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Passaporto

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04/10/2020

“Al di fuori di una cittadinanza o di un documento è pressoché impossibile affermarsi come soggetto di diritto”.

La crisi identitaria e democratica, che investe tanto i singoli individui quanto le comunità politiche, spinge la ricerca dell’autoaffermazione nella demarcazione tra “esterni” ed “interni” alla sfera di definizione nazionale. Questa distinzione prende corpo nella rilevanza centrale del passaporto, il “marchio” di proprietà dello stato verso i suoi cittadini, che finisce per impedire all’individuo in quanto tale di affermare la sua esistenza come soggetto di diritto al di fuori della sua appartenenza ad uno stato.

Nei momenti in cui la nostra identità vacilla riemerge il bisogno di definirci, in modo quasi primordiale allora tracciamo delle linee di confine tra ciò che ci appartiene e ciò che ci è altro, così che tramite la negazione possiamo ricavare a contrario l’affermazione di noi stessi. Allo stesso modo la crisi identitaria e democratica, che investe tanto i singoli individui quanto le comunità politiche, spinge la ricerca dell’autoaffermazione nella demarcazione tra cittadini e non cittadini, tra “esterni” ed “interni” alla sfera di definizione nazionale. Porre un limite alla cittadinanza assume il significato di un’affermazione e di una protezione delle proprie specificità etniche e culturali da un’ingerenza della sfera “esterna”. Spostare il confine tra le due sfere comporterebbe invece il riconoscimento e la rappresentanza di una identità differente, multiculturale.
La distinzione si formalizza e si incorpora in un documento: il Passaporto, che come una sorta di marchio di proprietà dello Stato verso i suoi cittadini, assume una rilevanza centrale per qualificarsi di fronte ad uno stato, muoversi ed accedere ai sistemi di welfare, così da impedire all’individuo in quanto tale di affermarsi nella scacchiera internazionale.

Quando parliamo di limiti legati al passaporto quindi, non parliamo semplicemente di un impianto discriminatorio tra cittadini e non cittadini, ma lo intendiamo come limite di un sistema dove l’esistenza dell’individuo in quanto tale è subordinata alla sua appartenenza formale ad una comunità nazionale. All’estremo, questo meccanismo di tutela stato-centrica fa sì che un apolide, quindi un soggetto che nessuno stato reclama come cittadino, semplicemente cessi di esistere. La chiave per leggere i limiti di un’organizzazione intrinsecamente burocratica allora, sta tutta nel comprendere la sfasatura tra la realtà legislativa e il cosiddetto “diritto vivente”, che emerge nei vuoti lasciati da questo ingranaggio imperfetto.
Più la popolazione mondiale si fa fluida, più si palesano le falle del meccanismo, in particolare data l’esigenza, ormai decennale, di coordinare migrazioni globali e welfare state.
Di fronte ad una scarsità relativa delle risorse infatti, la tendenza è quella di limitare e differenziare l’accesso ai servizi. Non si tratta semplicemente di estendere la titolarità dei diritti allo straniero, perché anche quando presente, l’accesso teorico è bloccato da ostacoli culturali, o dall’assenza di passaporto (quindi di un qualsivoglia documento), o semplicemente non può essere difeso senza il fondamentale diritto politico di essere rappresentato. É qui la distorsione che porta i diritti umani a diventare diritti del cittadino: i diritti che si acquisiscono in quanto esseri umani si tutelano in quanto cittadini, sia per mezzo dei diritti politici, sia perché fuori da una cittadinanza e da un documento è pressoché impossibile affermarsi come soggetto di diritto.
Ecco che l’essere riconosciuto “cittadino di”, che in antichità rappresentava un pacchetto di diritti politici per una cerchia privilegiata, e con la rivoluzione francese era divenuto il fondamento del principio di uguaglianza, è oggi un fattore discriminante.

Diventa allora fondamentale oggi recuperare il dibattito sull’accoglienza e l’integrazione alla luce di una riflessione più ampia. Riconoscere la necessità di rendere effettivi i diritti umani urta con la tutela dei diritti stato-centrica di cui il passaporto è rappresentazione. Riconoscere l’esistenza e la fragilità dei non-cittadini invisibili ci porta a guardare la cittadinanza in sé come un privilegio che limita l’accesso alla tutela di diritti affermati come universali. Per tornare a parlare con maggiore credibilità di tutela dell’individuo non si può prescindere da uno sguardo sulle concrete possibilità di ricevere tutela, che sappia mettere in discussione il legame tra esistenza, tutela del singolo e cittadinanza.

Articolo di Chiara Falcolini

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