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A un passo dalla normalità

La riapertura anticipata delle librerie

14/05/2020

Il 10 aprile è uscito l’ennesimo decreto pubblicato nei giorni dell’emergenza COVID-19. Questa volta ad attirare l’attenzione, è stata la scelta di riaprire le librerie. Sulle prime pagine dei quotidiani italiani si sono alternate riflessioni, condanne e discussioni, mentre su internet imperversavano domande e pensieri sparsi, creando una vera spaccatura nell’opinione pubblica tra chi si proclamava pro e chi si diceva contro. Questa spaccatura verte sulle stesse criticità che hanno portato ad una divisione interna al mondo dei librai. In virtù del rapporto di collaborazione che andremo a creare tramite questa rubrica, ci sembrava doveroso iniziare sentendo il loro parere sull’argomento.

Il primo spunto di discussione non poteva che partire dalla lettera aperta del gruppo LED dal titolo parlante: “Siamo librai non simboli”. La domanda che si pone la lettera mette in dubbio le ragioni dietro al decreto ministeriale stesso, perché tutta questa fretta di riaprire le librerie? È difficile dirlo con certezza, probabilmente dietro alla scelta del governo vi è sia la voglia di aiutare concretamente un settore in crisi, sia il desiderio di valorizzare il lato simbolico di una letteratura-cultura. Ma, a prescindere dal ruolo che la lettura possa avere in questo preciso momento storico, si potrebbe attribuire alla riapertura delle librerie anche una notevole pressione da parte dei grandi editori. Consideriamo inoltre, che permettere una ripartenza anticipata a questo settore, potrebbe rappresentare una possibilità di salvezza in un momento in cui appare, più di altri, vicino al collasso. È indubbio però che, negli ultimi anni, nonostante l’alto valore culturale e sociale delle librerie, queste siano state spesso dimenticate e quasi mai sostenute economicamente.
In quanto piccoli imprenditori, la volontà dei librai c’è, soprattutto per quanto riguarda le zone meno colpite. Ma non è semplice dire lo stesso per chi vive tuttora in piena emergenza regionale o, ancora, per chi offre una scelta editoriale più specifica, come la vendita di libri usati e rari, e non può giovare delle limitate possibilità di movimento concesse dal decreto.

Superate le incertezze legate alle ragioni di un decreto ritenuto di dubbia correttezza, le librerie che hanno potuto riaprire, le romane tra quelle confrontatesi con noi, lo hanno fatto e non sembrano essersene pentite. Sono state, infatti, sorprese dall’affetto dei clienti, felici di poter tornare a comprare libri. Alcune hanno addirittura avuto la fila fuori, una soddisfazione mai capitata in tanti anni di lavoro. La riapertura è stata complessa da organizzare, per la necessità di fare entrare un cliente alla volta, di mantenere le distanze e fornire mascherine e guanti, ma è stata ripagata dalla soddisfazione di vedere le persone tornare in libreria a dispetto della paura del contagio.
Le stesse parole incoraggianti non valgono, invece, per chi si occupa di libri usati o rari. Questa categoria di librerie non vive della clientela di quartiere, il suo frequentatore medio viene da ogni parte della città; non bastano dunque le limitate concessioni del dpcm a permettere una riapertura che sia, se non vantaggiosa, quanto meno sostenibile economicamente.

È proprio questo “vantaggioso economicamente” a lasciare in molti interdetti, spesso infatti la riapertura è un lusso e non meraviglia il fatto che non tutti possano permettersela. Chi non ha potuto riaprire, come le librerie piemontesi e lombarde, ha continuato l’esperimento della consegna a domicilio, che, per quanto incapace di compensare le perdite di due mesi di chiusura, ha comunque iniettato un senso di positività e qualche entrata inaspettata nelle casse delle librerie.

Per sostenere l’avvio delle consegne è nata l’iniziativa “Libri da asporto” che consiste nello stanziamento di un fondo per pagare i corrieri e garantire un servizio di consegna in tutta Italia, a cui hanno aderito più di settecento librerie indipendenti e circa centoquaranta editori. Attualmente l’iniziativa è stata interrotta, causa esaurimento della disponibilità del fondo, e le librerie indipendenti hanno adottato soluzioni individuali per poter garantire ai propri clienti un servizio di consegna a domicilio rapido ed efficiente, attraverso i corrieri o recandosi personalmente dove richiesto. Anche dove è stato possibile riaprire fisicamente le librerie è rimasta la necessità di consegnare a coloro che, per motivi di salute o perché residenti in zone diverse della città, non possono recarsi in negozio: la percezione comune è quella che sviluppare una rete di consegne efficiente e ben distribuita sul territorio possa risultare utile anche quando finirà l’emergenza sanitaria. I riscontri positivi da parte della clientela dimostrano come il lavoro delle librerie indipendenti non si limiti alla vendita di una merce, ma consista principalmente nell’offerta di un servizio capace di fornire consigli, spunti ma anche di venire incontro alle esigenze dei propri clienti e di far fronte a situazioni di emergenza.

La voglia di non arrendersi sembra essere un vizio diffuso per tutti i librai, infatti, nonostante rimangano molti i quesiti aperti, specialmente per quanto riguarda conferenze ed eventi letterari, in tutti c’è la voglia di reinventarsi. Come spesso accade si tratta di qualcosa facile a dirsi, ma difficile a realizzarsi. Tanto per cominciare in molti hanno dovuto dire addio alle presentazioni con gli autori e alle conferenze (i luoghi sono spesso troppo angusti per permettere il distanziamento sociale) e questo ha significato perdere anche l’enorme pubblicità che derivava dagli eventi stessi. Data l’essenzialità di questa sponsorizzazione anche qui si è riproposto il tema del rinnovo: alcuni terranno le conferenze riducendo il numero di spettatori, altri organizzeranno riunioni telematicamente, altri ancora stanno cercando soluzioni più creative, come degli speed date con gli autori stessi.

La situazione delle librerie italiane sembra essere un puzzle non concluso, i pezzi giacciono su un tavolo e la figura completa non è ancora nemmeno intuibile. In alcuni casi davanti alle porte delle librerie si allineano file di lettori, mentre colleghi concittadini possono aprire solo su appuntamento perché i clienti scarseggiano e poi c’è chi, perché ubicato in regioni ancora a rischio, non ha ancora aperto. In questo clima caotico, poi, il settore dell’usato vive una crisi profonda dato che non può fare a meno di mobilità e condivisione.

Quello che rimane dopo il 10 aprile è caos e incertezza, una situazione critica per le librerie, sia come simbolo di una cultura di cui il governo sembra essersi troppo spesso dimenticato, che, e soprattutto, se viste come un settore imprenditoriale a sé. Ma forse a essere ancora più grave dell’incapacità di fare chiarezza è piuttosto l’abbandono di questo settore che non è stato mai aiutato economicamente da progetti governativi e che, ancora oggi, si trova a dover affrontare il grande processo di cambiamento, a cui è inevitabilmente costretto, da solo, contando solo sui propri mezzi.

 

Questo mese alla redazione di Omologhia hanno collaborato Libreria Simon Tanner” (Roma), “EquiLIBRI” (Roma), “Libreria Minerva” (Roma), “Libreria Donostia” (Torino), “Tempo Ritrovato Libri” (Milano).

Articolo di Anna Cassanelli, Marianna Di Gregorio, Sofia Lamanna e Valeria Sittinieri 

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