in poco tempo ha coinvolto editori da tutta l’Italia. Sono gesti simbolici che però fanno luce sull’importanza dei legami, professionali ma soprattutto di stima e affetto, per la sopravvivenza di un’impresa, che sia di natura individuale, spirituale, collettiva. È la politica del mutuo appoggio, che durante quest’emergenza ha dimostrato le sue possibilità di modello etico e pratico alternativo. Un modello che lega particolarmente stretti gli ambienti sociali qui a Bologna.

Durante l’intervista, Andrea ci fa una cronistoria della libreria e dell’ambiente punk Bolognese. Parliamo della produzione letteraria e musicale indipendente e dell’evoluzione della controcultura dagli anni ‘90. Fa il confronto con il mercato della letteratura contemporanea, dominato da premi come lo Strega, a sua opinione riflesso di pure dinamiche di profitto. “Il liquore strega fa pure cagare” è una battuta di Marcello Baraghini, il fondatore di Stampa Alternativa nonché una figura totem dell’editoria di controinformazione. Ad Andrea sfugge un paio di volte questo nome, tanto che alla fine ci lascia il suo numero.

Marcello Baraghini al telefono ha una voce profonda e serena, dice che ci aspetta per pranzo. Lungo le strade secondarie che da Firenze portano a Pitigliano, dove vive da quarant’anni, ci prendiamo una mezz’ora di ritardo per goderci il verde della Maremma e fumare una sigaretta. Le strade sterrate che attraversiamo per arrivare a casa sua ci suggeriscono da dove nasce l’ispirazione per Strade Bianche, il nome che Marcello ha dato alla propria libreria. L’intervista la facciamo innaffiando l’orto. Il suo ‘orto di guerra’, con cui vorrebbe aggirare le grandi industrie di frutta e verdura così come in questi sessant’anni di lavoro da libraio ed editore indipendente ha fornito un’alternativa al commercio culturale, ‘scavando un tunnel sotto il culo del mercato’. Marcello si sente un ortolano rivoluzionario, a 76 anni autonomo e felice, sano di corpo e anche di mente: “invece di vivere, si balla.” La sua è una ‘guerriglia’ che porta avanti da quando faceva parte dei radicali nella Roma movimentata degli anni ‘70. Grazie alle migliaia di giovanissimi studenti che comprando i suoi libri sostenevano il dissenso, Marcello stava realizzando una rivoluzione culturale, prima che cercassero di incarcerarlo per incitamento all’aborto. Via il codice a barre, via il copyright e il diritto d’autore. Il prezzo obbligatoriamente resta, ma diventa simbolico: libri a mille lire, oggi a un euro.

Ora la guerriglia continua dalla libreria Strade Bianche, sede della sua casa editrice indipendente Stampa Alternativa. In questi mesi di lockdown, la libreria ha reso scaricabile gratuitamente un libro al giorno, vedendo crescere, a suo dire, di “decine di migliaia” i suoi lettori. La politica di Marcello e della sua libreria si rifà alle parole del regista Jean-Luc Godard: ‘non esistono diritti d’autore ma solo doveri’. – ‘Poi la gamma dei doveri è tutta da discutere’ – aggiunge lui. Per quanto ci riguarda li ha resi chiari: proteggere la libertà d’opinione e la liberalizzazione della cultura, prendendosi cura dei propri lettori come un ortolano rivoluzionario cura le sue piante. 

A fine intervista, ci guardiamo. Senza confrontarci, abbiamo già deciso di accettare l’ospitalità offerta da Marcello, restando un po’ di più con lui e i suoi libri.

 

Penso ancora a Marcello. Paradossalmente forse uno come lui, che inizió giovanissimo insieme a Marco Pannella a promuovere la rivoluzione sessuale, non si scandalizzerebbe a parlare di libri e letteratura accanto ad uno strap-on. Ma confesso che per la me tredicenne, reduce da un’educazione cattolica, sarebbe stato come farsi di mdma in chiesa.

È in questo modo che giustificherò l’euforia con cui mi sono approcciata a Tuba, la libreria femminista di Roma gestita da Viola e Barbara, luogo dove i sex toys e i cocktail sono un’attrattiva tanto quanto la letteratura di donne.

Le raggiungiamo durante un’afosa mattinata romana sul lastricato pedonale del Pigneto. Il sole è gonfio, le vediamo aspettarci serie all’ingresso dove una colata di manifesti di Non Una Di Meno copre la parete. Viola ci rassicura immediatamente, “sorridiamo eh, ma non si vede sotto le mascherine.”

Mentre giriamo fuori dalla libreria, tra banchi della frutta del mercato e vecchie signore, Viola e Barbara ci raccontano di come durante l’isolamento hanno mantenuto di comune accordo la loro idea di politica della cura. Questo ha voluto dire rinunciare alle consegne di libri e alla vendita online nel rispetto di fattorine e fattorini che non sarebbero state sufficientemente tutelate.

