Abbonati Accedi

La nuova lotta sul lavoro

Orari massacranti, salari bassi, sicurezza e salute a rischio, lotte per i diritti continuamente sotto attacco. Questa è l’Italia fondata sul lavoro alla vigilia dello sblocco dei licenziamenti

21/06/2021

Il blocco dei licenziamenti ha tenuto a bada la perdita già enorme di posti di lavoro, di fatto “reinstaurando” l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (ovvero l’impossibilità per l’azienda di licenziare per motivi puramente di bilancio) per un periodo limitato di tempo, dimezzando gli esuberi (da una media di 40.000 al mese a circa 20.000). Il temuto sblocco, dapprima rimandato ad agosto per poi essere ristabilito alla data del 30 giugno 2021 dopo gli attacchi di Confindustria, rimette al centro la questione della qualità del lavoro in Italia. Non solo gig economy, grandi colossi difficili da controllare, caporalato. La condizione del mercato del lavoro in Italia è critica su ogni fronte. 

 

Salari da fame dalle campagne alle ribalte

«Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa», recita l’articolo 36 della Costituzione. Eppure, in Italia, il costo della vita aumenta nettamente di più rispetto ai salari. A dicembre 2020, la Fondazione Giuseppe di Vittorio ha lavorato sui dati OCSE, Eurostat, Commissione europea, INPS e MEF, circa le dinamiche salariali e occupazionali delle sei maggiori economie dell’Eurozona, per elaborarne un confronto. In Italia emerge una polarizzazione verso il basso dei salari, frutto di politiche aziendali (e non) che hanno sfruttato la moderazione salariale come strumento per la competitività. Tra il 2000 e il 2019 in Germania e in Francia si è registrato, rispettivamente, un aumento del salario lordo annuale del +18,4% e +21,4%, mentre in Italia del +3,1%. Ma se nel lungo periodo si registra almeno un leggero incremento, tra 2007 e 2019 si parla di regressione dello stipendio annuale lordo per lavoratore: da 30.172 euro a 30.028, mentre la Germania ha segnato un + 6.000 euro. Il tutto senza contare il periodo pandemico, che ha visto lo sgretolarsi di oltre 39,2 miliardi di euro di salari e stipendi, con una perdita complessiva del 7,47%. E mentre i salari diminuiscono (o aumentano di troppo poco), il costo della vita si aggrava dell’1-2% ogni anno. L’indice nazionale ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati ci ricorda come le buste paga degli italiani non sono sufficienti a 1,7 milioni di famiglie in povertà assoluta nel 2019, per un totale di quasi 4,6 milioni di individui (7,7% della popolazione totale).

In un contesto sociale in cui le famiglie si impoveriscono, le persone senza potere contrattuale diventano ricattabili. Senza reali tutele, il singolo lavoratore fa del proprio diritto a una retribuzione degna un elemento di contrattazione al ribasso. Problematiche non esattamente nuove. Così Marx ne Il Capitale: «La quantità di plusvalore dipende solo dalla quantità di sfruttamento della forza lavorativa». Il salario basso non è un malfunzionamento del sistema, ma un veicolo di profitto. E così si allontana l’utopia fordista: sempre più raramente chi lavora a un prodotto ne è un potenziale acquirente, proprio è un salario basso a permettere prezzi bassi per i beni di consumo.

 

Vita divisa tra lavoro e lavoro 

La prima Rivoluzione industriale apre le porte al nuovo mondo delle fabbriche, che determinano un drammatico allungamento del tempo di lavoro, arrivando a toccare sedici ore giornaliere su sei giorni settimanali. Nell’ottobre del 1844 la Federation of Organized Trades and Labour Unions propone una grande azione di lotte e scioperi per l’ottenimento delle otto ore lavorative. In Italia, solo con un decreto regio del 1923 si ottiene questo diritto esteso a tutte le industrie.
Lo slogan “lavorare meno, lavorare tutti” pone le sue radici nelle lotte sindacali degli anni ottanta in Francia, ma ritrova una sua collocazione anche nei discorsi politici contemporanei. La premier finlandese Sanna Marin torna infatti a sventolare una storica bandiera della socialdemocrazia scandinava. La proposta è quella di passare dalle otto alle sei ore di lavoro giornaliere. Sfatata la convinzione che più lavoro coincida con maggiore produttività – secondo le stime dell’OCSE diffuse del 2020, infatti, l’Italia si posiziona ai primi posti, dopo Grecia ed Estonia, per ore di lavoro alla settimana ma tra gli ultimi per produttività, mentre per paesi come la Germania o l’Olanda accade l’opposto – le conseguenze positive sarebbero svariate. Le principali sarebbero miglioramento della qualità della vita (meno lavoro e più tempo libero) e un possibile elemento di contrasto alla disoccupazione, ridistribuendo l’occupazione su una platea più numerosa.

