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No, non siamo invidiosi della Lombardia

Come il presidente lombardo Fontana cela dietro l’accusa di invidia le proprie responsabilità politiche nella gestione dell’epidemia di COVID-19

09/06/2020

Cosa è andato storto

Il 5 giugno, il bollettino giornaliero della Protezione civile sulla COVID-19 ha registrato 402 nuovi contagi in Lombardia, sui 518 nuovi casi a livello nazionale: il 78% del totale. Se prendiamo i dati complessivi, la situazione rimane comunque piuttosto sbilanciata. Al 5 giugno, dei 234mila casi di COVID-19 registrati in Italia, 89mila sono in Lombardia, il 38%. Per capirci, la seconda regione, il Piemonte, ne ha 30mila: praticamente un terzo. Dal punto di vista dei decessi, la tendenza rimane simile se non peggiore. Dei 33mila morti dall’inizio della pandemia nel Paese, 16mila, ovvero quasi la metà, sono in Lombardia. L’Emilia-Romagna, seconda, è ferma a 4mila. E il dato sulla mortalità ci dice anche che il tasso di letalità della Lombardia (18%) è molto più alto rispetto al dato nazionale (14,4%). Indice che i numeri dell’epidemia sommersa nella regione potrebbero essere stati ancora più alti. Di fronte a questi dati, gli esperti si sono interrogati in queste settimane per capire le motivazioni alla base di questa recrudescenza del virus in quest’area. E oltre alle spiegazioni affidate alla scienza – come il primo position paper che ha sottolineato il rapporto tra un virus respiratorio come il SARS-CoV-2 e il particolato atmosferico, in una delle zone più inquinate d’Europa come la Pianura Padana –, a finire sotto la lente d’ingrandimento mediatica sono state le responsabilità politiche.

 

Le vicende più controverse sono essenzialmente due: la diffusione incontrastata del virus nelle RSA e la mancata istituzione di una tempestiva zona rossa intorno ai comuni di Nembro e Alzano Lombardo, primi focolai di COVID-19 nella regione. «Chiederci di ospitare pazienti con i sintomi del Covid 19 è stato come accendere un cerino in un pagliaio»: Luca Degani, presidente di UNEBA Lombardia (un’associazione che raggruppa istituzioni del settore sociosanitario), aveva commentato così ad aprile la delibera XI/2906 emanata dalla Regione Lombardia l’8 marzo. In quella delibera la Regione chiedeva alle RSA di ospitare alcuni dei pazienti COVID-19 meno gravi, in modo da alleggerire la pressione sugli ospedali. Ma questa scelta, che ha fatto sì che una delle categorie più a rischio, gli anziani, entrasse massivamente in contatto con il virus, si è rivelata presto come l’inizio di una vera e propria mattanza. Da un dossier dell’ATS (Azienda Territoriale Sanitaria) di Milano risulta che dal 20 febbraio al 20 maggio le sole RSA delle province di Milano e Lodi abbiano registrato 4486 morti. Di questi, il 26% è risultato ufficialmente positivo al SARS-CoV-2, mentre il 34% ha manifestato sintomi potenzialmente riconducibili al virus. Nella sola città di Milano i morti da COVID-19 sono stati 1273, ovvero il 61,65% dei decessi totali nelle RSA. Inoltre, a fine aprile, nel momento più acuto della pandemia, gli operatori sanitari assenti per malattia erano il 40% del totale, con oltre 3500 assenti perché contagiati dal SARS-CoV-2.

 

Sulla questione della mancata zona rossa per la Val Seriana invece il dibattito è ancora aperto. Da mesi ormai la Regione Lombardia – nelle vesti, che oramai si è imparato a conoscere bene, di Fontana e Gallera – e il governo centrale cercano di rimpallarsi la responsabilità per non aver preso quel provvedimento, scelta che poi ha portato ad effetti devastanti: a Codogno e nel lodigiano, nei comuni del primo focolaio dell’epidemia, la scelta di chiudere tutto ha limitato l’aumento della mortalità al 370% su marzo e aprile 2020, mentre ad Alzano e a Nembro si è arrivati ad un picco del 700%.

