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Come procede la regolamentazione del lobbying

Norme che regolino la pratica del lobbying non possono più essere rimandate, specialmente con l'imminente arrivo dei primi fondi del Next Generation EU.

Ci sono argomenti che catturano l’attenzione, altri che passano inosservati e alcuni che provocano una profonda noia nell’opinione pubblica. Purtroppo, questi ultimi sono spesso quelli che danno forma alla società e alle istituzioni politiche che ci rappresentano. Spesso temi ostici come il conflitto d’interessi e il lobbying sono sottovalutati, se non addirittura snobbati, dai più. Nonostante ciò, la recente vicenda Renzi-MBS ha riportato alla ribalta annose questioni in merito alla regolamentazione dei rapporti tra potere politico e privati cittadini, o, in questo caso, potenze straniere.

 

Dedichiamo due minuti a qualche definizione

Prima di capire quali sono i problemi nella regolazione di tali rapporti è importante capire di cosa si sta parlando nello specifico. Per conflitto d’interessi si intende tutti quei casi in cui un titolare di cariche di governo, dal Presidente della repubblica sino al deputato, ricopre un ruolo pubblico incompatibile con i propri interessi personali. Il lobbying consiste in quelle situazioni in cui un gruppo di pressione (lobby, ndr) utilizza vari strumenti per influenzare le decisioni prese dal mondo politico. Sebbene molto diverse, queste due attività sono legate a doppio filo. É, per esempio, pratica ampiamente diffusa che senatori e deputati, una volta lasciato il parlamento, diventino essi stessi lobbisti o assumano incarichi di grande importanza in grandi imprese e banche, in forza dell’insider knowledge acquisito durante il periodo al governo o in parlamento. 

La legge prevede che i titolari di cariche di governo si “dedicano esclusivamente alla cura degli interessi pubblici” teoricamente impedendo ai rappresentanti politici di prendere parte a decisioni che coinvolgano interessi personali. Di conseguenza, il conflitto d’interessi può avere luogo solamente durante il mandato ed è quindi ovvio chiedersi: è sensato escludere dal costituire conflitto di interessi attività “sospette” svolte anche solo un giorno dopo lo scadere del mandato? Il buon senso suggerirebbe di no e in realtà non è solo il buon senso a suggerirlo, ma anche i rapporti periodici sullo stato di diritto stilati da Consiglio d’Europa e Commissione Europea. Entrambi sottolineano le lacune del nostro sistema giuridico e sollecitano una riforma profonda del conflitto di interessi. 

Se la regolamentazione del conflitto d’interessi è scarsa e poco efficace, quella riguardante le attività di lobbying è quasi inesistente. Le norme sono pochissime e la gran parte di esse si applica solo agli eletti alla Camera dei deputati. Il motivo è molto semplice: non esistono leggi comprensive sull’argomento. Le uniche regole esistenti, valide solo per i deputati, sono incluse nel codice di condotta approvato nel 2016 e nel regolamento delle attività di lobbying in vigore dall’anno seguente. Al contrario, il Senato non ha nessuno strumento ad hoc e un’eventuale stesura non sembra essere nemmeno contemplata.

Sorge allora spontanea una domanda: in un contesto normativo così problematico, com’è possibile assicurare la trasparenza nell’utilizzo degli immensi fondi messi a disposizione dal Next Generation EU? Alla mancanza di una legislazione chiara bisogna assolutamente rimediare al più presto così da evitare episodi di corruzione eclatanti. 

Ma prima di pensare a delle soluzioni dobbiamo chiederci con che tipo di corruzione abbiamo a che fare. Prendiamo a titolo d’esempio la pratica, purtroppo abbastanza diffusa, delle revolving doors. In questi casi, un ente privato o un gruppo di interessi intavolano una vera e propria transizione informale con un rappresentante delle istituzioni. Modifiche alle leggi, favoritismi e simili durante il periodo in carica vengono scambiati per posizioni di rilievo all’interno di grandi aziende una volta terminato il mandato del parlamentare o senatore coinvolto. Con la normativa attuale un’attività del genere non è sanzionabile; tali falle però non potevano che attirare l’attenzione di qualcuno.

 

Un vento (stantio) di cambiamento

Negli anni si sono susseguite decine di progetti di legge, senza che si sia mai arrivati a un testo definitivo. Le proposte per la regolamentazione delle attività di rappresentanza di interessi (lobbying, ndr) al vaglio della Commissione Affari Costituzionali della Camera sono attualmente tre, mentre è in discussione da quasi due anni un testo unico per la riforma del conflitto di interessi.

Bisogna ammettere che alcuni passi avanti sono stati fatti nel 2017 con l’istituzione del registro dei rappresentanti di interessi attivi alla Camera dei deputati, sebbene al Senato non si sia mosso ancora nulla. Il problema di tale strumento è che offre ben poca trasparenza, data l’assenza di un elenco delle attività di lobbying svolte quotidianamente dagli iscritti. Di fatto, i lobbisti una volta iscritti al registro, sono solamente tenuti a stilare una relazione annuale sulle loro attività.