Tuba da sempre veicola la comunicazione con i centri antiviolenza, soprattutto con Lucha y Siesta, la casa per donne vittime di violenza. “Non è un caso infatti che ci siano dei numeri di telefono sulla porta del bagno” ci dice Viola, “le riconosci subito quelle donne che passano da noi per trovare un rifugio o anche solo per staccare da una situazione difficile per almeno qualche ora”. Tuba ha sempre fatto il possibile per indirizzarle verso i centri, soprattutto in periodo di quarantena, quando la loro priorità era fare in modo che donne costrette a rimanere chiuse in casa non si ritrovassero in condizioni di oppressione.

Spengo la videocamera e mi accorgo che è proprio come nel libro di Simone de Beauvoir di fronte a me, a Tuba le donne hanno lo spazio del soggetto. 

Dal lastricato del Pigneto ci troviamo a vagabondare a caccia di spazi indipendenti tra le vie strette del centro storico di Napoli, dove rimaniamo incuriosite dalle porte color ocra della libreria Tamu. Ed ecco davanti a noi due ragazzi non ancora trentenni, Cecilia e Fabiano, sorrisi grandi e occhiali rotondi; inizialmente timidi durante le riprese, dopo poco rispondono curiosi.

Conosciutisi a Bologna e solo successivamente approdati a Napoli, ci raccontano di come la libreria sia nata dall’idea di promuovere autrici ed autori che provenissero dal Medioriente e dal Nordafrica, anche essendo vicini alla facoltà di Arabistica della Federico II, e di come con il tempo abbiano deciso di allargare le maglie. Ora Tamu tratta varie tematiche, con libri di filosofia, storia contemporanea, sulla questione di genere e organizza conferenze sui flussi migratori. 

Parlando di comunità, siamo finite a discutere della cosa più importante che è successa loro in quarantena. Hanno deciso di non utilizzare il medium delle presentazioni online, a detta loro già ormai saturo, e, come commentava anche Viola di Tuba, utile solo a quelle realtà che già lavoravano con un catalogo digitale. Tamu ha pensato, assieme ad altre tre librerie del centro storico partenopeo, di fondare LIRe, un’associazione di librerie indipendenti con cui ha condiviso vendite e spedizioni, creando una sorta di cassa di resistenza durante il periodo di stallo. Un esperimento di cooperazione invece che di competizione. Io e Katerina, la presunta celiaca del gruppo, alziamo lo sguardo stupite: eccoci di fronte ad un esperimento interessante. Per quanto piccola, la realtà proposta da Tamu, rappresenta una micro rete locale, non legata a circoli o ad associazioni preesistenti ma creata appositamente in un momento di emergenza.

Siamo sicure che i librai di Modo Infoshop sarebbero contenti di vedere questa politica di mutuo appoggio applicata, a oltre cinquecento chilometri di distanza.

 

L’ultima tappa delle nostre peripezie coincide con una domenica di luglio fra le strade di Catania. La città è deserta, ci sono oltre 30 gradi e non abbiamo ancora contattato una libreria. Senza grandi aspettative, Esther scrive a Vicolo Stretto, attività di proprietà delle sorelle Sciacca. Dopo qualche minuto il telefono le vibra in tasca e ci catapultiamo nella loro nuova sede: la Legatoria Prampolini.

Superata la salita sotto al picchiare del sole, Maria Carmela ci accoglie in due ambienti dai soffitti alti e dall’aria fresca. Katerina si siede su una poltrona di velluto e si mette a sfogliare il nuovo fumetto sull’architetta Lina Bo Bardi, mentre Esther prepara la strumentazione per l’intervista.

Chiediamo a Maria Carmela se Catania sia sempre così vuota nei fine settimana, “Avreste dovuto vederla quando abbiamo riaperto ad aprile.” Allo stesso modo Claudio della Marcopolo ci ha detto che a Venezia, nel periodo di lockdown “sembrava di camminare alle tre di notte in pieno giorno”. 

La riapertura a metà aprile è stata precoce, non essendoci clienti molti scaffali sono ancora vuoti e le sorelle si sono ritrovate costrette ad aprire le porte per sole tre ore al giorno. La Legatoria, inaugurata soli cinque mesi prima, non ha ancora avuto il tempo di comprendere appieno il suo bacino di utenza, al di là di attrarre la clientela universitaria e liceale del quartiere, grazie alla presenza di due scuole che al momento sono, ovviamente, chiuse.

 

Se abbiamo pensato che l’aumento pro-capite di tempo libero durante il lockdown avesse portato in Italia all’aumento dell’acquisto di libri, ci siamo sbagliate: in generale i lettori sono diminuiti. Questo non ha fermato la circolazione della letteratura. Anzi, è ai librai e agli editori indipendenti che va la nostra gratitudine: perché non hanno mai smesso di credere che leggere un libro possa essere un atto di resistenza. Un atto di resistenza solitario

Per altre tipologie di realtà culturali, come quelle dell’arte e dello spettacolo che necessitano per loro natura della presenza di una moltitudine, il discorso si complica e un atto di resistenza può significare fare un passo indietro, dichiarare un’assenza. Lo vedremo meglio nei prossimi capitoli. 

Articolo di collettivo Laika