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Indovina chi viene agli Oscar?

Give some afroes to this Oscars! But no Oscars for the n***oes...

Il premio dei premi

Con la 93esima edizione della cerimonia degli Oscar alle porte, tra gli argomenti più discussi dalla community di spettatori vi sono le pellicole candidate a Miglior Film, il premio più ambìto del festival più famoso al mondo. Da qualche anno a questa parte, il riconoscimento ha assunto un’importanza cruciale al di là del valore cinematografico, assegnato dalla giuria dell’Academy non solo in base alla qualità tecnica dei candidati, ma soprattutto al tema trattato. La tematica più cocente dell’anno, quando essa riguardi battaglie civili come il movimento Black Lives Matter o la parità di genere, rappresenta ormai un sicuro biglietto d’accesso: più dell’aspetto qualitativo del Miglior Film, sembra contare il messaggio in esso contenuto. Ne sono esempi lampanti Green Book di Peter Farrelly – che racconta la storia del pianista afroamericano (e omosessuale) Don Shirley – vincitore nel 2019, ma anche il discutibilissimo Black Panther, cinecomic di Ryan Coogler candidatosi nella stessa edizione. Grazie alla sua imbattibile popolarità nell’immaginario collettivo, l’Oscar al Miglior Film può fungere – molto più di tutte le altre categorie – da portabandiera di istanze particolarmente sensibili, concentrando su di esse (indirettamente) l’attenzione dell’opinione pubblica. Oggi, un tema estremamente importante, tanto da arrivare a costituire il requisito fondamentale per la candidatura, è quello dell’inclusività: di genere, della comunità LGBT+, di persone con disabilità cognitive o fisiche; con particolare riguardo alle minoranze etniche (asiatici, sudamericani, afroamericani, indigeni, mediorientali e altre etnie particolarmente discriminate). Ciò ha portato l’Academy a introdurre nuovi parametri (o standards) per la sola ammissione a Miglior Film, all’interno di un vero e proprio regolamento che entrerà in vigore a partire dal 2024. 

 

Scegli due carte

Particolarmente osteggiato, lo Standard A riguarda la rappresentazione su schermo (tematiche e attori) e si compone di tre clausole. La prima esige che almeno uno dei protagonisti o personaggi significativi appartenga specificatamente a una minoranza etnica. La seconda stabilisce che il cast generale debba essere composto da almeno il 30% di attori che provengano da almeno due delle quattro minoranze sopracitate – quindi anche donne, LGBT+ e disabili, oltreché etnie. La terza e ultima clausola si focalizza sul tema principale, che dovrà essere incentrato su uno di questi gruppi: sulla sua cultura, le problematiche o le discriminazioni che è solito subire. Stando allo Standard A, tra i film candidati negli ultimi cinque anni, più del 30% non sarebbero stati ammessi alla contesa. Tra questi anche l’amatissimo La La Land di Damien Chazelle e il più recente The Irishman di Martin Scorsese, candidati rispettivamente nel 2017 e nel 2020. Questo fatto ha attirato le critiche del grande pubblico, che ha gridato allo scandalo rivendicando la possibilità, per una pellicola di qualità, di candidarsi nonostante non soddisfi lo Standard A. Secondo i detrattori, il problema risiederebbe nel fatto che ci si muove dall’idea di mettere fine alle discriminazioni, per poi arrivare a un’esclusione in massa di opere cinematografiche altrettanto valide qualitativamente: il risultato, dicono, è una discriminazione al contrario. Coloro che lamentano queste regole però, non hanno forse prestato la dovuta attenzione all’intero corpus del nuovo regolamento. Innanzitutto, basta rispettare una sola clausola dello Standard A, che inoltre, a ben guardare, è solo uno di quattro: gli altri tre, molto meno invasivi, non vanno a incidere sulla consecutio narrativa. Lo Standard B è dedicato alla leadership creativa e al team di progetto: banalmente, alla troupe che si trova dietro la macchina da presa, che poco tocca lo spettatore. Come prima clausola stabilisce che almeno due membri provenienti dai gruppi sottorappresentati – di cui uno, specificatamente, dalle minoranze etniche – debbano coordinare altrettanti comparti tecnici principali: casting, fotografia, colonna sonora, costumi, montaggio, trucco, parrucco, produzione, scenografia, suono o effetti visivi. In alternativa, la seconda clausola cita altri ruoli chiave, come il primo assistente alla regia e il supervisor script: almeno sei membri della troupe di supporto devono provenire da un gruppo etnico sottorappresentato. Infine, similmente al conteggio complessivo del cast concesso dallo Standard A, l’ultima clausola del B stabilisce che almeno il 30% della troupe debba provenire dai quattro gruppi sottorappresentati. Anche in questo caso, la clausola da rispettare è solo una, ma la mole di criteri da seguire non accenna a ridursi, semmai ad aumentare. Permarrebbe quindi la diffidenza nei confronti del nuovo regolamento: e anche a ragione, se non fosse che in realtà (colpo di scena) dei quattro standards basta rispettarne solo due. Della serie: “Scegli due carte e scarta le altre”. Il che permetterebbe di cancellare tutto quanto letto finora e concentrarsi solo sugli ultimi due, decisamente più semplici da rispettare. 

