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Oceano Indiano

Nei piani originali si trattava di un nuovo modo di vivere l’esperienza teatrale. Il progetto Oceano Indiano è nato dal desiderio di portare l’attenzione sul legame che il teatro ha con la città, sulla funzione sociale che svolge. E noi di Scomodo siamo stati chiamati per raccontare questo progetto, la sua costruzione e la sua evoluzione. Cinque compagnie romane invitate a ripensare, reinventare la funzione degli spazi di Teatro India. Avrebbero dovuto abitare il teatro insieme: un luogo che tipicamente è vivo e abitato solo durante gli spettacoli. La convivenza sarebbe dovuta diventare un catalizzatore di nuove forme di teatralità, di creatività e una continua ricerca sull’essere umano, grazie a questo dialogo continuo. Poi sono subentrati il coronavirus, i decreti, l’isolamento e Oceano Indiano ha dovuto cambiare forma, per il tempo del lock down. Le compagnie si sono spostate nel mondo radiofonico, dando vita a Radio India. Con la radio, si mantiene e forse si amplifica il legame con il pubblico, perché entra nella quotidianità degli ascoltatori.

Il progetto radiofonico non si chiude con la fine della quarantena, però. A giugno ricomincerà una programmazione articolata in modo diverso: si cercherà di registrare dal teatro, anche in un’ottica di rieducazione alla performance dal vivo. La novità più interessante è che le compagnie di Oceano Indiano delegheranno un po’ la programmazione, aprendosi ad altri artisti che porteranno i loro contenuti. È un modo di tornare a interagire con il mondo esterno, accogliendo più novità possibili. È un’apertura ideologica, in linea con il progetto teatrale originale, che prevedeva l’ospitalità di lavori esterni a Oceano Indiano.

Anche il pubblico ha dimostrato il suo entusiasmo, con circa 20 mila download dei programmi e circa cinquemila ascoltatori live. Il forte legame, forse, si è sviluppato anche grazie a un tipo di comunicazione nuova, più organica, rispetto al semplice avviso di spettacolo. Le compagnie sono riuscite a guadagnarsi l’affetto dei propri ascoltatori, proponendo ogni volta contenuti differenti. Questo tipo di esperienza si discosta in parte da quella teatrale, dove il contenuto rimane sempre lo stesso per mesi. Nonostante la nuova declinazione radiofonica, però, la voglia di tornare a esibirsi, a una forma artistica dal vivo.

Ormai sono mesi che seguiamo questo progetto, i suoi ragazzi, la sua evoluzione. Quindi possiamo sentirci sicuri nell’atto dello sbilanciarci affermando che gli artisti di Oceano Indiano ci lasceranno ben più di una piacevole esperienza. Il successo della loro trasformazione sottolinea come la cultura non sia altro che un contenitore in costante evoluzione; anche se sempre più dispersa tra gli innumerevoli adeguamenti e restrizioni imposti dalla nostra società.

Viviamo in un mondo veloce, un mondo dove una pandemia può minacciare la sopravvivenza stessa di un’arte antica come quella del Teatro. E, per qualche istante, giorno, mese possiamo anche illuderci che non sia più tempo di sperimentare su un palco; e, sicuramente, qualcuno avrà deciso di abbandonare la sua passione, spinto da un governo che dimentica i suoi artisti.

Eppure i ragazzi di Radio India non hanno mollato. Sono riusciti a dimostrarci che basta riplasmare la “classica” scintilla creativa per riformarsi, reinventarsi, rinnovarsi e continuare a sperimentare. Perché si sta su quel fantomatico Palco ogniqualvolta uno spettatore decida d’impegnare il suo tempo per lasciarsi coinvolgere da qualcosa di diverso dall’ordinario. E lì, proprio in quel momento, il Palco viene calcato.

E se l’iniziativa è sostenuta dalla forza della propria passione… beh, in quel caso forse gli applausi non saranno in diretta (o in platea) ma ci saranno.

I ragazzi di Oceano Indiano questo l’hanno capito e non hanno avuto paura di tornare a sperimentare, a rischiare. Radio India è stato un successo che non morirà con la fine del lockdown. Evolverà, migliorerà. Grazie al sostegno di quei 20.000 download che vi accennavamo e della sempre maggiore fetta di pubblico coinvolto nella ricerca del bello.

Volevamo provare a riassumere la realtà che questi ragazzi hanno costruito con parole nostre, ma abbiamo deciso di prendere in prestito un pensiero di Fabio Condemi, autore di Specie di spazi, che a sua volta si rifà a Georges Perec. Non perché nella storia è già stato detto tutto e quindi siamo costretti a copiare dai grandi, ma perché lasciarsi contaminare dal passato o dagli altri è la miglior strategia per costruire un futuro che riesca a ricordare il passato, contribuendo ad evolvere una cultura sempre più guerrigliera, completa e innovativa. 

Radio India per me è uno spazio immateriale che si modifica, si svuota e si riempie senza sosta. Ho capito, grazie allo scrittore che ho scelto come compagno di viaggio per la mia trasmissione (Georges Perec), che:”Come la sabbia scorre tra le dita, così fonde lo spazio. Il tempo lo porta via con sé e non me ne lascia che brandelli informi. E che quello che rimane è ”Cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa: strappare qualche briciola precisa al vuoto che si scava, lasciare, da qualche parte, un solco, una traccia, un marchio o qualche segno.”

Sentiamo non ci sia niente da aggiungere. Per il resto potete star certi che quando I teatri riapriranno, il 15, saremo in prima fila.
A restituire tutti quegli applausi che non abbiamo potuto fargli dal vivo.

Articolo di Carlotta Vernocchi e Alessio Zaccardini