 

Il 6 aprile l’assessore alla Sanità Giulio Gallera aveva dichiarato a questo proposito alla trasmissione Agorà: «Avremmo potuto farla noi, ho approfondito l’indicazione». Gallera fa riferimento alla legge 883/1978, che all’articolo 32, comma 1 e 3, attribuisce sia al governo che alle amministrazioni regionali e cittadine la possibilità di «emettere ordinanze di carattere contingibile e urgente in materia di igiene, sanità pubblica e polizia veterinaria». Come del resto hanno fatto altre regioni, durante l’emergenza, in più di un centinaio di casi. Il 29 maggio la pm della procura di Bergamo Maria Cristina Rota, che sta seguendo l’indagine su questa vicenda, ha dato invece ragione all’amministrazione regionale, affermando: «Da quel che ci risulta è una decisione del governo». Il pomo della discordia è una direttiva del Ministero dell’Interno dell’8 marzo che invitava ad evitare «sovrapposizioni di direttive aventi incidenza in materia di ordine e sicurezza pubblica, che rimangono di esclusiva competenza statale». Secondo la Regione Lombardia, rientra in queste materie anche l’istituzione di “zone rosse”, in un’interpretazione estensiva della salute come sicurezza pubblica; secondo il governo, che anche nella persona del ministro per gli Affari regionali Boccia ha più volte fatto appello alla legge 883/1978 citata in precedenza, evidentemente no.

 

Un ulteriore nodo da sciogliere per quanto riguarda la Val Seriana è, infine, la chiusura dell’ospedale di Alzano Lombardo il 23 febbraio, dopo il primo caso nella struttura di COVID-19, a cui è seguita un’immediata riapertura 4 ore dopo. L’ospedale Pesenti Fenaroli è poi diventato uno dei principali focolai dell’epidemia nell’area. La questione, su cui pende un’indagine per epidemia colposa, richiama ancora una volta in causa le responsabilità della Regione Lombardia: un anonimo primario della struttura ha raccontato al TG1 che ad invitare alla riapertura sarebbe stato il direttore regionale Welfare Luigi Cajazzo, telefonando durante una riunione d’emergenza del personale ospedaliero. I dipendenti avrebbero a quel punto chiesto dei dispositivi di protezione individuale, richiesta però respinta dalla Regione: «Abbiamo chiesto poi dei dispositivi di protezione, ma ci hanno detto che non li avevano». Una gestione della situazione molto controversa, che non poteva mancare di suscitare polemiche.

 

Invidia o giustizia?

Il 21 maggio 2020, durante una discussione alla Camera, l’intervento del Deputato Ricciardi del Movimento 5 Stelle ha scatenato il caos: nel corso di pochi minuti sono volate dai banchi della Lega mascherine e parole estremamente dure nei confronti del deputato, colpevole di aver criticato le problematiche del sistema sanitario lombardo durante la gestione della pandemia. L’intervento di Ricciardi semplificava molto queste criticità ma, come abbiamo riportato in precedenza nell’articolo, la Lombardia è stata ben lontana dalla gestione perfetta paventata dal presidente Fontana e dall’assessore Gallera, sia per motivi strutturali della sua struttura sanitaria regionale che per scelte sbagliate da parte dell’amministrazione.

 

Da molto tempo a questa parte però, queste critiche al “Modello Lombardia” vengono liquidate da parte del nostro sistema mediatico come pura e semplice invidia: per citare le parole del giornalista del Corriere della Sera Beppe Severgnini, «forse è l’odio verso i primi della classe». Il tema dell’invidia nei confronti della Lombardia è divenuto motivo portante del dibattito pubblico nazionale, a cui ha  partecipato un gran quantitativo di commentatori: da Feltri, che parla di «meridionali inferiori che godono di quanto sta accadendo nella regione», fino a Mentana, che parla di “regione martire” ed insulta pesantemente Ricciardi dal suo profilo Facebook dopo il suo intervento alla Camera, tutte le critiche verso i palesi errori di gestione da parte della Regione  vengono etichettati con il bollino dell’invidia e vengono liquidate in questa maniera.

