Abbonati Accedi

La logistica come terreno di conflitto

Intervista a Mohamed Arafat, sindacalista del S.I. Cobas

28/06/2021

La pandemia ha acutizzato la centralità della logistica come settore economico. I ripetuti lockdown non hanno rallentato i consumi: anziché andare a fare shopping in negozio oppure al centro commerciale, abbiamo fatto sempre più affidamento alla consegna a domicilio. I lavoratori della logistica, dai magazzinieri ai facchini (driver), non si sono mai fermati in questi mesi ed hanno continuato a lavorare esponendosi a rischi sempre più elevati di contagio.

A Piacenza, piccolo capoluogo di provincia nella bassa padana emiliana, da anni sorge uno dei più importanti poli logistici d’Europa. Qualche mese fa la multinazionale della logistica FedEx ha deciso la chiusura del proprio magazzino, esponendo al rischio di licenziamento oltre seicento lavoratori. La mobilitazione dei lavoratori contro gli esuberi guidata dal S.I. Cobas ha però visto come risposta una violenta repressione da parte delle istituzioni nella quale sono fioccati arresti, multe e fogli di via, mettendo in discussione il diritto di sciopero garantito dalla costituzione.

Di come e perché la logistica sia diventata il nuovo terreno del conflitto tra capitale e lavoro ne abbiamo parlato con Mohamed Arafat, uno dei leader del S.I. Cobas piacentino.

 

A partire dai primi anni 2000 a Piacenza si è sviluppato uno dei più importanti poli logistici d’Europa che ha radunando sotto di sé numerose aziende come Unieuro, Amazon, FedEx-TNT. Quali erano le condizioni di lavoro che hanno portato il S.I. Cobas ad interessarsi di questa situazione?

Il magazzino ha aperto nel 2006, mentre noi abbiamo iniziato a fare attività sindacale dal 2011. La situazione era drammatica all’interno dei magazzini. Vigeva una situazione di “quasi-schiavitù” con la gente che andava a lavoro senza sapere quando sarebbe uscita, non esisteva un orario di lavoro. Decidevano chi avrebbe lavorato giorno per giorno a loro piacimento, anche se gli esclusi avevano un contratto a tempo indeterminato. La gente andava lì a lavorare aspettando tre o quattro ore sulla scala dell’azienda, e poi loro sceglievano: «tu entri, tu vai a casa». Tutto questo nonostante avessero un contratto di lavoro full time. Non esisteva nessuna regola, né nessuno era disponibile a difendere questi lavoratori. Le istituzioni non facevano una mossa e neppure i sindacati confederali. I lavoratori venivano trattati particolarmente male all’interno dei magazzini: forzati a lavorare a ritmi doppi, sgridati di continuo, spesso capitava che lavoratori con contratto da otto ore venissero mandati a casa dopo averne concluse solo quattro. Il loro obiettivo era quello di tenere una classe operaia divisa e povera in maniera tale da mantenere saldo il comando: questa è stata la dinamica dal 2006 al 2011. In Italia funzionava così il mondo della logistica. Nel 2011 siamo intervenuti come S.I. Cobas per dire basta a questo sistema.

 

A dieci anni dal vostro ingresso nei magazzini della logistica cos’è cambiato?

Abbiamo colpito il sistema nel 2011 facendo uscire tutta questa schifezza alla luce del sole e da lì tutti sono rimasti con la bocca aperta. Non era solo la TNT di Piacenza ad essere così, ma tutta la logistica aveva adottato lo stesso modello. Se oggi facciamo una battaglia contro la FedEx è perché sappiamo che se passa la posizione dell’azienda, allora passerebbe anche a GLS, SDA, Amazon, in tutta la logistica. Da qui a partire dal 2011 siamo riusciti ad entrare nel settore della logistica e ad oggi siamo presenti nell’80% dei magazzini su tutti i territori, da nord a sud. Il nostro modello di sindacato ha funzionato perché la gente aveva voglia di un’alternativa: non andava più bene quel modello di sindacato che dava ragione a padroni che pagavano in nero e schiavizzavano i lavoratori.

Il caporalato esiste anche nella logistica: all’interno dei magazzini vi sono persone che prendono lavoratori sottopagati, lavorano il doppio e devono stare zitti perché minacciati. Oggi nella logistica ci sono diversi lavoratori che hanno vista riconosciuta un’invalidità professionale sul posto di lavoro. Non è un lavoro bello. La logistica è un lavoro molto usurante e molto pesante. I lavoratori che lavorano di notte per vent’anni perderanno gran parte della loro salute solo per questo aspetto. Alzare pacchi, lavatrici, frigoriferi, non sono processi automatizzati, ma sono tutti manuali. I lavoratori non ce la facevano più: vivevano una vita da schiavi, sottopagati. Per questo siamo riusciti a vincere, perché abbiamo dato gli strumenti ai lavoratori per acquisire dignità, un salario dignitoso e garantito e un futuro per i loro figli.

