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Look at me

Una questione di sguardi

30/11/2022

Sono le 23:30, l’evento è iniziato da solo un’ora e la fila mi ricorda quella per i musei vaticani. Ma in coda non ci sono turisti americani con i calzettoni bianchi e le ciabatte. Qui ci sono artisti, designer, studenti NABA, Brera e IIF. Tutti vestiti rigorosamente di nero. Per spezzare l’attesa, io e la mia coinquilina facciamo amicizia con le ragazze davanti a noi. Sono studentesse dell’Istituto Italiano di Fotografia, uno dei partner della serata. Non sanno bene cosa le aspetta dentro, forse una mostra, forse un evento. Sanno solo che i loro professori le hanno invitate ad andare e adesso sono in coda fuori da uno strip club in Porta Venezia.

Io un’idea di cosa mi aspetta dentro invece ce l’ho. Avevo lavorato con alcune ragazze di OTTN a Contemporary Italian, una serie di dibattiti online sugli artisti contemporanei italiani. OTTN Projects è un’organizzazione culturale no profit gestita da sole donne che mira a creare nuove interazioni tra arte, persone e culture attraverso il contatto con l’arte contemporanea. Look at Me è stato proprio questo, portare insieme per una notte due mondi apparentemente diversi come quello dello stripping e dell’arte contemporanea, in un luogo che è il più lontano dal canonico museo: uno strip club.

Una volta entrate questi binari paralleli iniziano a intersecarsi.

Appena il tempo di ordinare un drink gratuito al bar – grazie Fondazione Marcelo Burlon – che subito ci invitano a prendere posto. Le luci si spengono e lo speaker chiama sul palco Luna, mentre cerco di capire se quella bionda con mascherina e occhiali neri sia la M¥SS.

Un fascio color arancio si fa strada tra gli spettatori e lei scende nel pit. Tre tubi al neon vengono posizionati accanto ai tre pali da pole dance presenti sul palco. Prende vita un gioco di luci e ombre che ci trasporta in un luogo ancestrale, di quelli che conosci a fondo, ma che non riesci a ricordare, che sono così strani da farti sentire a casa. C’è qualcosa di familiare e rassicurante in questo arancio soffuso, come dentro una placenta, i bassi della musica si trasformano in battiti del cuore. Luna balla. È bellissima, sensuale, altamente erotica, ma anche delicata, innocente. Luna balla a occhi chiusi, balla come se fosse in camera da sola, si fa trasportare dalla musica. E noi tutt’intorno a lei, in silenzio, a guardarla. È Michele Rizzo ad aver curato questa performance, occupandosi non solo dei movimenti, ma prestando grande attenzione anche a dettagli quali lo sguardo e la sua assenza, le luci e la creazione di un ambiente intimo e lascivo, che dopo una decina di minuti però, svanisce. La musica si ferma e le luci si riaccendono, il club torna a essere blu, rosa e argento scintillante, la musica pop da discoteca commerciale.

La lunga fila fatta sui miei tacchi a spillo inizia a farsi sentire, così decidiamo di sederci per riposarci sui divanetti rossi sotto al palco. Non ero mai stata in uno strip club e non avevo mai visto uno spogliarello dal vivo. Ingenuamente pensavo che neanche si spogliassero del tutto. La nudità totale non mi mette a disagio. Grazie all’esibizione precedente, il mio sguardo adesso è diverso, più attento. Si muove alla ricerca di qualcosa, un appagamento estetico, una ritualità nell’esibizione, trova la bellezza in dettagli che prima non avrei mai notato.

Canti gregoriani in sottofondo mi portano in cielo mentre Adelina con un lungo mantello nero rotea intorno al palo, come una strega messa al rogo. L’esperienza non è di certo la stessa per le due studentesse della NABA accanto a me. Alla vista del primo capezzolo le due ragazze sono visibilmente a disagio: una inizia a scrollare il suo feed pur di distogliere lo sguardo, l’altra gira concitata la cannuccia nel suo bicchiere cercando di compiere il miracolo della trasmutazione del ghiaccio in Gin Tonic.

Nei divani opposti ai nostri invece, ci sono due signori di mezza età in completo. Guardano le ballerine come se fossero a un’asta di opere d’arte. Sono i clienti abituali dello strip club. Concentrati, studiano le perfomance e ogni tanto si lasciano andare un sorrisetto soddisfatto. Vogliono assicurarsi di portare a casa il pezzo migliore. Un terzo accanto a loro ha già scelto, ride e scherza con la ragazza seduta sulle sue gambe. Prova a metterle una mano sul culo, lei gliela scansa. Sorrido. Mi illudo di non so che cosa ma poi lei gli prende la mano e lo porta nel privé. Ritorno alla realtà: sono in uno strip club. Giro lo sguardo e lascio perdere. Nello schermo nero accanto al dj vedo scorrere il testo di Gustosa di Giulia Crispiani: la sua scrittura è densa, piacente, i fonemi scivolano sensuali quando articolati, corpo e parole si fondono, perdendosi nel rimbombo delle casse. La poesia esplora la sensualità, la fisicità sembra smaterializzarsi, si perde nell’aria quando leggo e la lingua schiocca sotto il palato, per poi materializzarsi ancora nei neon colorati che formano la scritta “saliva”, brillando nel buio.