 

Poker d’Assi

Lo Standard C concerne le opportunità di formazione e stage messe a disposizione dalle produzioni e si compone di due clausole, da seguire in blocco. Da un lato, gli studios devono garantire ai quattro gruppi sottorappresentati posizioni di apprendistato retribuito – che partono da un minimo di due per le minor e vanno a salire per le major – nelle principali aree di post-produzione e distribuzione: montaggio audio, effetti visivi, marketing, pubblicità e affini. Il che porta direttamente alla seconda clausola, alquanto ovvia: che queste esperienze si traducano, per i suddetti stagisti, in uno sviluppo delle competenze sotto la supervisione di altri membri di gruppi sottorappresentati. Cioè, riletto, sotto l’egida di responsabili reparto già inclusi dallo Standard B. In altre parole, a un gigante come la Universal o la Warner che voglia proporre un titolo per la corsa a Miglior Film, basterebbe (nel pratico) sborsare qualche decina di migliaia di dollari – poca cosa rispetto alle centinaia di milioni dei budget complessivi – per un pugno di stagisti e limitarsi a mantenere la consuetudine nei comparti di Trucco e Parrucco, che hanno sempre visto le donne in maggioranza schiacciante. C’è davvero bisogno di continuare con lo Standard D, la cui unica clausola impone che, a prodotto fatto e finito, i gruppi sottorappresentati rivestano ruoli dirigenziali nell’ambito della distribuzione, del marketing e della pubblicità? Un po’ come la platea imbeccata da Leonardo DiCaprio nel finale di The Wolf of Wall Street, candidato a Miglior Film 2014 e teoricamente ricandidabile, nuovo regolamento alla mano, anche nel 2024. Costretta cioè nel ruolo acquiescente di chi, dopo tre ore di una pellicola su cui non ha avuto alcuna voce in capitolo, pende dalle labbra del protagonista bianco e misogino che gli cala dall’alto: “Vendimi questo film”. L’imbroglio dell’Academy è palese, tanto più se si ricalcola la statistica dell’ultimo quinquennio – quel 30% di esclusi dal Miglior Film – alla luce dell’intero regolamento: non uno dei 43 film candidati avrebbe mancato la kermesse, rispettando inconsapevolmente le direttive di un regolamento che non solo non era (e non è ancora) entrato in vigore, ma non era neanche nell’aria. Basti un ultimo caso limite, a titolo di esempio: Locke di Steven Knight, film del 2013 con un solo figurante (Tom Hardy), in cui un maschio bianco etero, al volante del suo SUV, passa un’ora e mezza al telefono parlando di tutto meno che di discriminazioni, minoranze, diritti civili. Eppure, anche Locke si sarebbe aggiudicato il lasciapassare con estrema facilità. Oltre a Tom Hardy infatti, le altre undici voci che si alternano fra telefonate e flashback sono considerabili a tutti gli effetti interpreti su schermo – come dimostrano, per esempio, i premi vinti lo stesso anno da Scarlett Johansonn, Miglior Attrice Non Protagonista per la sua voce in Her di Spike Jonze. Totale: otto uomini e quattro donne, e il 30% d’inclusione di genere nel cast richiesto dallo Standard A – apparentemente il più irraggiungibile – è sorpassato. Manca solo un’altra clausola: trenta secondi di titoli di coda sono sufficienti per leggere Audrey Doyle al trucco e parrucco e Justine Wright al montaggio, e anche lo Standard B è ottemperato. Ci si potrebbe fermare qui, ma non è difficile credere che, scorrendo i restanti tre minuti di credits, si trovino abbastanza stagisti e responsabili marketing da rispettare tutti e quattro gli standards