 

Lo scorso 30 marzo FedEx-TNT ha annunciato la chiusura dell’hub di Piacenza. Quali sono state le motivazioni che hanno portato l’azienda a prendere questa decisione?

Ci tengo a sottolineare una cosa molto importante: il magazzino della TNT di Piacenza era il secondo magazzino più automatizzato in tutta Europa e il primo in Italia. Aveva un macchinario che smistava la merce da sola. Si trattava del centro di smistamento più grande in Italia e viaggiava su una media di centotrentamila colli al giorno, facendo lavorare seicento lavoratori.

Col tempo hanno tentato di mandare via i lavoratori: la TNT non avrebbe potuto farlo a causa dei diritti che erano stati acquisiti, allora la FedEx, acquistando la TNT, decise di applicare il proprio modello americano. Quando sono entrati hanno visto lavoratori che lavorano da vent’anni che si trovano con scatti d’anzianità e maggiori diritti acquisiti, persone con invalidità e salari alti. La FedEx voleva sostituirli con dei lavoratori in affitto che avrebbe pagato 6 euro anziché 11 all’ora: ragazzini di diciotto anni senza nessuna esperienza lavorativa che davano il doppio costando la metà.

FedEx ha annunciato oltre seimila licenziamenti in tutta Europa, di questi 1800 in Belgio e 1860 in Italia. In Belgio stanno attualmente scioperando. Chiudere il sito di Piacenza sarebbe da fessi perché tutti vogliono investire su Piacenza: la verità è che non vogliono lavoratori sindacalizzati, vogliono persone che producano il doppio con metà del salario.

 

A partire dall’annuncio della chiusura dello stabilimento FedEx-TNT avete portato avanti una vasta mobilitazione che ha raccolto solidarietà da gran parte della società civile. Perché le istituzioni hanno risposto con una repressione così violenta nei confronti del sindacato e dei lavoratori?

La prima cosa è stata il mio arresto, avvenuto dopo uno sciopero di sei giorni per scongiurare la chiusura del sito di Piacenza. FedEx aveva dichiarato davanti alle istituzioni che il sito non avrebbe chiuso, ma poi le istituzioni non hanno fatto nulla per far rispettare l’accordo che era stato firmato alla presenza del prefetto, del questore e dell’ispettorato del lavoro. Sapendo che io e Carlo (Carlo Pallavicini, sindacalista del S.I. Cobas, ndr) rappresentavamo i lavoratori della Fedex di Piacenza hanno pensato bene di smantellare la difesa dei lavoratori smantellando il sindacato: hanno arrestato me e Carlo mettendoci agli arresti domiciliari secondo accuse mosse dal PM di Piacenza che poi il tribunale di Bologna ha smentito. Per questo dico che l’arresto mio e di Carlo è stato un arresto politico finalizzato a smantellare la difesa dei lavoratori. 

Per quanto riguarda invece i lavoratori, sono stati emanati ventinove fogli di via, in seguito respinti tutti tranne sei e diverse multe. Io personalmente ho avuto due multe, una da 1000 ed una da 800 euro. E non finisce qui se si contano anche le minacce ai lavoratori sui giornali e gli attacchi da parte della magistratura. La liberazione mia e di Carlo è avvenuta dopo venti giorni di arresti domiciliari. 

La lotta dei lavoratori del S.I. Cobas di Piacenza ha avuto successo sul piano politico e della solidarietà: si è creata un’altra immagine della faccenda perché tutti hanno potuto osservare l’attacco politico contro la classe operaia. Pensavano di poter distruggere il nostro modello di sindacato, ma non ci sono riusciti. Dopo il nostro arresto, hanno iniziato a svuotare il magazzino di Piacenza e a chiuderlo, nonostante l’accordo firmato in sede prefettizia. La procuratrice di Piacenza ha affermato che noi rappresentiamo pericoloso fenomeno in crescita, affermando tra le altre cose la bontà del lavoro dei sindacati confederali. Come fa la magistratura a dare giudizi sul lavoro del sindacato? Non dovrebbe essere il suo mestiere, dovrebbe limitarsi ad applicare la legge.

 

Com’è possibile che FedEx abbia potuto così facilmente recedere dai precedenti accordi?