Sottolineiamo un ultimo aspetto riguardante il lobbying. Per quanto le attività di rappresentanza di interessi siano pressoché non regolate, ciò non le rende illegali. In realtà, queste attività sono permesse proprio perché pensate come mezzo a disposizione dei cittadini per esprimere il proprio parere sulle attività del legislatore. Alla società civile sono concessi non uno, ma ben due momenti per intervenire nell’iter legislativo. Infatti, le lobbies possono sia influenzare indirettamente la stesura di una proposta di legge sia intervenire direttamente nella fase di discussione nelle Commissioni.

In ogni caso, una regolamentazione è necessaria per tutte quelle attività che si svolgono in contesti non istituzionali e che spesso coinvolgono scambi di regali e favori. Alcuni, scarsi, limiti esistono già. Per esempio, accettare regali del valore superiore ai 250 euro è vietato dal codice di condotta della Camera. Anche qui però sorgono diversi dubbi: ricevere 2 regali del valore di 249 euro in 2 incontri diversi equivarrebbe a una violazione del codice? E riceverne 10? Anche supponendo che tali scambi vengano considerati violazioni, sembra assurdo che la sanzione si limiti a un annuncio verbale alla Camera dei deputati. I dubbi sull’efficacia del codice non finiscono però qui. Basti pensare che i rimborsi spese per viaggi o soggiorni da parte di terzi non vengono considerati doni e non sono sottoposti a nessuna limitazione. Ciò sembra suggerire che un soggiorno in una villa con piscina, pagato da terzi, non costituirebbe una violazione del codice di condotta, nel caso il deputato stesse svolgendo attività di tipo istituzionale. 

 

Lobbying4change, la società civile si mette in moto

Tutte queste criticità non fanno che rendere ancora più pressante la necessità di leggi che regolino in maniera chiara e comprensiva sia il conflitto di interessi che le attività di lobbying. Per questa ragione, l’organizzazione non profit The Good Lobby, assieme a 14 realtà della società civile, ha lanciato la campagna Lobbying4Change chiedendo che venga approvata una legge chiara che regoli le attività di rappresentanza di interessi. A questa prima petizione se ne accompagna una seconda che pone l’attenzione su una profonda riforma della legge sul conflitto di interessi.

La regolamentazione del lobbying è un tema che non può più essere rimandato, specialmente dati i tempi strettissimi che ci separano dall’arrivo dei primi fondi del Next Generation EU. Per questo Scomodo ha chiesto a Federico Anghelé, direttore di The Good Lobby Italia, quali siano i tre punti fondamentali per un’efficace disciplina del lobbying: 

“Il primo punto sarebbe quello di avere una normativa organica, che valga per tutte le istituzioni, a livello locale e centrale ed eviti – come accaduto fino ad ora – di avere regole diverse tra ministeri, Camera, regioni. (…) E’ poi necessario un registro unico nazionale, che sia tenuto da un’istituzione neutra (come un’autorità indipendente) (…). Il registro deve contenere indicazioni sui politici che sono stati incontrati, sui temi di cui i “lobbisti” hanno parlato (…), sulle risorse economiche impiegate nello svolgere attività di rappresentanza di interessi. Infine, è fondamentale che esistano codici di condotta e sanzioni valide sia per i lobbisti che per i decisori pubblici: soprattutto questi ultimi devono attenersi a regole precise all’insegna della trasparenza e dell’inclusività nell’ascoltare voci diverse prima di giungere a una decisione politica.” 

La necessità di queste innovazioni normative si lega a doppio filo con la questione della trasparenza nelle attività di governo. Proprio in vista del Next Generation EU, alcuni stati europei hanno sviluppato piattaforme open data e di open government per il controllo e la gestione degli ingenti fondi in arrivo dall’Europa. In Italia non sembra essere in programma nessuno strumento di questo tipo, di fatto escludendo la società civile dal processo decisionale. Sempre Anghelè ci sottolinea come la trasparenza sia un tema fondamentale perché:

“La trasparenza non è fine a sé stessa. Permette a tutti di monitorare e valutare l’operato della Pubblica amministrazione, di prevenire sprechi e cattive allocazioni delle risorse, di verificare la congruità dei prezzi degli acquisti effettuati dalla PA, di capire se i consulenti scelti sono lì per meriti o per ragioni clientelari.”

Insomma, la riforma di lobbying e conflitto di interessi può, a primo impatto, non sembrare il tema più scottante dei nostri giorni; è evidente però come il vero cambiamento del paese non possa che passare per una profonda riforma delle nostre istituzioni politiche.   

 

 

Articolo di Matteo Cortellari