A un tratto vedo loro, un ragazzo e una ragazza seduti sulle scale del pit con una rosa in mano. Mentre Sofia balla sulle note di Dangerous Woman di Ariana Grande, sorridono. Non è lo stesso sorriso dei clienti sui divanetti accanto, il loro è pieno di gioia. Sofia accende una candela e inizia a giocare con la cera, la ragazza seduta lancia un urlo di incitamento. Allora capisco e sorrido anch’io, come loro. Sono suoi amici e hanno approfittato dell’evento per poter vedere la sua esibizione. Sofia finisce, si copre con un lenzuolo nero e scende giù ad abbracciarli.

La serata sta arrivando al termine, per le ragazze di OTTN è il momento di festeggiare il grande successo dell’evento. Sara Van Bussel, la curatrice, apre le danze e tutti salgono sul palco a ballare. Curiosi, molti si avvicinano attorno al palo: c’è chi lo sfiora timidamente, chi azzarda qualche piroetta. Vorremmo tutti sentirci parte di quella bellezza che abbiamo visto durante la serata. Anch’io mi faccio trascinare dall’euforia generale e dai Long Island che ho in corpo, così mi lancio in qualche mossa di pole dance. Mentre cerco di insegnarne qualcuna a un ragazzo, una ballerina si avvicina a me: il capo vuole parlarmi. Ci offre uno shottino. Mi dice che posso ballare sul palo solo se sono nuda. Mi offre un lavoro.

Arriva il momento di tornare a casa, saluto le ragazze di OTTN e mi complimento per l’evento. Slego la bici dal palo dove l’avevo lasciata, metto gli stivaletti nel cestino e torno a casa pedalando in calzini. Muovo le gambe stanca, ma soddisfatta. Look at me è stato capace di avvicinare arte e persone. Ha spinto chi non era abituato all’arte contemporanea a interrogarsi sul valore estetico di quanto visto, a togliere l’accezione negativa della sessualità e dell’erotismo insiti nel mondo degli strip club. La scelta di lasciare la serata aperta agli avventori soliti ha fatto sì che anche questi si ritrovassero catapultati in una mostra d’arte, mescolandosi a chi invece, magari per la prima volta come me, entrava in uno strip club. Mondi diversi che collidono su un terreno comune: la nascita di una nuova consapevolezza e inedite riflessioni.

Da un lato c’è l’arte contemporanea, proiettata verso l’innovazione, con la volontà di intrattenere, emozionare, comunicare a un livello intimo ed efficace con il pubblico, spogliarsi dalle sovrastrutture, denudarsi. Non c’era luogo migliore del Luxury, uno strip club. Tutto era rivolto direttamente ai sensi in questo evento: i led, le luci, la musica, gli sguardi mirati delle ballerine – ogni cosa era studiata per trasportare lo spettatore in un’altra dimensione, dove ogni forma di inibizione è venuta a mancare. Il pubblico è diventato fragile e vulnerabile, colpevole della propria pudicizia, per non aver guardato il corpo delle ballerine, o della propria malizia, per averlo non solo guardato ma anche desiderato, bramato. La loro carica erotica è stata catturata da Flaminia Veronesi, che le ha immortalate, trasfigurandole in forme, colori e contrasti, in quella che sembrava una vera e propria performance dal vivo, in un gioco di complicità con le ballerine che posavano per lei mentre ballavano. Non c’è stato bisogno di alcun tipo di artifizio per esaltare la loro sensualità. Da Luna, intima e seducente, ad Adelina, erotica e audace, le performance hanno dato vita a una serata priva di inibizioni, che ci ha spinti a immergerci in toto nella bellezza, nella carnalità e nella veridicità, di un lavoro così delicato. Lasciando da parte l’ambizione di introdursi nello spinoso dibattito sul sexworking, sullo sfruttamento e l’oggettificazione del corpo femminile, Look at me normalizza la sessualità e il piacere in quanto tali. È un sottile equilibrio tra consapevolezza del proprio io e del proprio corpo quello che muove le performance delle stripper, che per una sera sono state osservate con l’interesse dei visitatori di un museo. Io le ho viste così, curiosa, studiandole per tutta la sera, intravedendo le loro silhouettes delineate dai led, restando incantata a ogni movimento. La semplicità dello spogliarsi si scontra con la difficoltà del mettersi a nudo, ma le azioni si svolgono a ritmo della richiesta esplicitata già dal titolo. Look at me, proprio tu, estraneo, guardami, desiderami, prova a conoscermi. Ci ripenso a ogni pedalata finché non arrivo sotto casa, ogni giro di catena mi ricorda il clack dei tacchi sul pavimento. Quando sono in camera sfilo i calzini ormai più neri che bianchi e senza pensarci troppo li butto nel cestino.

Articolo di Chiara De Felice e Arianna Fantoni