Abbiamo anche chiesto spiegazioni sul motivo del non rispetto degli accordi da parte di FedEx all’assessore del lavoro della Regione Emilia-Romagna Vincenzo Colla. Lui ha dichiarato che non sono stati rispettati gli accordi assunti a livello regionale da parte dell’azienda. La FedEx non li ha rispettati come se fosse che non esistessero né le istituzioni né le regole: esiste solo la regola della multinazionale. Questi hanno avuto sgravi fiscali da parte delle istituzioni per investire a Piacenza. Di questi tempi la politica loda gli imprenditori perché creano lavoro: certo che sono importanti gli imprenditori che danno lavoro, ma in quale forma? In quale modalità danno lavoro ai lavoratori? Se un imprenditore investe in Italia e la politica lo appoggia senza fargli pagare alcuna tassa, questo si prenderà gioco dell’Italia e dei lavoratori sfruttandoli quanto possibile per poi abbandonare il Paese.

La domanda da porsi quando succedono questi problemi è: chi difende i lavoratori? Hanno solo la lotta che possono utilizzare per difendere il proprio posto di lavoro. La dimostrazione di quello che dico è che nessuno tra Ministero del Lavoro e Ministero dello Sviluppo Economico è ancora riuscito a trovare una soluzione. Le multinazionali vengono qua in Italia a fare quello che vogliono, fintanto che fa comodo a loro. Solo con la lotta si possono ottenere risultati in questo Paese. Oggi ci serve una rivoluzione sociale dal basso, non solo dalla classe operaia, ma da tutti perché ci sono dei partiti che prendono in giro la gente difendendo questi imprenditori.

 

Nell’ultimo anno di pandemia ci siamo accorti di come la logistica sia diventata un settore sempre più importante. Tutte le aziende hanno aumentato notevolmente i propri profitti, ma allo stesso tempo le condizioni di lavoro non sono migliorate. Quali sono stati problemi che avete dovuto affrontare in questo anno di pandemia per garantire la tutela sanitaria dei lavoratori?

Durante il primo lockdown e anche oltre la logistica non si è mai fermata, con tutti i pericoli che poteva creare questa situazione a lavoratori che lavorano in tre o quattro sullo stesso camion, inizialmente senza mascherina. Dopo qualche mese abbiamo trovato trenta contagi nel magazzino: naturalmente a partire da qui anche la loro famiglia veniva contagiata.

In tempo di pandemia il lavoro è aumentato, non diminuito. Io credo che un fattore importante nella diffusione del virus sul territorio piacentino sia legato proprio ai magazzini della logistica. Mentre tutti erano a casa, i lavoratori della logistica erano tra i pochi ad essere liberi, costretti a incontrare i colleghi in luoghi di lavoro sovraffollati.

Per quanto riguarda i dispositivi di protezione individuale, nei primi mesi l’azienda non ha avuto l’obbligo di fornirli e neppure le istituzioni. Come S.I. Cobas abbiamo lottato per chiedere mascherine, disinfettanti e per misurare la temperatura all’ingresso a tutela della sicurezza dei lavoratori. Ci siamo riusciti grazie alla lotta, ma senza un appoggio da parte delle istituzioni.

 

Il caso di Piacenza non è un caso isolato. Negli scorsi mesi abbiamo osservato come il sindacato sia stato estromesso dal magazzino Amazon di Bessemer, in Alabama. La domanda è: come mai, dagli Stati Uniti all’Italia, c’è da parte delle aziende un problema di riconoscimento dei sindacati come interlocutori?

In realtà le aziende non hanno nessun problema a riconoscere dei sindacati “di comodo”. Quando invece si tratta di sindacati “scomodi” è chiaro che non vengano riconosciuti dal momento che l’azienda sa che questi non chiuderanno mai gli occhi sullo sfruttamento dei lavoratori. Per questo noi siamo “scomodi” e questa cosa mi fa piacere: siamo scomodi al sistema capitalistico, non come altri sindacati che sono dentro Amazon ma non sembra neanche che esistano. Loro guardano l’aspetto mediatico, ma non le tasche dei lavoratori e la loro dignità all’interno dell’azienda. Per me questo non è un modello di sindacato: noi abbiamo fatto sindacato perché sentiamo la sofferenza, la stanchezza di un lavoratore, sappiamo come soffre un lavoratore che fa campare con milletrecento euro al mese la propria famiglia. Amazon vuole solo sindacati di comodo.

Questo mese bloccheremo Amazon. Abbiamo deciso in coordinamento nazionale che verrà organizzato un blocco: abbiamo aperto lo stato d’agitazione perché l’azienda non vuole dare ascolto alle nostre rivendicazioni. Per questo abbiamo deciso di organizzare una giornata di sciopero contro Amazon come simbolo del sistema capitalistico, così da fargli capire che non possiamo essere toccati se siamo tutti uniti.

Articolo di Roberto Smaldore e Pietro Forti