In Italia, però, la legge rimane ancorata alle otto ore al giorno, per un massimo di quaranta ore alla settimana e quarantotto compresi gli straordinari. Ma in alcuni settori gli abusi appaiono evidenti. Secondo il Rapporto annuale delle attività di tutele e vigilanza dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, nel 2020 la violazione della legge sulla tutela dell’orario lavorativo è risultata prevalente nei settori del terziario – di cui l’11% dei lavoratori hanno subito violazioni accertate – e delle attività manifatturiere. Sono stati 467 i conducenti ai quali i datori di lavoro hanno imposto orari di lavoro non legali in materia di guida, interruzioni e periodi di riposo. A Viterbo, i sindacalisti Marco Nati e Massimiliano Venanzi dichiarano che durante la prima ondata di emergenza sanitaria i braccianti, in alcune campagne della Tuscia, sono stati costretti a lavorare tredici ore al giorno nei campi.

A preoccupare oggi, però, è anche la normalizzazione di alcune pratiche di dilatazione dell’orario lavorativo. Secondo il decreto legislativo n. 66 del 2003, per orario lavorativo si intende «qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni». L’orario lavorativo coincide quindi con il periodo di reperibilità, anche da casa. Questo è risultato evidente con l’introduzione massiccia dello smart-working dal periodo di emergenza sanitaria. Secondo alcune stime, il 54% delle aziende adotteranno il “lavoro agile” in maniera sostanzialmente permanente, definendola come modalità definitiva. Ma è davvero da considerarsi “agile” il lavoro da remoto? Ormai il concetto di work-life blur è entrato nelle nostre vite con la continua commistione dei due ambiti, con confini sempre più labili. E se il dibattito pubblico incentiva i lavoratori ad essere sempre più “flessibili” proponendo modelli insostenibili, sarebbe invece necessario che lo Stato intervenisse per arginare e delineare i due ambiti. Il sociologo Luciano Gallino, già nel 2011 in Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, dichiarava che “se uno si è convinto che sia normale inviare [all’organizzazione per cui lavora] una mail la domenica mattina [..] o premunirsi di leggere un suo sms alle due di notte, ciò significa che ha firmato un contratto che prevede 168 ore di lavoro la settimana, di cui circa 130 non vengono pagate”. Secondo alcuni ricercatori della Harvard Business School e della NY University, c’è stato un aumento medio di 48.5 minuti di lavoro al giorno nel mondo, con un incremento dell’8.2% del monte ore. 

 

(In)sicurezza nel mercato del lavoro 

Nel 2007, la media degli incidenti mortali sul luogo di lavoro era di poco meno di 3.5 decessi al giorno, per un totale di 1260 durante l’anno.

Il 9 aprile 2008 veniva emanato il testo unico per la sicurezza sul lavoro, anche sulla spinta di un altro noto incidente alla Thyssenkrupp di Torino, dove il 6 dicembre 2007 persero la vita 7 lavoratori. I pilastri su cui si basa il testo, noto anche come “Decreto 81”, richiedevano molti decreti attuativi, ancora mai approvati. Queste “parole d’ordine” erano poche e semplici: prevenzione, controlli, formazione, informazione, sostegno alle PMI e incentivi alle imprese virtuose.

Oggi i dati sugli incidenti mortali sul lavoro sono quasi identici (1270 durante il 2020), e su tutti i fondamenti del testo la situazione è critica. 