 

Manovra di palazzo

Il poker d’Assi, con queste premesse, è dietro l’angolo: l’ennesimo specchietto per le allodole ideato dall’Academy per nascondere la situazione del paese reale e lasciare inviolati quei suoi aspetti che più necessiterebbero una riforma. In primis, da estirpare alla radice, l’annosa questione della fauna dell’AMPAS – l’assemblea di seimila membri chiamata a decidere delle premiazioni – di cui abbiamo parlato in quest’articolo: secondo un’inchiesta del 2012 condotta dal Los Angeles Times, la giuria è risultata per il 94% caucasica e per il 77% di sesso maschile. Il che si riflette, regolamento o no, sui risultati delle premiazioni: in 92 anni di Academy Awards, The Hurt Locker è stato l’unico film diretto da una donna (Kathryn Bigelow) a vincere la statuetta più ambita. Per arrivare all’edizione corrente, dagli esiti imminenti, che si è resa protagonista di una strana spartizione per quanto riguarda le interpretazioni di Judas and the Black Messiah di Shaka King, pellicola black della stagione già candidata a Miglior Film – ma, a detta di molti, troppo politicizzata per aggiudicarsi il podio – che racconta la storia di Fred Hampton, promettente leader delle Pantere Nere, e di Billy O’Neal, informatore dell’FBI responsabile della sua (presunta) esecuzione. A interpretarli troviamo le due stelle nascenti del panorama attoriale afroamericano, Daniel Kaluuya e Lakeith Stanfield, che a giudicare dalla performance avrebbero potuto tranquillamente ambire alla doppietta white messa a segno, nel 2013, da Matthew McConaughey e Jared Leto, eletti rispettivamente Miglior Attore Protagonista e Non Protagonista per Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée. Se non fosse che, contro ogni evidenza – basta il titolo a elevarli a protagonisti – i due si troveranno a competere entrambi per il premio a Miglior Attore Non Protagonista. Non è strano che attori indiscutibilmente protagonisti vengano spostati nell’altra categoria, e viceversa: è consuetudine ricorrente delle produzioni che vogliano dare più chance di vittoria ai propri attori, nel caso di altri candidati troppo forti da battere – come Alicia Vikander, che nel 2015 riuscì a strappare un Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista nonostante il suo ruolo primario in The Danish Girl di Tom Hooper. Ma in questo caso, qualunque sarà l’esito nella Notte degli Oscar del 25 Aprile, lo scopo sembra essere quello di costringere le due migliori interpretazioni maschili della stagione a farsi concorrenza a vicenda: relegati in un angolo a sbranarsi per le briciole di una categoria di nicchia. Col rischio che, fra i due litiganti, vinca addirittura uno degli altri tre candidati…

Articolo di Carlo Giuliano e Costanza Ibba