 

Questo atteggiamento da parte dei media, oltre ad impedire dei seri lavori di analisi su cosa sia andato storto in una regione che ancora oggi segna giornalmente numeri a tre cifre per quanto concerne i nuovi casi, hanno inasprito gli animi all’interno dell’opinione pubblica in maniera insostenibile: ogni qualvolta viene pubblicata sui social una notizia sulla Lombardia, nei commenti sotto al post di turno si scatena una vera e propria guerra fra lombardi che sottolineano la loro posizione di superiorità e meridionali che attaccano rinfacciando il numero di contagiati e accusando la Regione di aver bloccato il resto d’Italia a causa delle sue problematiche. Una situazione che infine si rispecchia anche nella politica nazionale, come nel caso dello scontro a distanza fra il presidente della Regione Sardegna Solinas e il sindaco di Milano Sala sulla possibilità di creare un “certificato di negatività” per poter raggiungere la Sardegna al seguito della via libera alla circolazione interregionale dal 3 giugno: una proposta rivedibile, ma frutto della necessità di una regione assai vulnerabile dal punto di vista sanitario di minimizzare ogni possibile rischio di un nuovo focolaio che possa gettare la Sardegna nuovamente in lockdown. Così la vicenda non è stata affrontata dal sindaco Sala, che ha visto il tutto come un attacco diretto ai suoi concittadini. In un post su Facebook ha affermato: «Penso sia sbagliato discriminare gli italiani per regioni di appartenenza. Milano e la Lombardia saranno sempre terre di libertà e di accoglienza. Ci aspettiamo lo stesso dal resto del Paese».

 

Eppure, i numeri danno ragione a Solinas: la Lombardia è l’unica regione che segna ancor oggi centinaia di casi al giorno, per cui il via libera del 3 giugno comporta dei forti rischi per le altre regioni italiane. Per ovviare a questo problema si sarebbe potuto rimandare di minimo 15 giorni la riapertura dei confini regionali lombardi, ma, come spiegato nell’articolo “La guerra delle due Italie” sul numero 32 di Scomodo, le pressioni politiche di Fontana e degli altri presidenti di Regione del nord Italia hanno impedito di fatto al Governo Conte di prendere in considerazione un sistema di riaperture diversificate in base alla situazione sanitaria delle Regioni.

In questo contesto, l’unico a sorridere è certamente il presidente lombardo: ogni qualvolta gli errori della sua amministrazione vengono chiamati in causa, può giocare la carta dell’odio (sia verso la regione che nei suoi confronti) per minimizzare le critiche, sfruttando inoltre il gran quantitativo di lombardi oramai in guerra con il resto del Paese sui social, da settimane e sempre pronti a difendere la propria regione dagli attacchi degli invidiosi. Il “primato lombardo” sul resto d’Italia (e la conseguente invidia degli altri) diviene lo strumento perfetto per celare le proprie responsabilità politiche.

 

Un trend, quello della costante deresponsabilizzazione rispetto alle proprie decisioni, che sta caratterizzando tutta la nostra classe dirigente durante questa lunga crisi: gli esempi migliori sono il Presidente del Consiglio Conte che si cela dietro alla gravità della situazione per giustificare ogni sua singola decisione (anche quelle che si sono rivelate sbagliate) o la Meloni che si lamenta delle multe ricevute al seguito della manifestazione tenuta dal centrodestra a Roma il 2 giugno. Ognuno di questi esempi mostra come la classe politica abbia estreme difficoltà ad assumere responsabilità per le proprie gesta ed azioni, ma il caso Fontana si muove su un piano differente. La tesi della “supremazia lombarda” e della presunta “invidia verso i primi della classe” rischia di riaccendere l’odio racchiuso in una delle questioni più storicamente gravi nel Paese, ovvero la sistemica ostilità fra le due parti che lo compongono: il nord e il sud.

Proprio in un momento nel quale l’unità nazionale è fondamentale per poter superare questo difficile momento di crisi, Fontana fomenta un clima di divisione per poter posticipare il più possibile il momento nel quale sarà messo dinanzi alle sue colpe della sua gestione dell’epidemia di COVID-19. Un atteggiamento che si somma alle già gravi mancanze della sua amministrazione durante questa gigantesca crisi sanitaria, la più grave mai affrontata nella storia italiana.

 

Articolo di Simone Martuscelli e Luca Bagnariol

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