Lo spiega a Scomodo Sebastiano Calleri, responsabile nazionale CGIL per la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. «In Italia esistono 4 milioni di aziende. Lo squilibrio col numero degli ispettori è sin troppo evidente», in totale circa seimila comprensivi di ispettori INPS e INAIL. Il rapporto numerico ispettori-aziende sembra sufficiente a spiegare il numero basso di controlli, i quali hanno avuto trend negativo dal 2017 (22.805) al 2019 (18.446) per poi crollare nell’anno 2020 di pandemia (10.179). «Il calo delle ispezioni è dovuto a tre fattori», illustra Calleri. «Primo: le ispezioni sono purtroppo in potestà concorrente tra lo Stato e le Regioni. Le Regioni attraverso le ASL e i dipartimenti di prevenzione hanno la maggior fetta dei controlli, ma i loro servizi sono stati definanziati e sotto-inquadrati oltre che ridimensionati. L’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha anch’esso problemi di organizzazione, finanziamento e numero di ispettori. L’INAIL si occupa di ispezioni sui luoghi di lavoro, ma solo relativamente alla contribuzione rispetto al premio nell’assicurazione obbligatoria per il lavoro, ovvero l’assicurazione che le aziende pagano all’Istituto. Non c’è per esempio un coordinamento per la vigilanza a livello nazionale che indirizzi e che renda la vigilanza efficace e capillare su tutto il territorio. E questo ovviamente non è un caso… I dati delle ispezioni vanno ricercati navigando un po’ in questo mare magnum delle banche dati in possesso anche dell’INPS, dell’INAIL, dell’INL e delle Regioni, che però non hanno coordinamento centrale e non dialogano tra loro. Questo è uno dei problemi storici del nostro Paese: l’uso pubblico dei dati e l’utilizzo a fini prevenzionali di questi è una questione non risolta».

 

La formazione, altro dei pilastri, è un punto su cui Calleri insiste: «Sappiamo che molti incidenti sul luogo di lavoro avvengono il primo giorno di assunzione, perché non si è fatta esattamente la formazione che serve per andare in azienda, soprattutto per lavorazioni particolarmente pericolose. Questo perché la formazione costa». E, nonostante sia amareggiato dalla discontinuità con cui i grandi media si occupano di sicurezza sul lavoro, cita come esempio un recentissimo, triste e noto caso di morte sul luogo di lavoro. «Si ipotizza che, nell’incidente che ha portato alla morte di Luana D’Orazio, alla macchina con cui stava lavorando qualcuno avesse rimosso le protezioni per farla andare più veloce».

La formazione non è l’unico ambito legato alla sicurezza su cui molte aziende risparmiano. «Ci sono molti appalti che si giocano al massimo ribasso, che comprimono molti dei costi della sicurezza, risparmiando persino sui DPI (dispositivi di protezione individuale, ndr) durante il periodo pandemico». Gli appalti sono una questione che riguarda le PMI che, per rimanere competitive, risparmiano su salute e sicurezza (si pensi ai dati delle ispezioni che nel 2020 hanno rivelato il 79,3% di irregolarità). Qui si verificano la maggior parte di infortuni, incidenti mortali e sviluppo di malattie professionali. «Sappiamo che in questa fascia la competizione è più forte, anche a causa della competizione estera, e non a caso il distretto di Prato è un esempio di questo». Nel pratese è morta Luana D’Orazio, e i lavoratori della TextPrint sono in sciopero da mesi. E, sempre qui, un servizio di Piazzapulita ha scatenato una reazione quasi feroce da parte del distaccamento locale di Confindustria, che ha formalmente chiesto scuse oltre a “moderare” la didascalia al video del servizio sul sito di La7: «Le piccole e medie imprese sono quelle meno ispezionate, e al contempo meno organizzativamente e culturalmente attrezzate ad affrontare il problema».

 

E tuttavia, la questione riguarda anche i giganti molto da vicino. «Le grandi aziende appaltano e subappaltano molte delle proprie attività. Questo è un problema che parte dalle spese per la sicurezza sul lavoro e soprattutto di deresponsabilizzazione dell’impresa principale». È il caso soprattutto delle grandi aziende di logistica, che in tutto il mondo hanno un rapporto conflittuale con il mondo sindacale.  «L’impresa principale scarica i suoi costi e le sue difficoltà organizzative sulle imprese sottostanti, fino ad arrivare alla “polverizzazione” di questa filiera attraverso l’uso di lavoro individuale, lavoro cosiddetto professionale o lavoro a partita IVA mascherato, in maniera da non dover pagare il costo sociale e lavorativo di quelle prestazioni. Queste lavoratrici e lavoratori difficilmente avranno mai i diritti che hanno i dipendenti dell’azienda committente».

 

Ma la panoramica rischia di non tener conto di molti fattori, e lo illustra lo stesso Calleri: «Le denunce fatte all’INAIL riguardo agli infortuni sono, appunto, denunce. Questo fa sì che rimanga fuori una fetta enorme di lavoratrici e lavoratori che subiscono danni sul posto di lavoro. Tutto il lavoro informale, precario, non strutturato, le particolari situazioni del mondo del lavoro femminile e migrante sono fattori assolutamente esclusi dalle statistiche INAIL. Per due banali ragioni: quei lavoratori e quelle lavoratrici hanno più difficoltà e quasi mai denunciano anche per una sfiducia nei confronti delle istituzioni che dovrebbero seguirli e risarcirli per i danni subiti». E questo per paura da parte di chi dovrebbe denunciare, ma non solo. «Una denuncia di infortunio fa alzare il premio all’azienda che lo causa, e il fronte imprenditoriale fa sì che si denunci poco. Questo riguarda soprattutto le malattie professionali perché meno eclatanti e visibili, e perché è molto più difficile non denunciare un infortunio che stabilire che non si è direttamente responsabili della malattia di un proprio dipendente».

Ma sul lavoro informale, “nero”, la situazione si aggrava. «Ci siamo ritrovati ad avere a che fare con episodi di persone ritrovate nei campi dopo un infortunio sul lavoro che neanche sapevamo come si chiamassero o dove lavorassero».

 

Tra rappresentanza e repressione sindacale

Gli anni sessanta e settanta furono una stagione di vasti scioperi e manifestazioni sindacali. In tutta Europa il tenore di vita di lavoratori e lavoratrici crebbe sensibilmente, contribuendo alla costruzione di un sistema di welfare e tutele ed alla legittimazione del sindacato quale strumento di mediazione nei conflitti di lavoro. A partire dagli anni ’80 tuttavia il vento cambiò decisamente direzione.

L’unità di lotta tra i colletti bianchi degli impiegati e le tute blu degli operai va simbolicamente ad incrinarsi in Italia nel 1980 con la marcia dei quarantamila, una protesta antisindacale dei quadri e degli impiegati della FIAT di Torino contro i picchetti degli operai. Cinque anni dopo fu la volta del Regno Unito in cui, a seguito dell’annuncio della dismissione delle attività estrattive in una ventina di miniere carbonifere, si sollevò una vasta protesta dei minatori per salvaguardare i propri posti di lavoro. L’allora primo ministro Margaret Thatcher rispose con una forte repressione poliziesca che spense le rivendicazioni dei minatori dopo oltre cinquanta settimane di lotta.

Con il motto “There is no alternative” terminava il protagonismo di lavoratori e lavoratrici e veniva inaugurata una stagione di repressione sindacale che porterà ad una decisa regressione nei diritti del lavoro e che accompagnerà vent’anni più tardi l’ascesa dell’economia delle piattaforme. Dalla logistica al food delivery, poche aziende si sono imposte sul mercato secondo la filosofia del just in time che prevede tempi serrati di produzione e consegna delle merci in ossequio alle richieste del consumatore. Aziende come Amazon e piattaforme come Glovo, Deliveroo, Just Eat sono divenute egemoni nei loro settori di produzione: spostando in alto l’asticella della competitività hanno determinato un ribasso dei diritti dei lavoratori.

Uno dei casi più eclatanti di repressione sindacale riguarda i fatti recenti di Piacenza. Da vent’anni nella provincia emiliana si è insediato uno dei poli logistici più importanti del continente in cui operano tutte le più grandi aziende del settore: Amazon, GLS, Fedex-TNT tra le tante. La zona è diventata l’epicentro di una mobilitazione sindacale che è stata in grado di organizzare i lavoratori e le lavoratrici della logistica, in larghissima parte lavoratori non italiani, e di imporsi come interlocutore obbligato delle aziende. Il 30 marzo scorso è giunta la notizia che la multinazionale Fedex-TNT, leader mondiale nella movimentazione delle merci, avrebbe inaugurato un vasto piano di ristrutturazione aziendale che prevedeva la chiusura dell’hub di Piacenza e la contemporanea assunzione in altri poli sparsi per il Paese. A quella che si è rivelata essere fin da subito una “serrata”, i lavoratori organizzati nel S.I. Cobas hanno risposto con picchetti e scioperi a oltranza per rivendicare la messa in discussione degli esuberi annunciati.

La risposta delle istituzioni è stata quella della repressione coatta, secondo logiche che difficilmente trovano precedenti nella storia repubblicana. Due sindacalisti, Mohamed Arafat e Carlo Pallavicini, sono stati messi agli arresti domiciliari, in seguito revocati. Inoltre, sono stati emessi numerosi fogli di via e multe, avviate perquisizioni e misure per la revoca del permesso di soggiorno. Da circa dieci anni, grazie ad una mobilitazione costante, le condizioni di lavoro degli addetti nell’hub di Piacenza sono sensibilmente migliorate: questa tendenza è lo specchio dell’organizzazione sindacale che è riuscita a costruirsi uno spazio di azione e di lotta laddove altrove viene negato.

A Bessemer, in Alabama, infatti il sindacato non è riuscito a convincere i dipendenti del magazzino di Amazon della necessità di rappresentarli: il sindacato ha lamentato gravi violazioni da parte dell’azienda durante il voto dello scorso 9 aprile. L’episodio ha rappresentato una battuta d’arresto nella sindacalizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici di Amazon negli Stati Uniti.

La questione pone all’ordine del giorno il problema della rappresentanza sindacale che riguarda anche le aziende del food delivery. In Italia negli ultimi anni si sono sviluppate forme di sindacalizzazione conflittuale e auto-organizzate e da alcuni anni anche i sindacati confederali hanno cominciato ad interessarsi al tema. Nonostante l’abbondanza di sindacati rappresentativi, questi però non vengono legittimati al dialogo con le imprese.

Le aziende riunite in AssoDelivery hanno adottato una strategia di repressione sindacale più subdola, ma trasparente: le piattaforme hanno cercato di aggirare le associazioni sindacali esistenti dialogando solo con alcune di esse – tendenzialmente le più prone alle esigenze datoriali – oppure creando esse stesse, dal nulla, dei sindacati cosiddetti gialli, termine con cui si è soliti indicare questo tipo di associazioni sindacali controllate in maniera diretta o indiretta dagli imprenditori. Nel novembre del 2019 nasce infatti l’ANAR – Associazione Nazionale Autonoma dei Riders cui presidente e fondatore è Nicolò Montesi, rider di Glovo, già responsabile dell’organizzazione e della comunicazione di UGL – Unione Generale del Lavoro, sindacato storicamente legato al MSI e, in tempi recenti, alla Lega. Nel settembre 2020 l’UGL stringerà con AssoDelivery il primo contratto collettivo nazionale della categoria dei rider, sotto le critiche aspre e l’opposizione a oltranza dei sindacati autonomi e confederali di categoria. Questo contratto collettivo infatti, oltre ad essere fortemente penalizzante perché prevede la “legalizzazione del cottimo” con una paga minima oraria di 10 euro per ora lavorata e perché continua a disciplinare i rider come lavoratori autonomi, è stato sottoscritto da un sindacato – UGL – che conta un numero irrisorio di iscritti nella categoria. Un “contratto pirata”, com’è stato definito dai suoi detrattori, rischia dunque di diventare realtà, costituendo oltremodo un precedente importante nella regolarizzazione del lavoro dei rider e, più in generale, dei mestieri figli della cosiddetta gig economy. Un risultato ottenuto dalle aziende che è stato solo parzialmente capovolto dal coordinamento RidersXiDiritti, con JustEat che ha accettato di assumere tutti i riders con il CCNL del settore.

E tuttavia, questa continua spirale di delegittimazione dell’organizzazione dei lavoratori minaccia di diventare sempre più la normalità. Di fronte all’emergenza di nuovi settori economici e di nuove forme di lavoro abbiamo lasciato da parte la tutela dei diritti dei lavoratori scoprendo come il confine tra lavoro e sfruttamento sia più labile di quanto si possa pensare. Se la condizione di rider, facchini e braccianti ci sconvolge, forse è perché non siamo più disposti a ragionare nei termini di una conflittualità di classe che ora è latente, ma che pur sempre è stata motore della rivendicazione e della conquista di diritti per i lavoratori e le lavoratrici.

Articolo di di Cecilia Pellizzari, Roberto Smaldore e Pietro Forti